" Formentera a misura di bicicletta" di Chiara Cabassi

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1284628501383_0.JPGFormentera te la immagini così: tra arrivi e partenze vip, nudisti in spiaggia e notti spagnole riempite a mojito. Invece la prima cosa che ti prende è una pista rossa fatta apposta per la pedalata padana. Solo con qualche dislivello in più. Una manciata di chilometri uniti di brezza costante e accompagnati da muretti a secco più snelli e precisi di quelli sardi. In mezzo ai campi, sempre alberi di fichi con i rami bassi sorretti da pali. La stessa geometria degli olmi di Mattioli. Le grandi fronde scure panciute sistemate così diventano anche ristoro d’ombra per le pecore e danno i frutti per i dolci e i contorni di pesce dell’isola. Le spiagge allora sono una conquista. Un tuffo ristoratore nell’azzurro dei caraibi. Nella sabbia, decina di conchiglie precise a quelle di Senigallia con i colori della terra. «Dei santi pallidi» direbbe Santagata. Per arrivare a quella di Illetes, si supera la Savina e si attraversa Estany de Peix, il posto delle saline. Quadrati dal turchino al rosso che sembrano vasche di tintura, invece rispondono ai diversi stadi di maturazione. Il loro sale lo porti a casa in bottiglia e poi lo spruzzi come il balsamico. E' il frutto dell’acqua posidonica, dell’incontro tra alghe e mare che si porta dietro oligoelementi preziosi.

Ma la «cavalcata» a Formentera si fa anche verso i fari. Quello nella parte ovest, Cap de Barbaria, costa una pedalata infinita in mezzo al nulla, lo chiamano «il faro alla fine del mondo». Una striscia bianca che finisce con il mediterraneo di fronte e i gabbiani ad altezza d’occhi a farsi coccolare dal vento.

E, invece, il mondo di Formentera lì iniziò, come dimostrano i resti dei due insediamenti megalitici lungo la strada. A est, invece, c’è la salita bestiale del faro de La Mola che arranca per sette chilometri. Maria Luisa Fernandez è la figlia dell’ultimo custode, Antonio. «Ho vissuto vent’anni nel faro. Una volta l’illuminazione era a petrolio. Mio padre saliva 104 gradini tutte le sere e lo stesso alle sei del mattino per accedere e spegnere il segnale. Una vita semplicissima. Anche quando arrivarono gli hippy, abitando nei boschi e nelle grotte, per noi non cambiò nulla. Li guardavamo da lontano. Poi negli anni ’70 arrivò il turismo tedesco e poi quello francese. Adesso i fari li controlla da Ibiza il figlio del collega di mio padre che abitava nel faro di Barbaria. Solo ogni tanto arriva qui in barca».

Maria Luisa invece è rimasta sull’isola ed è responsabile di un grande albergo, «e Bob Dylan?» le chiedo. «Bob Dylan ha abitato nel mulino del La Mola per tutto l’autunno del ’69, ma la famiglia che per duecento anni lo ha gestito non è più sull’isola». Alla Mola del periodo hippy sopravvive il Can Toni, il primo locale aperto nella zona in quegl’anni e un mercatino bisettimanale artigianale e un pò nostalgico. Una ragazza con il collo da cigno vende cerchietti con farfalle d’argento e i personaggi del circo che volano su collane di veli colorati: dal domatore al trapezista. In mezzo a tutti l’ultimo hippy, con capelli lunghi bianchi sulla piazzetta con il pavimento a vetri e ceramiche colorate. Suona e racconta e alla fine parte sulla sua Ape con le ali di farfalla. Per lui Formentera è ancora un posto in cui si vola. C’è anche una pittrice «monotematica». Frutti rossi e olmi con i pali, incorniciati, piccoli e grandi fichi alla Mattioli. L’età è quella giusta, così azzardo «Desculpe, Bob Dylan». «Chi?». ( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

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