A Flores sui laghi delle anime morte - di Edoardo Malvenuti

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http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1361384628457_0.jpgChi fa questo vince!». Bambini sulla pista che si giocano in fretta l’ultima azione, schermano gli occhi con la mano, l’aereo s’allinea, sgombrano di corsa. Aeroporto di Ende, Flores, Indonesia sudorientale: dove un atterraggio è ancora evento. Lontani dalle produzioni seriali di arrivi e partenze, dalla meccanica sicura dei trasporti occidentali, il viaggio resta qualcosa di festivo, sudato, mucchi di valigie e cartoni da imbarcare senza limiti di peso. Oltre un muretto basso e sbrecciato la gente s’accalca a snocciolare i passeggeri: in bassa stagione l’arrivo dei bule - in indonesiano, dei «bianchi» – monta uno stato d’eccitazione particolare tra i ragazzini e gli ojek, mototaxi di professione e d’occasione. 
 Ma è con un minibus  che spinge musica ad alto volume, che s’arrampica veloce tra frantumi e lavori della Transflores - sfregio d’asfalto che taglia seicento kilometri di giungla - che investe un cane, ne schiva un altro, carica e scarica passeggeri al volo, è così, senza fiato per la corsa e per il viola violento del tramonto, che si raggiunge il villaggio di Moni, alle pendici del Kelimutu. Quassù tre profondi laghi riempiono il cratere di questo vulcano: uno turchese screziato d’oro, l’altro verde, il terzo nero vetro. Sono colori densi come vernice che cambiano continuamente, e all’improvviso: c’è chi dice lo sciogliersi dei minerali, altri una magia antica. Del resto per i locali queste profondità sono un aldilà liquido e pagano. Qui riposano le anime dei morti: un lago per quelle dei giovani, uno per le più anziane anziani, mentre in quello scuro, il Tiwi Ata Polo, affondano i malvagi. Ma non deve stupire che nella cattolicissima Flores la parola di Cristo s’adulteri con credenze animiste: l’amalgama di religioni monoteiste e culti tradizionali si trova dappertutto in Indonesia. 
 Se a Giava l’islam è impastato a un sostrato culturale totalmente estraneo al credo musulmano, qui l’arrivo dei portoghesi all’inizio del millecinquecento ha lasciato altri segni profondi: dal nome all’isola – Flores, o dei fiori, – a tracce linguistiche nei dialetti locali. Gli europei arrivarono vangelo alla mano per fare degli indigeni dei perfetti cristiani: ci riuscirono, o quasi. Oggi ogni villaggio ha la sua chiesa, ma le credenze animiste hanno resistito all’impatto e svolgono ancora un ruolo centrale nella vita degli abitanti dell’isola. 
Così si scopre che la morte,piuttosto che all’alto dei cieli, è legata a doppio nodo con questa terra: alle acque, alle rocce, ai sentieri che portano alle pendici di un vulcano. Un’altra credenza vuole che intorno ai crateri del Kelimutu si possano fare incontri insoliti. Meglio, vedere e parlare con conoscenti che in quel preciso momento sono altrove. E stanno morendo. Succede questo a Flores, e non solo: ci si può ubriacare sulle tombe bevendo arak – distillato locale dai quaranta gradi o più – seppellire i propri cari nel giardino di casa, e preparare un piccolo altare con un crocifisso, del riso e dei biscotti, il giorno di Natale, per i familiari che non ci sono più. Vedere la morte sedersi a tavola, la fa meno terribile. Anche qui, dove la bassa intensità d’informazione che raggiunge l’isola ha permesso di conservare stramberie oscure resistenti allo smascheramento scientifico moderno: c’è la magia nera, praticata dagli stregoni, o dukun santet, statue di galli che parlano e pietre preziose a garantire l’invulnerabilità di chi le porta addosso. 
Sono piccole, rosse, brillano di notte, e solo i predestinati le trovano nella giungla. I cinesi se le volevano comprare per cinquecento milioni di rupie, ma la famiglia che le conserva da generazioni non le ha vendute. A ricordare che gli incantesimi non s’esportano. E in tutto questo, l’obbiettivo resta ristretto al villaggio di Moni e ai pugni di case che lo circondano. Dove donne dalle bocche sdentate masticano noce di betel, un frutto piccante dal blando effetto narcotico che ha fatto labbra e lingua d’un rosso sanguigno, altre ancora battono il riso in un grande setaccio di bambù strette in un sarung screziato a fondo nero. 
Questo tubo di stoffa vestito come una gonna è decorato con motivi che cambiano da villaggio a villaggio, lì, dove l’ordito è annodato a mano, un filo alla volta, e la tessitura di un solo pezzo può richiedere fino ad un mese di lavoro. In queste valli la vita si comporta come ha sempre fatto, scorre placida e selvatica: le ragazze, presto donne e mamme, le incontri passeggiare scalze col pettine infilato nei lunghi capelli nero inchiostro, mentre gli uomini, facili all’emosina – il temperamento focoso - finiscono per regolare ogni discussione con un machete da mezzo metro. Ma questa è solo una scheggia della composizione, perché i quasi due milioni di abitanti di Flores si dividono in cinque grandi gruppi etnici e linguistici: da ovest a est i manggarai, gli ngada, i lio, i sikkanesi e i lamaholot nella regione di Larantuka, avamposto portoghese nell’estremo est di quest’isola complessa e spersa. Che la puoi attraversare sul tetto di un autobus, tra gabbie di polli ed insalata, bucare, fermarsi, guidare senza fari nella notte. Per arrivare a Maumere, mettersi una maschera e farsi abbagliare dai coralli, o dalle stelle, quando si taglia la corrente verso sera e restano solo i cerchi delle sigarette accese. C’è qualcosa di definitivo in questo silenzio, mattina presto, di bassa marea, un bambino si avvicina con uno squalo preso all’amo. Lo stringe forte, non parla, non sorride.

Fonte: www.gazzettadiparma.it