'Arte Povera 2011' alla Triennale di Milano

http://www.mentelocale.it/img_contenuti/collaboratori/grandi/Giulio%20Paolinicop.jpgLo aveva predetto Grandville due secoli fa. Il caricaturista dei mondi capovolti aveva immaginato un quadro, trasportato da decine di uomini, di dimensioni così gigantesche da non potere entrare attraverso la porta del Salon di Parigi.

Un'arte dalle dimensioni sempre più importanti, che brama ampi spazi. Quanto grandi? Meglio non chiederlo a Germano Celant, che per la sua mostra Arte povera 2011 ha voluto l'Italia.

«L'arte povera è un sogno - afferma il critico -, un'utopia che inizia nel 1967. Questa mostra è un'operazione che propone una rilettura storica della ricerca sull'arte povera. Una ricerca che ha bisogno di spazio. Tutti i percorsi museali sono costretti a fermarsi alla metà degli anni Sessanta per contingenza di spazi, ma per capire l'arte contemporanea c'è bisogno di questi spazi».

E Celant è riuscito a trovare uno spazio espositivo che si aggira intorno ai 15 mila metri quadrati, dove ha allestito circa 250 installazioni ambientali datate dal 1967 al 2011, una selezione di 50 opere di artisti europei e americani in mostra per 7 mesi, nelle 8 istituzioni coinvolte: il Castello di Rivoli, la Galleria nazionale d'arte moderna di Roma, il GAMeC di Bergamo, il MADRE di Napoli, il Mambo di Bologna, il MAXXI di Roma, il teatro Margherita di Bari, la Triennale di Milano.

Al piano terra di viale Alemagna 6, nella galleria dell'Architettura, disegnata da Gae Aulenti, sono allestite personali degli artisti storici della tendenza poverista.

Si inizia con Alighiero Boetti, che nel tessuto ricama I mille fiumi più lunghi del mondo e Mimetico, e nella luce costruisce un Pavimento luminoso. Le sue parole raccontano l'anno generativo l'Arte povera: "Il '67 è stato un anno esplosivo per me e per tutti. Era un momento di grande eccitamento, anche a livello materiale: la scoperta, l'entusiasmo dei materiali, che hanno portato alla nausea. Era tutto molto empirico allora".

Concettuale è l'approccio di Giulio Paolini, che riflette sulle icone plastiche con Early Dinastic, un tempio fatto solo di quattro colonne che niente sostengono, mentre Jannis Kounellis si confronta con i materiali: il ferro, il carbone, i sacchi di iuta cuciti tra loro, sozzi, puzzolenti e rampicanti sui muri. Pino Pascali preferisce la lana d'acciaio con cui realizza Cavalletto e Coda, un dreadlock formato gigante.

Dal canto suo, Pier Paolo Calzolari coniuga ricerca concettuale e materiale. Esemplare in tal senso Rapsodie inepte, dove foglie di tabacco della Virginia sono attraversate da un tubo fluorescente azzurro, memore delle tautologie di Bruce Nauman.«Il ricorso al tabacco nel Rapsodie inepte - spiega l'autore - è l'immissione del dubbio. È una foglia con un fascino e con un aroma, possiede un'organicità latente non scoperta».

Accanto Luciano Fabro riporta il discorso sull'importanza dello spazio. «I miei lavori - affermava il torinese - visto che occupavano praticamente un'intera sala, nascevano per dare valore allo spazio». In cubo, per esempio, lo valorizza con la sua forma misticamente perfetta. Si tratta di un parallelepipedo abitabile di cotone, velcro, metallo e legno, costruito per persone alte 1.75 m e con analoga apertura di braccia. Dal pavimento i rumori legano all'ambiente esterno.

Le opere esposte sono riproduzioni, che non possono essere sperimentate ma che continuano a essere fisicamente attuali, perché questo tipo di arte si adatta al contesto in cui vive. Come e soprattutto i quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto, che nella sua opera incorpora lo spazio circostante in cui è inserita e persino il visitatore.

L'ultima personale è di Mario Merz, che recupera rifiuti, igloo, ombrelli e oggetti d'altro genere, e li infilza con neon, a dimostrare che i corpi sono attraversati da altri corpi, ma anche lo scontro tra attività artigianale e artificiale.

La scala a chiocciola, che risale di fronte alla torre Branca di Giò Ponti, porta al primo piano, dov'è una jam session di opere d'arte che suonano insieme. Tornano i grandi del piano di sotto, cui si aggiungono Giuseppe Penone e i suoi alberi penetrati dallo scalpello, Gilberto Zorio e le sue entità simboliche e Giovanni Anselmo, tutti a spostare l'attenzione su motivi cosmici.

Il corteo di arte povera si chiude dietro lo strascico colorato dell'Amore e Psiche di Giulio Paolini - una sorta di rivisitazione della più nota Venere degli stracci pistolettiana - che contrappone l'ordine classico tradizionalmente appeso al muro e il disordine contemporaneo voluminoso invasore degli spazi. ( Fonte: www.mentelocale.it)

Autore: Laura Cusmà Piccione

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