Due passi sul fondo del mare. Di sabbia - di Luigi Alfieri

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1283336164781_0.jpgSi cammina sul fondo dell'oceano, con le conchiglie che fanno clic-clic sotto i sandali. Ci sono barriere coralline, resti di balene, alghe, denti di pescecane. Ma l'acqua non c'è. E' scomparsa milioni di anni fa. Al suo posto sabbia e rocce, la sabbia e le rocce del Deserto Occidentale egiziano. Quella fetta sterminata di silenzio e dune che corre tra la sponda di sinistra del fiume Nilo e la strada che unisce, da Nord a Sud,  le Oasi di Fayum, Baharya e Farafra. Un territorio talmente inospitale che gli antichi egizi pensavano fosse la «casa» del terribile dio Seth, mentre i greci vi domiciliavano la Medusa, mostro che impietrisce gli uomini con il suo sguardo.  Ma sbagliavano gli antichi, il Deserto Occidentale ha abitanti migliori: cetacei, nummoliti, ostriche, foreste. Tutti fossilizzati e ridotti in roccia, ovviamente.
 
E' il luogo dei paesaggi strazianti  sempre nuovi sempre diversi. Si passa dai canyon rossi e arancioni alle distese di dune - rosa all'alba, color cenere a mezzogiorno e incendiate di fuoco al tramonto -; alle vallate popolate di rocce bianche, fatte di gesso puro, a forma di animali e di alberi, accarezzate dalla sabbia argentata; alle grandi distese di palle di basalto che sembrano le coltivazioni di angurie di Santa Vittoria; ai laghi che spuntano, azzurri, da chissà dove, in mezzo all'ocra della sabbia; e - quando meno te le aspetti -  le oasi del Sahara, a volte piccole, da presepio, a volte gigantesche, con città e piantagioni di palme. Ancora: resti di antichi insediamenti tolemaici, fortezze del tempo dei faraoni, tombe nascoste per secoli dal deserto, tane di volpe con mamma e cuccioli, cieli carta da zucchero di giorno e blu Cina di notte, con le stelle che pendono come frutti e ti pare di poterle raccogliere allungando la mano. E, infine, il vero re del Deserto Occidentale: il silenzio, infinito e profondo, senza interruzioni, senza sbavature.
 
La foresta pietrificata è la prima sosprese che si incontra dopo avere abbandonato la strada delle oasi e avere scollinato il Jebel Qatrani. Centinaia e centinaia di alberi fossili dormono  un sonno infinito adagiati sulla sabbia. Nella luce acida di mezzogiorno   le cortecce di roccia sembrano fresche, a volte si possono ancora leggere i circoli concentrici che misurano gli anni. Sembra che i boscaioli abbiano appena finito il loro lavoro di abbattimento, invece tutti quei tronchi sono lì da milioni di anni. Decine di 
milioni e nessuno sa come ci sono arrivati. Forse li ha portati un fiume. Forse qui c'era una foresta. Di sicuro i romani hanno saccheggiato il giacimento usando  gli alberi di roccia per costruire una strada che attraversava le dune di sabbia sino ad arrivare al Nilo.
Scendendo verso sud,   la seconda  sorpresa che si incontra è un miraggio. Una striscia azzurra in mezzo al gran mare di sabbia color acciaio. Uno scherzo del sole. Una fata morgana. No. E' il lago Qarun su cui si affaccia l'oasi del Fayum. Dicono che la sua acqua arrivi direttamente dal Nilo. In ogni caso di acqua si tratta, non di una illusione ottica. Aggrappata al lago un'altra visione un po' da sogno un po' da incubo: la città fantasma di  Dimeh Es Sebau, antico porto tolemaico che il vento e il tempo hanno rimodellato come un quadro di Dalì. Mancano solo gli orologi liquefatti, le mani che spuntano dalle dune. Il resto c'è. Mura metafisiche che sembrano pinne di squali, mattoni seccati dal sole che disegnano mostri e figure geometriche, una luce che infilza gli occhi come uno spillo. E la discarica, una montagna di rifiuti secolari che racconta, come un libri, la vita della città antica: cocci di ceramica residui degli orci che ospitavano olio e vino. Briciole di stoviglie e vasellame, cordame. Come a dire che dal lago passava la ricchezza dell'impero prima tolemaico poi romano.
 
Wadi al Hitan (la valle delle balene) è la terza meraviglia che si incontra scendendo a meridione. Per la gente normale è un luogo delizioso, per i paleontologi, il paradiso. E' qui, esaminando gli scheletri imprigionati tra sabbia rosa e rocce ambrate, che gli scienziati hanno raccolto le «prove» dell'evoluzione che ha portato un animale terrestre a diventare la regina dei mari. Ma Wadi al Hitan non è solo un cimitero di cetacei, è anche un paesaggio unico nel suo genere. Un fondale pietrificato degno del Mar Rosso.  Con tutto quel che si può trovare laggiù in fondo tranne l'acqua e in più  crode  a forma di albero o di fungo, dune morbide come la seta, ripidi canyon striati di mille colori e un sole giaguaro che martella le teste dei visitatori.
Abu Muharrik  significa «padre delle dune» ed è la più lunga catena sabbiosa del mondo. Le colline mobili partono a settentrione dell'oasi di Baharia e si spingono a sud est per cinquecento chilometri. Gli uomini del deserto lo chiamano anche «piccolo mare di sabbia» e per chi ama  cercare se stesso perso nel vuoto acustico e negli orizzonti infiniti è obbligatorio montare le tende qui, nel mezzo del nulla. Verso sera si deve abbandonare in solitudine l'accampamento, scavalcare le prime catene di dune, scalare la più alta e sedersi a guardare il cielo e la sabbia. Si vedrà l'azzurro incendiarsi, farsi rosso, arancio, violetto e infine indaco. Si vedrà la sera scendere tra la sabbia, l'aria assumere le tinte del cobalto, la pellicola d'argento della luna occupare l'orizzonte e le stelle calare verso la terra, tanto vicine da commuovere. Tanto brillanti da stupire. Si scoprirà che Abu Muharrik, il padre delle dune, come tutti i deserti, ha un'anima e pure una voce, che parla al cuore di tutti quelli che vogliono sentire. 
 
Djara Cave,  adagiata ai piedi di Abu Muharrik, è una sorpresa anche per chi crede di sapere già tutto dei deserti: una «grotta carsica» con tanto di   stalattiti che pendono dal soffitto in pieno Sahara. Si passa attraverso un piccola fessura nella roccia e improvviso si apre un mondo sotterraneo magico e misterioso. Un immenso vuoto centrale mentre dalle volte, nella semioscurità scendono lame acuminate. Quando la luce delle torce le colpisce prendono le forme più strane: punte di lancia, teste di animali, vele al vento.
 
Il Deserto Bianco, per molti, è il deserto più bello del mondo. Si trova nel  mezzo della distesa di sabbia che unisce Abu Muharriq e l'oasi di Farafra. Le parole e le fotografie non bastano a decrivere il suo fascino. C'è un'energia tra quelle rocce candide che danno il nome al luogo, ci sono dei giochi di luce all'alba e al tramonto, degli umori nell'aria, una tale morbidezza nella sabbia pallida di giallo, che non si possono raccontare. Come non si può raccontare il piacere di leggere nelle rocce di calcare scolpite dal vento e dalla rena figure della vita di tutti i giorni. C'è lo spuntone a forma di gallina, vicino a quello che sembra un albero, c'è un coniglio accovacciato tra l'erba, c'è il fungo porcino gigante, la testa di elefante, l'igloo, la giraffa. Tutti bianchi nella luce del mezzogiorno, rosa quando la notte cede il passo al mattino. E il cielo è lo stesso cielo che sta sopra le dune di Abu Muharriq, il silenzio lo stesso silenzio. Sono i cieli e i silenzi di tutti i deserti del mondo. I cieli profondi e i siderali silenzi che svelano l'infinito.
 NOTIZIE UTILI
Il viaggio - Tra i pochi tour operator che consentono di  visitare il Deserto Occidentale dell'Egitto si segnala «I viaggi di Maurizio Levi», www.deserti-viaggilevi.it, telefono 0234934528. L'operatore vanta un'esperienza più che ventennale sulla destinazione e oltre ai luoghi citati in questo articolo propone altre mete come il Monastero di Abu Lifa, i siti archeologici della depressione di Fayum e, ampliando il percorso verso Ovest, il Grande Mare di sabbia, il Gilf Kebir (grande scarpata), la montagna di Jebel Uweinat. Date le particolari condizioni climatiche del deserto si consiglia la visita da fine settembre a metà maggio.
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