'Cézanne. Les ateliers du Midi' a Palazzo Reale - Milano

http://www.mentelocale.it/img_contenuti/collaboratori/grandi/copcz.jpgÈ l'innovatore del linguaggio artistico del Novecento, che a fatica ne comprese la portata rivoluzionaria. Perché Paul Cézanne ha cambiato la linea dell'arte. A Palazzo Reale, fino al 26 febbraio 2012, 'Cézanne. Les ateliers du Midi' mostra circa 40 opere del maestro di Aix-en-Provence, che nel 1861 arrivò nella Parigi degli impressionisti, chiamato dall'amico Zola.

Studia all'Académie Suisse, una delle prime accademie private parigine, dove si adottava un metodo di insegnamento più aperto rispetto a quello tradizionale. La scuola si trovava «in un vecchio e sordido edificio dove un noto dentista cavava i denti a un franco l'uno - ricorda John Rewald in The History of Impressionism -. E dove, pagando una piccola somma, gli artisti potevano lavorare direttamente sul modello vivente, senza esami o lezioni private».

Qui fu Camille Pissarro a notare lo strano provenzale, di cui i compagni deridevano i disegni dal vero. Non tutti. Anche Monet e Renoir ne apprezzavano il lavoro. Emile Bernard di lui disse: «Più che un pittore, Cézanne era la pittura stessa divenuta vita. Non c'era un istante in cui egli vivesse al di fuori di essa: era come se, tra le dita, egli tenesse sempre il suo pennello».

E Cézanne come si ritrae? Il percorso espositivo ce lo rivela al suo principio con un Autoritratto datato 1875. Paul si dipinge a 36 anni come un uomo barbuto dallo sguardo intenso fisso e indagatore dello spettatore. Pennellate robuste contrastano luce e ombra, lumeggiature verdi ne evidenziano l'atteggiamento riflessivo. Dietro un paesaggio.

Una pittura di genere, come la natura morta, i due soggetti più frequentati da Cézanne. Il paesaggio era il motivo centrale degli amici impressionisti. Cézanne addirittura ne morì nell'ottobre 1906, quando contrasse la polmonite per avere dipinto en plein air, nonostante fosse scoppiato un temporale.

Con il tempo, le sue vedute diventano sempre più composizioni di forme pure e colori brillanti. Lo stesso vale e appare con maggiore evidenza nelle nature morte dove l'operazione di sintesi riduce le mele in sfere, le pere in coni, privi di peduncolo, perché forme. «Non si dovrebbe modellare - diceva l'artista - si dovrebbe modulare».

Cézanne approda a quella che Filiberto Menna definisce la linea analitica dell'arte: unisce secondo lo storico «l'assunzione critica del codice attraverso lo studio dei classici e il momento della decostruzione del codice stesso mediante un processo di riduzione agli elementari del linguaggio».

Anche il colore subisce una destrutturazione, diventando segnico. Basta percorrere le diverse sale di Palazzo Reale per accorgersene: la stesura a campiture di colore presto cede a tratti orientati secondo direzioni sistematiche e, per questo, diverse dalla pennellata libera propria del divisionismo.

Gli studi della pittura classica sono altrettanto evidenti in mostra. Nelle nature morte, per esempio, compare il teschio, elemento iconografico tradizionale del memento mori. E poi ci sono riferimenti ai grandi maestri con cui si misurava, come l'amato Poussin, Rubens e i fiorentini. A quest'ultimi allude palesemente nella Primavera in rosso con in mano una corona di fiori. Si tratta di uno dei quattro dipinti del ciclo murale sulle Stagioni, eseguito tra il 1860 e il 1861 per la casa paterna.

La Primavera ricorda quella del Botticelli, soprattutto nella citazione dei fiori nel prato. Autunno è vestita come Biancaneve, l'Inverno è seduta al fuoco con una Madonna che si intravede dietro, l'Estate raccoglie in grembo spighe. Sembra una matrona che veste i colori della bandiera francese, seduta, ma in piedi.

Cézanne firma le Stagioni Ingres, l'elegante Raffaello neoclassico. Un'ironia per beffeggiare tutto quello che di lì a poco avrebbe azzerato nell'intuizione della pittura come linguaggio. ( Fonte: www.mentelocale.it)

Autore: Laura Cusmà Piccione

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