Il Castello dei Settanta Fantasmi

Il Castello dei Settanta Fantasmi

A ridosso del vicino territorio cremonese, in prossimità della sponda occidentale dell’Adda, esiste una località che, posta ai margini delle più trafficate arterie di comunicazione, protetta da un impenetrabile scudo di alberi e dal lento incedere del fiume, ha fatto del suo isolamento lo strumento principe con il quale serbare all’interno delle sue ataviche mura le storie più note ed suggestive dell’intero Lodigiano.
 

Le origini di Maccastorna si perdono nella notte dei tempi, forse ai lontani anni della dominazione Longobarda, ma è solo dal XIII secolo che si hanno le prime certe notizie del nucleo abitato e del suo fortilizio: passati, dopo varie vicissitudini, alla famiglia dei Vincemala, furono da questi venduti, nel 1381, prima ai Visconti ed in seguito, nel 1385, ai Bevilacqua i quali, con alterne fortune, restarono i signori di queste terre fino alla fine dell’Ottocento. Il Castello, elemento caratterizzante ed essenza stessa del Paese, è un’imponente struttura dalla forma vagamente trapezoidale che, nonostante i continui rifacimenti subiti, non sembra aver perso nulla dell’antica austerità. Originali sono le due balconate, risalenti al 1400, mentre non esiste quasi più traccia dei torrioni dell’antica rocca, abbassati di livello, e di gran parte delle originarie mura, demolite dopo il 1860, ormai pericolanti in seguito ad un devastante incendio.
 

“ A Maccastorna - per chi ci crede – […] ci sarebbero […] raffinate ombre evanescenti che fanno le pendolari con l'aldilà, voci e forme improvvise che emergono dal buio mentre i grilli tacciono e la luna piena rotola bassa sulla linea scura dell'orizzonte”. Soprattutto una ben precisa parte della rocca, carica di fascino e capace di insinuare macabre suggestioni, alimenta quell’aurea di mistero e reverenziale timore che ancora aleggia sull’intero castello. Meglio conosciuto come “ Pozzo delle Spade”, questo luogo è in realtà ciò che resta di un’antica cavità, ora chiusa, nella quale venivano gettati i cadaveri degli sventurati morti per mano dei signori della rocca o uccisi nel corso dei numerosi assedi che si succedettero a Maccastorna, affinché spade e lame conficcate nelle pareti del pozzo ne straziassero orrendamente le carni. Curioso rendersi conto di come, tra gli anziani contadini, ancora circolino memorie di lugubri e lamentose voci provenienti dai bui recessi del castello.
Nel 1486, signore di Maccastorna era Galeotto Bevilacqua. Senza eredi maschi, confidando in un beneplacito ducale rilasciatogli da Ludovico il Moro, si adoperò fino agli ultimi giorni di vita per far si che i propri beni feudali, in realtà vincolati da rigide leggi dinastiche, finissero in eredità alle figlie Bona e Lucia, ma, all’indomani della morte, i suoi fratelli Gherardo e Bonifacio, riuscirono a diventare i legittimi proprietari della rocca. Le figlie di Galeotto mai accettarono la perdita della “ loro” eredità, e, confidando nel prezioso aiuto di Teodoro Trivulzio, al tempo marito di Bona, ordirono la loro vendetta: divenuti Riccardo e Marcantonio Bevilacqua signori della rocca in seguito alla morte tanto di Gherardo quanto di Bonifacio, Teodoro si presentò da loro come parente e amico, ma, appena avutane l’occasione, pugnalò a tradimento prima Riccardo e poi, con l’inganno, il fratello. Questo racconto, in realtà piuttosto sconosciuto, è stato forse il pretesto per alimentare, soprattutto nel passato, le voci in merito all’esistenza di indefinibili presenze dimoranti nella rocca del Bel Pavone, ma, in realtà, è un più noto fatto di sangue che, attualmente, si propone come miglior artefice delle voci e delle dicerie che, soprattutto nelle afose notti estive, circolano a Maccastorna e nelle campagne vicine.
Nel 1405, Cabrino Fondulo, fedele capitano delle milizie agli ordini della potente e sovrana famiglia cremonese dei Cavalcabò, ottenne in dono da Carlo Cavalcabò, al tempo signore di Cremona, il castello ed il contado di Maccastorna. Cabrino è stato a lungo l’indiscusso padrone del maniero e, mai lesinando quella crudeltà di governo che lo rese temuto e rispettato, si operò per attuare radicali rinnovamenti all’intera rocca, perseguendo il dichiarato scopo di conferire al castello sia l’aspetto di una fastosa corte sia l’immagine di un imponente e funzionale complesso fortificato.

Nel 1406, Cabrino giudicò fossero ormai giunti i tempi per ampliare i confini di un dominio considerato stretto e soffocante ogni giorno di più e, tradendo la fiducia dei suoi antichi benefattori, ordì un vile e crudele stratagemma per impossessarsi della città di Cremona. Si narra che nella la notte del 24 luglio 1406, le stanze nelle quali trovarono riposo Carlo Cavalcabò, i suoi fratelli Giacomo e Ludovico, nonché il loro fidato compagno Andreasio, dopo un luculliano banchetto e abbondanti libagioni, se si vuol prestar fede alla versione più nota della leggenda, furono mute testimoni di un efferato delitto: i sicari di Cabrino uccisero nel sonno gli ospiti e tutte le settanta persone che li accompagnarono nella rocca. “ Quando il vento soffia tra feritoie e merlature […] e quando la luna piena rotola sull'orizzonte, chissà, fra quelle anime errabonde nel castello di Maccastorna potrebbe anche esserci quella di Cabrino Fondulo, con un'altra ostinata ambizione: quella di cancellare un destino scritto con l'orrore. Qualcuno incominciò, nell'800, anche a trovare giustificazione a quei fantasmi, scrivendo: « Ferma credenza già da gran tempo era fitta nell'animo di tutti che la Rocca di Maccastorna fosse abitata dalle anime gemebonde di quei tanti Ghibellini cremonesi che nell'assedio dell'anno 1270 furono trucidati. E i fuochi fatui e il fosforico marciume de' salici che sempre in quei grassi campi abbondano altro non erano, a detta loro, che apparizioni di quelle meschine anime; e il notturno sibilo di alcuni gorghi sia del Po che dell'Adda ivi costeggianti, dicevasi il gemer loro, e per ovviarne i funesti auguri nelle superstiziose pratiche vi avevano voga senza le quali il volgo si sarebbero creduti esposti ad ogni sorta d'insuperabili sciagure...»”. Nel territori lodigiano e nella vicina provincia di Cremona sono pochi coloro che all’oscuro dell’alone di mistero che aleggia sulla rocca di Maccastorna. Le leggende che gravitano intorno a queste ataviche mura, invero, sono relegate dai più in una dimensione favolistica e percepite come fantasiose note di colore. “ Ma, quando il vento soffia forte tra merli e caditoi […] allora sembra proprio di sentire delle voci, dei suoni umani che rimbombano. […] E poi […] ci sono porte che sbattono improvvisamente, passaggi murati, pozzi segreti” .

( Stefano Tansini)

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