" Amsterdam è una farfalla". Il nuovo romanzo di Marino Magliani

http://www.mentelocale.it/img_contenuti/collaboratori/grandi/amsterdam-ggg.jpgUna storia di libri, biciclette e canali per lo scrittore imperiese, olandese d'adozione. Ne pubblichiamo un estratto.

Dicono sia stato il gemito del neonato a svegliare l’universo: una parte dei gas liquidi si è staccata, rotolando poco lontano, e quando le ghiandole si sono gonfiate e hanno sputato via tutto il fuoco che contenevano le viscere, sulle ceneri si sono formate conche erbose, altipiani e creste appuntite. Poi di colpo tutto quanto è tornato a fermarsi, e il cranio del neonato è ghiacciato, lasciando la fontanella sotto il livello delle acque.

Dicono anche che il gas liquido perduto nell’atmosfera si fosse consolidato, gli angoli consumati dai venti, e fosse diventato la luna. Un giorno, il ghiaccio che copriva la terra si è spaccato inondando fin dov’era possibile, e solo la fontanella, questa specie di fossa a forma romboidale che gli umani chiamano Nederland, si è saldata, restando per gran parte sotto il livello delle acque. Ad oggi non è ancora emersa.

Mi annunciavano il rumore dei cerchi sul mattonato e i colpi della catena attorcigliata al tubo. Avevo imparato da Roland Fagel, il traduttore dei miei libri, a legare la bici ogni volta che la lasciavo alla Centraal Station. La sera avrei potuto portarmela a casa, nel senso che avrei potuto caricarla sul tetto del battello, e sarebbe stato un bene, perché una bicicletta, anche se da battaglia come la mia che non vale la catena col lucchetto, la sera dovrebbe rientrare con noi, e poi nel mio caso mi sarebbe servita per l’ultimo tratto di strada, quello che dall’imbarcadero percorrevo per andare a casa, nel quartiere di Zeewijk. Da anni abitavo nella cittadina di IJmuiden, che è uno degli angoli meno estremi della fontanella romboidale, esattamente all’imboccatura del Noordzeekanaal, un grande solco largo 270 metri e profondo circa 16, scavato nell’Ottocento quand’ancora si faticava a picco e pala, e regolato da un sistema di chiuse, che dal mare aperto porta le navi nel cuore di Amsterdam.

Dovete sapere che un tempo le navi entravano nel porto di Amsterdam dal Zuiderzee e raggiungevano lo IJ, il bacino con i suoi docks e le sue isolette e le sue penisole, ed è un po’ come se per tutta la vita foste entrati in casa attraverso una stanza e un giorno scopriste che ci si potrebbe entrare realizzando un corridoio. Il Noordzeekanaal era diventato il corridoio al mare, e così quello che una volta era stato l’ingresso del porto, ora era la vecchia stanza in fondo alla casa in cui non avevamo più motivo di entrare.

Il battellino era giallo e verde, e da lontano dava un’impressione di insetto galleggiante, perché quando partiva si alzava sulle zampe. Il servizio era eccellente – immagino lo sia tuttora – dalle 7 alle 23, estate e inverno, ogni mezz’ora un traghetto collegava IJmuiden alla Centraal Station di Amsterdam. È un viaggio che consiglio, i motori si accendono, il battello sembra gonfiarsi, e prenderà a rimbalzare sulle acque come se desse delle sbilenche zampate.

Ogni tanto all’incrociare carghi ben più pesanti ne scavalcherà le onde e in meno di venticinque minuti sarete a IJmuiden. Attraversatela fino a Zeewijk, il quartiere sul mare fatto di palazzi lunghi come talpe, che si perdono nelle dune, e poi, sempre per piste ciclabili e comode, arriverete in cima a una salitina e lassù c’è il mare. Lungo il tragitto troverete sempre qualche viskraam, che sono delle specie di roulotte con una grande finestra dove vi vendono il pesce fresco e ve lo cucinano sul momento.

Se vi piacciono le aringhe vi consiglio quelle del Visstek di Zeewijk.

Ad Amsterdam ci venivo giusto ogni tanto, se dovevo fare qualche ricerca in biblioteca o all’Istituto, o a comprare un libro in lingua italiana alla Libreria Bonardi, che non era granché distante da dove mi lasciava il battello. A sinistra della Centraal Station si va lungo lo IJ, e si passa per Prins Hendrikkade.

Al numero 108 c’è l’Hotel Amrath, un edificio che sembra sia stato pensato sul modello della Gotham di Batman. L’impressione è quella di una prua di nave rivolta verso lo IJ. Lasciata la Prins Hendrikkade, si giunge a una via che si chiama Entrepotdok. Un tempo erano magazzini sul canale, ora sono negozi e uffici, caffè. Al 26 c’è la Bonardi. Giulio Mozzi, uno che di narrativa italiana pare se ne intenda, ha detto che la Bonardi possiede il più completo e il migliore assortimento di libri italiani. Dalle parti della libreria c’è anche Artis, natura artis magistra, lo zoo

di Amsterdam.

Frequentavo poco Amsterdam, dicevo, ma da una settimana ci venivo ogni giorno perché avevo accettato di scrivere un libro sulla città. Mi era stato commissionato da una casa editrice italiana: raccontare Amsterdam dal punto di vista della bicicletta. Ma il progetto stava prendendo questa piega pericolosa: una specie di guida che assomigliava a un racconto in cui le mie pedalate lungo i binari del tram, e le frenate e le leggere rincorse per arrivare sul dorso d’asino dei ponti che a volte sembrava di guadagnare lo Stelvio, dovevano servire da impalcatura alla descrizione dei posti. Dosare il tutto, come il cuoco, ad esempio raccontare come le persone in bicicletta, al contrario di quanto succedeva a me, si muovevano armonicamente, simili ai banchi di pesci disturbati dall’orca che si sparpagliano e si ricompongono subito altrove. E poi far notare che in mezzo a quel traffico di pedali e caos di campanelli che avrebbero dovuto segnalare emergenze, alla fine frenavo sempre solo io.

Chiedermi come fosse possibile che la stirpe biciclettata fosse sempre così sicura del fatto che il passante avrebbe attraversato la strada in tempo, e la macchina non si sarebbe fermata e allora bisognava scansarla, mentre io stavo già inchiodando coi piedi sui pedali.

Non usavo una bici coi freni a mano, ma a pedali, omafiets, bicicletta della nonna, così chiamano questo modello. E già mi vedevo costretto a elencare i vari tipi di bici e a dire che in Olanda ci sono biciclette per ogni età, gusto e funzionalità, con uno o due seggiolini per i bambini, col carretto davanti o dietro per i bambini o i cani, con la sella come un’amaca e la postura del ciclista che pedala da sdraiato, bici con le casse di birra sul manubrio, bici taxi.

Per non riempire il libro di sole cose del genere, avrei fatto persino qualche confessione: la paura che ho sempre avuto da bambino, un vero e proprio terrore della bici, salirci mi faceva sudare le mani e mi procurava la stessa angoscia delle arrampicate su un albero. Era come guardare il vuoto da un tetto. Alla brutta piega che stava prendendo il libro ci pensavo mentre andavo all’Istituto Italiano di Cultura per i Paesi Bassi, il bel palazzo dove avevo presentato tanti libri, che si trova al 564 di Keizersgracht, che è uno dei più bei canali. Ora ti siederai al tavolo della biblioteca dell’Istituto, mi dicevo, e scriverai che gli altri canali importanti accanto al Keizersgracht sono il Singel, e l’Herengracht, e il Prinsegracht, e che le loro acque proseguono parallele e fanno un tragitto a semicerchio. Camus, dirai, ne La caduta li chiama i gironi concentrici dell’inferno. E spiegherai che i canali formano una ragnatela, il ragno tesse i suoi semicerchi snodando per ognuno di essi due strade, collegate l’una all’altra tramite una serie di ponti.

Di qua e di là delle strade stanno gli edifici, che qui chiamano pand. E poi avrei invitato il lettore a seguirmi lungo il Keizersgracht, che dalle parti dell’Istituto è molto elegante, pieno di gallerie d’arte, di ringhiere verniciate e piccole scalinate fatte di quella pietra grigio-nera. Alcune scalinate scendono alle cantine, altre terminano in una botola di legno sprangata con i lucchetti.

La biblioteca dell’Istituto era deserta. Dissi al bibliotecario che sapevo da me dov’erano le riviste. Le scelsi dagli scaffali della sezione scientifica. Una ventina di numeri di «Ons Amsterdam», architettura e storia, società, vecchie cartografie coloniali, documenti sulla deportazione, il fiume Amstel, i canali navigabili, l’economia. Addirittura un numero sulla bicicletta, con una guida di fine Ottocento per i ciclisti di Amsterdam che avevo già letto e saccheggiato assieme all’Olanda del mio conterraneo De Amicis. Me le portai al tavolo.

Dopo un po’ mi accorsi che stavo lì, a fissare la pioggia oltre la vetrata. Non trovavo nulla di stimolante sulle riviste e non sapevo nemmeno cosa cercavo, anche se conoscendomi mi sembrava molto importante avere rinnegato in tempo il progetto di un libro strutturato come una

guida letteraria, perché se avessi riempito una cinquantina di pagine di cose del genere, poi non sarei più stato capace di tornare indietro.

La svolta avvenne in quegli istanti. Non posso dire se fu perché da un momento all’altro, dal buio della pioggia, come succede in aprile, i vetri si illuminarono che pensai alla luce di Amsterdam. Come nascono le idee non ce lo ricordiamo quasi mai, certo credo che qualcosa di strano sia successo proprio guardando la vetrata. Mi alzai e posai le riviste, poi uscii, saltai in sella (in realtà non è mai per me un vero e proprio salto) e mi misi alla ricerca di una cosa.

Avevo letto una storia sulla luce di Amsterdam. Un libro che avevo trovato alla Bonardi. Narrava la storia dei Vitali, una tradizione di spazzacamini. Il pioniere era stato Giuseppe, giunto ad Amsterdam nel 1844, bisnonno di P.W. Vitali (1887-1971), che era stato il fondatore dell’Algemene Nederlandse Schoorsteenvegers Patroons Bond. Bovenkerk, l’autore, aveva raccontato l’epopea della gente di Druogno, il paese italiano ai confini della Svizzera da cui

provenivano gli spazzacamini, e dove ancora si parlava qualche parola di olandese. In Olanda la comunità degli spazzacamini italiani abitava nel vicolo di Schoorsteenvegerssteeg, vicino alla Libreria Brinkman, tra il Singel e Spuistraat. Lì aveva vissuto anche un certo Camozzi, che ad Amsterdam pare avesse fatto una mezza fortuna, e aveva comprato la casa di fronte alla sua e forse anche quella accanto e buttato giù i piani superiori perché nel vicolo entrasse più luce.

Legai la bicicletta a uno dei paletti di fronte al Begijnhof ed entrai nel portone. C’era pace, sembrava subito d’essere usciti da Amsterdam. Il Begijnhof mi ha sempre fatto quest’effetto. In italiano significa il Beghinaggio, il Convento delle Beghine. Si trova in Begijnensteeg, tra la Kalverstraat e Spui. Intorno al cortile, le case, coi loro giardini, dove le beghine, ossia quel tipo di religiose che avevano scelto il monastero senza pronunciare i voti, si raccoglievano nella

preghiera. ( Fonte: www.mentelocale.it)

Amsterdam è una farfalla (edizioni Ediciclo, 2011, 224 pp, 13 Eu) di Marino Magliani

Tra i canali e i sotterranei della capitale olandese, un intreccio oscuro che solo le avventure del protagonista in sella alla propria due ruote riuscirà a rischiarare. Una guida alternativa che accompagna il lettore, a pedali, alla scoperta del volto misterioso di Amsterdam.

Il libro

A uno scrittore viene commissionato un libro su Amsterdam. Il punto di vista è quello della bicicletta. Il suo è un viaggio che inizia dal Mare del Nord dato che l'autore vive da anni sulla costa olandese. Lo accompagna il suo traduttore, Roland Fagel. Un libro fatto di pedalate lungo i canali, come una sorta di reportage narrativo dal sellino, ma che fin da subito non gli sembrerà un lavoro facile, perché il testo che lo scrittore aveva in mente si trasforma, e da innocente guida letteraria sulla città, piena di citazioni e curiosità, di paralleli tra la sua Liguria verticale e l’orizzontalità olandese, diventerà un vero e proprio viaggio nei sotterranei di Amsterdam. Egli scoprirà che le persone che Roland Fagel gli fa incontrare - tra di loro una famosa giornalista, un contadino che coltiva verdura biologica a Broek, un misterioso uomo di affari -, e che gli vengono presentate come membri di una felice associazione di amici della bicicletta, in realtà nascondono un passato di lotta contro le istituzioni e segreti inquietanti risalenti a trent’anni prima, quando la città venne sconvolta dai lavori per la metropolitana. E Amsterdam, la città che più di ogni altra assomiglia a una ragnatela di canali e strade che si diramano a semicerchio e viaggiano paralleli per rientrare nel grande fiume IJ, agli occhi e all’immaginazione dello scrittore, mentre esplora un labirinto fatto di sotterranei dove si trovano i cimiteri di biciclette della città, prende le sembianze di una talpa che, all’improvviso, diventerà una farfalla.

L'autore

Marino Magliani (Dolcedo, 1960) è uno scrittore e traduttore italiano. Vive sulla costa olandese. Tra le sue opere il romanzo storico L'estate dopo Marengo (Philobiblon, 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi, 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi, 2008), La tana degli Alberibelli (Longanesi, 2009) e La spiaggia dei cani romantici (Instar libri, 2011).

I suoi racconti sono tradotti in olandese e sono usciti sulla rivista Nuovi Argomenti e su antologie Guanda e No Reply.

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