" A piedi nudi sulla terra", il libro di Folco Terzani. Storie e suggestioni di un'India antica e profonda.

http://www.mentelocale.it/img_contenuti/collaboratori/grandi/folco-terzani.jpgStorie e suggestioni che raccontano un'India antica e profonda. Le parole del documentarista e scrittore. Pubblichiamo un estratto.


È così che, qualche mese dopo, mi sono ritrovato a Hampi in quella grotticina sotto le stelle. Una mattina, svegliandomi per terra e guardando in alto verso un gruppo di scimmie che correvano per i rami del banyan, mi sono reso conto di aver maturato un sogno che non avevo ancora realizzato: andare in giro per l’India da solo, a piedi nudi e senza soldi. Allora ho chiesto a Baba Cesare delle dritte.

«Siamo nelle mani di dio. Lui si occuperà di te.»

Mi sembrava una risposta irresponsabile. Io ero un po’ preoccupato.

Avrei voluto delle indicazioni concrete: dove andare, cosa portare, come comportarmi. Ma lui, ostinatamente, si rifiutava di darmele. Alla fine ha mandato un bambino al mercato a comprare un gilet di cotone, l’ha tinto di un colore arancione, e me l’ha dato.

«Mettiti questo e ora fai Baba Folco, per una settimana.»

Mi restava un dubbio. Dato che non parlavo bene l’hindi, come avrei fatto a spiegare chi ero e cosa facevo? Baba Cesare mi ha consigliato di fare il mauni, il voto del silenzio, così avrei evitato di perdermi in discorsi. Cosa facevo lo si doveva percepire e basta. Questo è stato un consiglio indispensabile per il viaggio.

[...]

Siamo tornati all’ashram e mi sono preparato a partire, spogliandomi di tutto, trattenendomi perfino dal portare penna e quadernetto per gli appunti. Avevo pochissimo tempo – volevo averne poco, perché avevo molta paura. La notte prima di mettermi in cammino si è sentito un pianto inquietante di là dal fiume. Il baba mi ha detto che erano gli sciacalli. Ha aggiunto di stare attento anche ai varani e al loro sputo, e alle piante di datura che crescono dappertutto.

Mi ha spiegato che il fiume è come una dea, è a lei che devi rivolgerti per ogni necessità. Se qualcuno mi avesse regalato qualcosa, sarebbe comunque venuto da lei. E così sono partito.

È stato uno dei più bei viaggi della mia vita, quello in cui più mi sono esposto. Sapevo solo che dovevo seguire il fiume. A tratti era impossibile perché mi si parava davanti la giungla, c’erano passaggi impraticabili, e allora dovevo tornare nei villaggi e da lì riavvicinarmi al fiume. L’unica regola era che il fiume non si poteva attraversare, bisognava sempre seguire il suo corso.

La prima notte mi fermo in un grosso tempio. Ci sono centinaia di sadhu perché è in corso una festa. Senza parlare, solo a gesti, faccio capire che sono un pellegrino e cerco un posto per dormire. Mi rispondono che è tutto pieno. Allora interviene un sadhu giovane e robusto, che sembra il capo. È seduto su una branda, rialzato, mentre gli altri sono distesi per terra, e mi dice di sedermi accanto a lui.

Scoppia un litigio. Un vecchio sadhu vuole buttarmi fuori. Secondo lui non sono uno di loro. Io non capisco molto perché parlano in hindi, ma in ogni caso non potrei giustificarmi, ho fatto il

voto del silenzio. Cerco di mantenere una calma assoluta. Accetterò qualsiasi verdetto, anche se ormai è tardi e non saprei dove altro andare. D’un tratto salta su un altro asceta: «Vieni con noi a fare il bagno nel fiume.»

So che è un tranello, perché se andassi a fare il bagno con loro vedrebbero che sotto il mio pareo non porto il perizoma, ma le mutande. Che un vero sadhu non indossa mai.

Mi sento giudicato male. Forse è vero, non sono uno di loro, ma anche io sto cercando, e da qualche parte dovrò pure cominciare!

Il sadhu giovane mi difende, mentre io mi rifiuto di fare il bagno spiegando a gesti che l’ho già fatto, grazie, lo rifarò domattina.

Alla fine raggiungono un compromesso. Mi portano al piano di sopra, anche questo pieno di asceti che riposano, e mi indicano un angolo dove hanno appena rifatto il pavimento con lo sterco di vacca ancora fresco. E io, senza esitazioni, mi ci distendo sopra.

Da quel momento tutto va liscio, mi concedono il privilegio di assistere alla festa notturna. Mi addormento, ma in mezzo alla notte sento della musica. In una grande sala tre donne in sari ballano, circondate da centinaia di sadhu. Una situazione che è dinamite: tre donne in mezzo a tutti quegli uomini – asceti, certo, però... Nella borsa ho dei cimbali e mi metto a suonarli.

Guardando con attenzione le danzatrici, d’un tratto mi rendo conto che non sono donne. Sono travestiti, eunuchi! La mattina dopo, per evitare il dramma del bagno, vado prestissimo dal capo del tempio, lo ringrazio silenziosamente e mi inchino davanti a lui. Lui mi mette in mano cinquanta rupie, meno di un euro. Mi vengono le lacrime agli occhi. Come straniero, specie nei posti turistici, ero abituato a essere visto come un portafoglio vivente. Adesso che sono vulnerabile, quel gesto di generosità mi tocca profondamente.

Riparto fiero con gli ottanta centesimi in borsa: se le cose si mettessero male potrò comprarmi un pezzo di pane.

Ogni giorno succedeva qualcosa. Ero in un’India profonda, antica. Ho incontrato un gruppo di pellegrini, pensionati, tutti vestiti di bianco, uomini e donne che sulla testa portavano grossi pacchi con pentole e cibo. Si erano concessi quel viaggio ed erano in strada da mesi. Subito mi hanno dato da mangiare e mi hanno proposto di proseguire con loro. La sera siamo arrivati a un

tempio gestito da un baba dolcissimo, con una lunga barba a fili bianchi, che mi ha invitato a cenare solo con lui. E mi ha raccontato una storia.

[...]

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( Fonte: www.mentelocale.it)

A piedi nudi sulla terra (Mondadori, 2011, 250 pp, 17.50 Eu) di Folco Terzani

Il libro

Un sadhu, un baba, è un uomo che si è tirato fuori dal gioco vano della vita. Fuori dalla vita sociale governata dai rapporti economici come dalla vita affettiva dominata dai sentimenti. Il sadhu non possiede niente: tiene acceso il fuoco, si dedica alla corretta esecuzione dei riti, comunica con il divino. Ma è sempre così? Per anni Folco Terzani ha conosciuto e frequentato baba di tutti i generi, dai più spirituali ai cialtroni, ha vissuto nella giungla, si è sottoposto a consistenti privazioni per penetrare nel cuore di un mistero che non ha mai smesso di sedurre gli uomini, le donne, i giovani di tutte le culture. Il sadhu protagonista di questo racconto incredibile è un italiano. La sua vita di errori e di equivoci, di ostinazioni e di rinascita, attraversa un arco lunghissimo, cha va dagli anni della controcultura hippy oggi, dal mondo senza frontiere e senza passaporti degli anni Settanta, attraversato in tutti i sensi dai magic bus, alle nazioni chiuse e blindate dei nostri tempi.

L'autore

Folco Terzani, quarantadue anni, scrittore e documentarista, è nato a New York e cresciuto tra Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokio, Bangkok e Nuova Delhi, seguendo gli spostamenti del padre Tiziano attraverso tutto il continente asiatico. A Pechino ha frequentato le scuole pubbliche, si è laureato in Lettere Moderne a Cambridge e in Cinema a New York. Ha vissuto per un anno nella casa dei morenti di Madre Teresa di Calcutta, esperienza dalla quale ha tratto per la televisione della Svizzera italiana il documentario Il primo amore di Madre Teresa.

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