Gino Severini (1883 - 1966), futuriste et néoclassique

http://www.italica.rai.it/immagini/arte/severini_futurista_neoclassico/maternita_1916.jpgFra la seconda metà dell'Ottocento e la prima del Novecento il mito di Parigi toccò il culmine: mai come allora la Ville Lumière fu presente nella immaginazione degli artisti di tutto il mondo. Capitale indiscussa dell'arte, Parigi aveva il potere di dare il suo imprimatur ai pittori che, fosse pure per un solo mese, affrontavano sacrifici e disagi pur di abitare a Montmartre o al Quartier latino. Arrivare nella capitale francese era come essere ad Atene ai tempi di Pericle, avrebbe detto in seguito Giorgio De Chirico. Molti furono i pittori stranieri che agli inizi del XX secolo approdarono a Parigi in cerca di fortuna e tanti anche gli italiani, come Giacomo Balla e Amedeo Modigliani, Felice Casorati e Filippo De Pisis, che facendo la spola con la capitale francese aprirono un canale culturale che si tradusse in opere coerenti e affollate di nuove idee. Arrivato a Parigi nel 1906, Gino Severini (1883-1966) vi metteva radici e cuore, rimanendovi esattamente per cinquant' anni fino al 1966, con un intermezzo in Italia dal 1935 al 1945. Ma dopo il 1967 quando il Musée National d'Art Moderne rendeva omaggio all'artista cortonese (morto l'anno prima nella capitale francese) con una grande antologica, Severini scompariva dal circuito espositivo parigino. A quest'assenza ultracinquantennale rimedia ora il Museo dell'Orangerie con una ampia retrospettiva che, attraverso un'ottantina di opere, tra dipinti, disegni e acquerelli, provenienti dal Mart e dalle più importanti collezioni pubbliche e private italiane e internazionali, riassume il complesso itinerario del maestro cortonese, compreso tra il 1903 e il 1938, dagli esordi divisionisti fino al ritorno alla figura. Ad aprire la mostra è un bel gruppo di paesaggi ("Al solco", "Tramonto con due covoni", "Paysage à Civray", 1908) e vedute urbane ("Printemps à Montmartre", 1908) che documentano l'entusiasmo di Severini per le delicate cromie degli impressionisti - i campi di papaveri di Monet, le ballerine di Degas, i caffè di Renoir e di Toulouse Lautrec - e per la pittura divisa di Seurat e Signac, con tutti quei puntini colorati disposti sulla tela uno accanto all' altro, che davano alle tinte una leggerezza dolce e delicata, scoperte a Roma presso il proprio maestro Giacomo Balla.

Un entusiasmo che comunque in Severini non divenne mai replica ossequiosa delle tecniche dei maestri, per esprimersi in un "puntinismo" che esaltava i contrasti cromatici tra riverberi luministici e giochi di ombre. E d'altra parte Severini, al contrario di numerosi artisti della sua generazione, non considerava il divisionismo come un'esperienza di transito verso la conquista del colore puro, ma come un complementarismo innato, "essenziale e necessario", preparatorio della sua svolta futurista (di cui firmò il manifesto nel 1910).

Con l'adesione al futurismo il peculiare virtuosismo cromatico dell'artista italiano si apriva alla sperimentazione di formule originali di scomposizione e sincretismo.

Documentata in mostra da capolavori come "Souvenir de voyage", "Le Boulevard" (entrambi 1911) e la "Danse de l'Ours au Moulin Rouge" (1913), la stagione futurista di Severini si sviluppava in un turbinio di forme spiraliche e contrasti cromatici di colori puri che raggiungevano i propri vertici nelle serie dei "Treni" ("Treno blindato in azione", 1915) e delle "Ballerine" ("Ballerina in blu", 1912). Icona della modernità e metafora del dinamismo, la danza è stata al centro dell'arte di Gino Severini, così come gli anni dal 1909 al 1916 hanno rappresentato la fase eroica della sua carriera, tesa tra l'astrattismo puro di pittura pointilliste ("Expansion sphérique de la lumière et centrifuge. Simultanéisme" 1913-1914) e il ritorno al figurativo che ha in "Maternità" (1916) il suo straordinario manifesto. La scomparsa di Boccioni nel 1916 avvicinava Severini al cubismo, da lui declinato con originalità compositiva e cromatica di sicura tenuta. Tuttavia dopo la Prima guerra mondiale l'artista di Cortona, insieme a molti altri esponenti delle giovani generazioni d'avanguardia, dai cubisti ai futuristi, decideva di riprendere il filo del rapporto con la realtà visibile. Severini, come Picasso e Braque, De Chirico, Carrà e Derain, attuava il cosiddetto "ritorno all'ordine": studio attento della geometria non come base dell'astrazione, ma come misura interna della grande arte del passato, che poteva rinascere anche grazie a un "ritorno al mestiere", ovvero alla ripresa delle discipline e delle tecniche così come tramandate dalla storia, senza sperimentazioni forzate.

Questa ricerca di un nuovo classicismo, questo sogno di una lingua capace di parlare l'eterno e di mettere in figura concetti universali conduceva Severini tra la fine degli anni Dieci e primi dei Venti, a teorizzare "l'estetica del compasso e del numero" nel suo saggio del 1921 "Du cubisme au classicism" in cui arrivava a scrivere "considero che un' arte che non obbedisca a leggi fisse e inviolabili si ponga rispetto all' arte vera come il rumore si pone rispetto al suono della musica". Esordiva nella sua pittura il tema delle maschere e della Commedia dell'arte - che avrebbe caratterizzato la sua produzione tra le due guerre – attraverso il quale l'artista italiano riusciva ad amplificare sul piano decorativo il rigore formale della composizione e della coloritura. In mostra è possibile ammirare capolavori come "La famiglia del povero Pulcinella (La famille du pauvre Pierrot)" (1923), "Les joueurs de Cartes" (1924) fino a "Arlequin (Portrait de Nino Franchina)", (1931).

Nel 1923, convertitosi al cattolicesimo sotto l'influenza di Maritain, Severini iniziava a dedicarsi alla pittura di soggetto religioso, riscoprendo tecniche cadute in disuso come l'affresco e il mosaico; e realizzava alcune grandi composizioni murali in varie chiese svizzere. Negli anni Trenta il suo interesse per l'arte musiva lo portava a Ravenna per studiare i mosaici bizantini delle sue chiese, trovandovi ispirazione anche per i dipinti del periodo come "Contrastes de matières vivantes" (1931) in cui Severini tornava alla tecnica divisionista, applicando tarsie di colore nello stesso modo in cui i mosaicisti incollano le tessere. Gli stilemi dell'arte bizantina riverberano anche nella sua produzione ritrattistica del periodo di cui la mostra parigina offre alcuni esempi splendidi e poco noti quali "Portrait de Gina (Hommage è Fouquet)" (1927), "Portrait de la Famille Severini" (1936), "La mére et la fille (Jeanne et Gina)" (1934-35). ( Fonte: http://www.italica.rai.it)

Informazioni

Parigi, Musée de l'Orangerie - Jardin des Tuileries

dal 27 aprile al 27 luglio 2011

Orari: tutti i giorni, 9.00-18.00

Martedì chiuso

Ingresso: euro 7,50 intero, euro 5 ridotto

Informazioni: +33(0)1 44 77 80 07

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