" Colombia, terra da brividi e frenesie" di Edoardo Malvenuti

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http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1357745962867_0.jpgPomeriggio presto, caffè deserto. Non c’è partita sul verde del biliardo. Quando il sole gira lo zenith, è l’ora del silenzio. Un paese riposa dopo pranzo, è Salento. Che sembra di camminare in un romanzo, nel saliscendi lillipuziano di facciate di legno, colori violenti, fiori tropicali. È un cartoccio di campi e colline, di piantagioni fitte, palme da cera brillanti come ossa lunghe al cielo. E Trilla di vetro il cascame delle foglie nel vento breve. Dentro la zona cafetera di Colombia, gelosa e placida identità di provincia, ancora più lontana, se possibile, dalle otto, dieci ore che la dividono dalla capitale. Qui si ripete quotidiano il rito del caffè, il migliore del mondo. Fischia e sgocciola la mastodontica macchina, s’arroventano le cromature, ricordano gli alambicchi, quando la miscela riempie la tazza. Fumacchio sul bancone e aroma sparpagliato fino in strada. Che insiste, ma fino a un certo punto: poi c’è lo sterrato, il trito rumore dei sassi, una casa colonica rassettata per i viaggiatori.   Alla Serrana, dove il cortile è un incastro di teste d’ortensie azzurre e giallo schizzato di catene d’helicoidea. Aspettare, dietro questa staccionata, dentro le pagine umidicce di Sepulveda – qui rivelato, o ritrovato – il buio. E allora, il barbaglio delle lucciole ipnotizza ritagli d’orizzonte, campi magnetici, di fronte. Erano spazi di breve durata, o stelle di terra. Come ci divertivamo a chiamarle. Ma non a lungo, il viaggio è altra cosa, molta strada oltre i vetri sfocati di una corriera.
Verso Bogotá, traffico fitto, casse di vuoti a rendere sul marciapiede di periferia. Era altro, e di un grigio esagerato dalla pioggia che rastrella dappertutto. Di una capitale è significativo ingolfarsi nel traffico spesso e respirarne l’alito malaticcio, pesante. Si possono ignorare volontariamente musei, chiese, a volte. Per preferire il dedalo di un quartiere coloniale, la Candelaria, che riflette l’irrequietezza dei suoi giovani accovacciati a bere birra sui gradini. O per allucinare di fronte ai graffiti che riportano brecce di luce su muraglie spente.
Bogotani, argentini, writers europei sono passati di qui. E c’è di tutto: la giungla dei segni, le grida degli spray, e l’opzione sempre buona di graffiare di ironia il presente di un Paese. Dal costume violento delle corride alle discusse politiche interne dell’ex presidente Uribe. C’è l’insistenza dei mendicanti che chiedono monete, o dei venditori di dolci da fiera. C’è un sentiero, un’arrampicata di due ore ai tremila metri del Monserrate, il monte che domina la città. E vista da lassù Bogotá perde limiti e proporzioni, si rivela sconclusionata, sconfinata, in costruzione. E ancora il friggere delle luci di notte brucia di frenesia, di una storia che si accende per un’altra che si spegne.
E non solo questo, perché val la pena ricordate altre unicità: una, l’ajiaco santafereño – da Santa Fé, l’antico nome della città – una zuppa che non si trova in altre parti di Colombia. Avocado, pollo, capperi, mais, panna acida, e una ricetta che la tradizione vuole unica rispetto al resto del Paese. Dove è invece resta popolare ovunque il tamal, pasticcio di riso, carne e verdure foderato in una foglia di palma a far da piatto. Qui, è da provare quello a cinquemila pesos sulle cerate di una tavola calda affacciata sulla piazza dei giornalisti, ritrovo e passaggio di gran parte della Bogotá centro.
Ma c’è di più, e sempre in Colombia si resta. Direzione Medellin, e si sente ancora l’eco di un passato violento. Un nome: Pablo Escobar. Ma la seconda metropoli di Colombia, mattoni rossi incassati nel fondo di una valle, ha altro per sorprendere. Una metropolitana da fare invidia alle grandi capitali europee, una vita notturna di salsa che si allunga fino al margine dell’alba, e una mano illustre. Quella più che reale di Fernando Botero. Nella piazza che prende il suo nome, decine di sculture dal profilo arrotondato sono calamita per i passanti, curiosi, divertiti. Tutti si prendono una fotografia. E lì s’affaccia il museo d’arte moderna di Medellin. Dove un piano è dedicato alle sue pingui creazioni che spaziano dalla storia patria al sanguinoso presente. Una delle ultime tele raffigura il corpo martoriato di Pablo Escobar, morto sui tetti della città che lo aveva visto diventare il più grande narcotrafficante della storia. Passato prossimo, dei cui fantasmi è difficile liberarsi.
Ma attraversando la Colombia di oggi, e nella voce della gente, è ormai altro Paese. Di natura sguaiata e selva impenetrabile, di uno spagnolo caramellato e tronco, di gente che cosi non ne trovi in America Latina. È vero, da ancora i brividi questa terra: quelli caldi e alcolici di un bicchiere di aguardiente bevuto d’un sorso e sbattuto sul tavolo.
Fonte: www.gazzettadiparma.it

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