Arte Povera 2011: MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna - Castello di Rivoli

http://www.italica.rai.it/immagini/arte/artepovera2011/penone_albero11metri.jpgErano gli anni Sessanta - quelli delle grandi utopie e della sperimentazione culturale più audace - quando Germano Celant, giovane critico d’arte genovese, inizia a frequentare tra Torino e Roma gli artisti che allora si stanno affacciando sulla scena - Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Pino Pascali, Jannis Kounellis, Mario e Marisa Merz, Pier Paolo Calzolari, Gilberto Zorio, Lucio Fabro, Emilio Prini, Giuseppe Penone, Giovanni Anselmo - e si accorge che anche in campo artistico il vento sta per soffiare altrove. “Gli artisti in quegli anni avevano bisogno di rompere qualsiasi tipo di schema. Avevano voglia di buttarsi, di andare contro”, ricorda oggi Celant. In quelle serate passate insieme a discutere, si delinea una visione iconoclasta in cui l’arte si mescola con la materia ruvida dell’esistenza. Si fa strada il concetto di arte come guerriglia, come specchio di un disagio di fronte alla società opulenta. E allora basta con la pittura e la scultura in favore di un’arte quotidiana che richiedesse la partecipazione attiva dello spettatore attraverso la più ampia varietà di soluzioni formali: installazioni, performance, foto e video. Basta con l’opulenza del pop a favore di elementi primari e materiali poveri come il ferro e la carta, l’acqua, il fuoco, la terra la pietra e e il vetro, il legno e il carbone, l’elettricità e gli stracci. Basta con la rappresentazione degli oggetti o della materia, quando a imporsi è la loro più semplice fisicità. Per sancire questo gesto di rottura con il passato, il critico genovese conia allora una definizione destinata ad avere grande e duratura fortuna: Arte Povera. Nell’ottobre del 1967 avviene il battesimo del movimento con la mostra “Arte povera – Im spazio” alla galleria Bertesca di Genova e con il saggio-manifesto “Arte povera. Appunti per una guerriglia” che Celant pubblica nella rivista “Flash art”. Sono questi gli inizi ufficiali di uno dei movimenti di maggior impatto sulla pratica artistica degli ultimi decenni e che riporta l’arte italiana al comando della scena internazionale. Nel Novecento era successo solo un’altra volta, con il Futurismo. Con l’Arte Povera “un’arte che trova nell’anarchia linguistica e visuale, nel continuo nomadismo comportamentistico il suo massimo grado di libertà ai fini della creazione”, parole come libertà, anarchia, creazione entrano una volta per tutte nel patrimonio linguistico dell’arte.

Oggi, a 44 anni di distanza tutta l'Italia celebra l'Arte Povera con una monumentale mostra-evento che ha l’ambizione di esporre l’intero percorso creativo del movimento d’avanguardia distribuendone le varie fasi e i singoli momenti in otto sedi di prestigio: dal Castello di Rivoli alla Gnam di Roma, dalla Gamec di Bergamo al Madre di Napoli, dal Mambo di Bologna al Maxxi di Roma, dalla Triennale di Milano al Teatro Margherita di Bari.

Un arcipelago di mostre che mettendo insieme 250 lavori storici e recenti dei tredici poveristi italiani, affiancati da 50 opere di artisti europei e americani, esponenti di movimenti legati all’Arte Povera, si propone come un viaggio nel tempo dal 1967 al 2011 attraverso avvenimenti nazionali e internazionali che hanno avuto come protagonisti gli artisti dell'Arte Povera.

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

Arte Povera 1968

La rassegna prende spunto dalla prima storica mostra del movimento che si tenne in questa stessa città emiliana, alla Galleria de' Foscherari di Bologna tra il febbraio e il marzo di quell'anno, e ne riprende opere, intenti e atmosfere grazie a una ventina di installazioni di culto, a una sezione documentaria di grande potere evocativo, e a un lungo video che ripesca frammenti di storia “in progress”. Ai ritratti in bianco e nero dei protagonisti dell'Arte Povera realizzati tra il 1968 e il 1987 dal fotografo Paolo Mussat-Sartor posti in apertura, la rassegna bolognese affianca pezzi forti come l'autoscatto di Giovanni Anselmo del 1971 intitolato “Entrare nell'opera”, dentro cui l'artista si affretta da quarant'anni per raggiungere il punto focale dell'autoscatto; o come l'“1 metro cubo di terra” di Pascali del 1967, con i suoi rimandi alla riflessione sul minimalismo americano; le “Patate” di Penone e il “Pavimento” di Fabro del 1967. In mostra anche, centinaia di documenti che mostrano la vitalità impressa dall'Arte Povera alla scena artistica: i “Libri secondo l'arte Povera, dal 1966 al 1980” i manifesti delle mostre storiche, i cataloghi, pezzi unici come il poster con cui Pistoletto invita alla collaborazione per la XXXIV Biennale veneziana, gli inviti scritti a mano della mostra tenuta da Sperone nel 1969. In chiusura un film-documentario realizzato con sequenze d'epoca racconta con le voci dei protagonisti la sensazione che l'Arte Povera fece in Italia e in America.

Castello di Rivoli

Arte Povera International

La rassegna, che si snoda attraverso i due piani del palazzo sabaudo, rilegge non solo l'Arte Povera, ma il periodo storico attraverso un serrato confronto tra le opere dei protagonisti del movimento con quelle dei maggiori artisti della scena internazionale degli anni Sessanta e Settanta, bodyartisti e landartisti, artisti concettuali, minimalisti, pop, ad attestare affinità elettive e frequenza di contatti e di scambi. Il percorso della mostra, scandito dalle sale dedicate a ognuno dei tredici poveristi (ma loro lavori si trovano anche nelle altre stanze), alterna sezioni personali e ambienti in cui sono giustapposti lavori di artisti diversi. Alcuni abbinamenti poi restituiscono situazioni espositive originarie, come avviene, al secondo piano, nel caso della sala di Keith Sonnier, Bill Bollinger e Zorio che esposero insieme a Berna. Il “Ponte levatoio” in acciaio e compensato di Pino Pascali, in prestito dal Kunstmuseum Liechtenstein, dialoga con la “Chair” di Richard Artschwager proveniente da Sprüth Magers, Berlino-Londra, e con la rossa auto da corsa di Scarpitta, della Collezione Vaf, in prestito dal Mart: tre opere accomunate dal forte carattere oggettuale. I due tronchi dell'”Albero di 11 metri” di Giuseppe Penone si confrontano con il collage fotografico “Cometa terra/cielo/terra” di Jan Dibbets e il “Cerchio di Fango”di Richard Long, e con la “Linea di tempo” di Oppenheim. E ancora il Respiro di Anselmo convive con il grande murales dell'artista camminatore inglese Hamish Fulton, e la “Radiazione” di Robert Barry. ( Fonte: http://www.italica.rai.it)

Informazioni

Bologna, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

dal 24 settembre al 26 dicembre 2011

Rivoli - Torino, Castello di Rivoli - Museo d'Arte Contemporanea

dal 9 ottobre 2011 al 19 febbraio 2012

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog