Cambogia un Paese mille templi - di Edoardo Malvenuti

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1368618867005_0.jpgSiediti qui. E guarda: l’acqua cola nera e lenta nel fango tra  le palafitte. Siediti, su questo argine di cemento. Ascolta il Mê Kông, il «grande fiume» che solca l’umidità, il sudore, la notte di Phnom Penh. Le zanzare sciamano nella luce dei lampioni. Riempi il brusio alle spalle con le forme dei palazzi, gli incroci delle strade, le facce dei passanti. Poi smetti ogni rumore, immediatamente il silenzio: resta un città vuota. Palazzi deserti, bossoli sul selciato, un paio d’occhiali fracassato per terra. Non un uomo. Indietro al 17 aprile 1975: i khmer rossi di Pol Pot entrano nella capitale. Ci sono ancora le foto in bianco e nero di quel giorno: i sorrisi della gente, le bandiere, il chiasso, la festa, prima dell’inferno, un attimo prima, uno iato, il terrore, poi più niente.
La popolazione intera accoglie a braccia spalancate la rivoluzione arrivata a prendere Phnom Penh, quella del partito comunista cambogiano, o di Kampuchea. Non ha il tempo di realizzare la catastrofe, che già succede. In pochi giorni le casacche nere del partito, fucili bastoni pistole alla mano, svuotano una città che all’epoca conta circa tre milioni di abitanti. L’intera popolazione è deportata nelle campagne. Un'aberrante teoria di azzeramento della società, della storia, dell’uomo, che degenera in un tritacarne durato fino al 1979 con l’arrivo dell’esercito vietnamita e la rotta definitiva dei khmer rossi. Se ha un senso contare i morti di questo genocidio intestino, siamo nell’ordine dei milioni, se si cerca un emblema della tragedia, è la scuola elementare di Tuol Sleng, la prigione S21 nel centro della capitale. Nelle aule vuote qualche ferro arrugginito è buttato per terra, l’aria è ferma, spessa come lana bagnata. Celle che a vederle soffochi, per uomini donne bambini torturati qui dentro. Poi massacrati nei campi di Choeung Ek, pochi kilometri fuori dalla capitale. Anche quelli si possono visitare. Mucchi di ossa e di teschi. Che oggi sono venduti come gite di mezza giornata dagli autisti di tuk-tuk ai bianchi. Da pagare in dollari americani, i soldi per turisti in questo Paese spopolato, incastrato tra Vietnam e Thailandia. Notte di Phnom Penh, oggi. Il mercato avvolto nella cerata dei teloni, il palazzo reale, sotto le sue guglie d’oro, nascosto dietro una pesante muraglia guardata a vista dai militari, i ristoranti occupano le strade con schiere di tavoli incerti, di seggiole malferme. Uomini svestiti stanno coricati sulla soglia di casa, a torso nudo cercano sollazzo dal fiato bollente dell’asfalto.
 Le vie intorno al lungofiume si animano d’un via vai di turisti, che riempiono altri bar, altri ristoranti. Altri locali dalle insegne rosse, uno dopo l’altro, hanno ragazze svestite all’ingresso. La notte a pochi dollari continua sempre fino al mattino presto. Con la certezza che l’indomani sarà un giorno troppo caldo. E ancora di più se si decide di passarlo sotto le arcate del mercato centrale, dove si trovano contraffazioni d’ogni sorta, di fianco a abbondanti vassoi d’insetti fritti: ragni, scarabei, neri, duri. O qualche libro dove ci trovi la leggenda delle origini di questa città: la storia dell’anziana Penh che scopre un’immagine di Buddha spinta su queste rive dalla corrente. Ancora nel niente di quella terra la porta nella propria casa in collina - phnom in lingua Khmer. Dopo viene un santuario, una città, una capitale. È questa adesso, senza colline, ma che porta ancora il nome della sua mitica fondatrice. È questa adesso, dove ci trovi il Museo Nazionale, edificio a pagoda, a spirali rosse, dove una statua in bronzo reclinato di Vishnu ti inchioda con la sua posizione molle, il suo sguardo perso oltre. Forse verso un’altra storia, antica e grande, quella del grande regno Khmer che tra il IX e il XV secolo occupava gran parte dell’attuale Indocina. Che per raccontarla bisogna fare qualche ora di viaggio verso nord, a Siem Reap, a cercare i templi di Angkor sparpagliati nella giungla. In bicicletta attraverso il complesso religioso più grande del mondo, che conta più di mille edifici, il cui emblema è l’Angkor Wat, la cui effigie stilizzata sta sul rosso e blu della bandiera cambogiana. Attraverso gallerie, bassorilievi di dei terribili, cortei di demoni, scimmie che ti attraversano la strada, fischi d’uccelli strani dagli alberi. Per arrivare all’Angkor Thom, e al suo portale maestoso, le sue teste smisurate attaccate dal muschio, architetture inghiottite dalle radici. Boccheggi per l’afa, cammini sulle rovine disastrate. Nel mistero che ancora impregna questi luoghi, che ormai traboccano di turisti, ma resta qualcosa, difficile da dire, quando verso sera, che cala il sole sulla pianura, viola perla, sopra le palme, un monaco avvolto nella sua tunica arancione cammina sul ciglio della strada, rientrando in città, sulla due ruote, una classe di bambini in uniforme bianca sta nel campo di fianco alla strada a fissare una ruspa che sventra una palma. Sono sagome nel tramonto, su terra bruciata preparata per la nuova semina. Un altro giorno si ritira dietro questo orizzonte largo, dietro queste case di legno, dove i piccoli rincorrono uno pneumatico a piedi scalzi, i grandi riposano sulle amache. Una moschea ha gridato alla preghiera. E si è sentito forte.
Fonte: www.gazzettadiparma.it

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