Georges de La Tour a Palazzo Marino - Milano

http://www.mentelocale.it/img_contenuti/collaboratori/grandi/georges%20de%20la%20tour%202012.jpgLa luce. Elemento diafano per eccellenza, motivo dominante nell'arte del Seicento. Inizia Michelangelo Merisi a farne un uso intenso e tutto spirituale nelle sue opere. “La prima luce, che tutta la raia”, per esempio, taglia la stanza d'osteria dove Matteo si converte e acceca Saulo sulla via di Damasco. Ingigantisce le ombre e stabilisce beatificazione o dannazione.

Persino la scultura e l'architettura barocca, accolgono nella durezza dei materiali che le caratterizzano, l'immateriale radiazione solare. Gian Lorenzo Bernini scolpisce con la luce, che gradualmente diventa bronzo, l'Estasi di santa Teresa d'Avila, marmorea; il suo antagonista Francesco Borromini fa dello spazio cupolare della chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, un'entità incorporea e senza massa, grazie alla lanterna penetrata da candida leggerezza luminosa.

E nel Seicento, c'è chi della luce ha fatto il tratto caratterizzante la propria opera, come Georges de La Tour, in mostra con due opere fino all'8 gennaio, nella Sala Alessi di Palazzo Marino. Nella penombra, il visitatore può ammirare gratuitamente il celebre San Giuseppe falegname e L'adorazione dei magi.

San Giuseppe ha la stessa faccia contadina e segnata dal lavoro e dal tempo del perduto San Matteo e l'angelo di Caravaggio. Anche la prestanza fisica, che è tutta spirituale, delle gambe e delle braccia scoperte è un richiamo al modello. Non meno il concetto. Che scandalo destarono quelle «gambe incavalcate - testimonia Giovanni Baglione -, e co' piedi rozzamente esposti al popolo», dell'opera caravaggesca che i frati committenti di San Luigi dei Francesi non vollero. San Matteo calvo, sporco, rozzo e persino analfabeta proprio non poteva essere esposto nella cappella Contarelli.

E allora Caravaggio ne fece una seconda versione; La Tour, invece, non ripudiò la prima, anzi la scelse come modello per il suo santo: il padre putativo di Gesù. Sudato, chino, con la pelata messa in evidenza dalla luce che il figlio sorregge. Non un modo per sfregiarne la santità, ma per metterne in luce (è proprio il caso di dire) tutta la terrena umanità.

E i magi dell'adorazione? Certo quelli raffigurati non sono Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, carichi di doni. Ma figure del popolo. Probabilmente quello di La Tour, perché i volti sono resi con una così fresca verosimiglianza, da palesarsi ritratti.

La Madonna e San Giuseppe fanno da quinte. San Giuseppe è come il precedente, ma stavolta è lui a tenere la fiamma della candela vicino al volto del figlio, neonato. Maria veste un ampio abito rosso, raccolta in preghiera, indurisce i tratti nordici. Al suo fianco, un pastore coi baffetti fini tiene in braccio un agnello che sostituisce il bue e l'asino per prefigurare il sacrificio del piccolo umano, al cui volto teneramente si avvicina, per condividere un triste destino.

Ci sono poi un flautista e una levatrice. Il primo saluta il nuovo arrivato con il gesto tutto moderno di abbassare la visiera del cappello; la seconda, coi capelli tirati igienicamente nel turbante, regge un coccio che serviva a contenere brodo ricostituente per la puerpera.

Tutti intorno a Cristo dormiente, pallido, bendato come un morto, ma avvolto da rasserenante luce divina. ( Fonte: www.mentelocale.it)
Autore: Laura Cusmà Piccione

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog