" Giovanni Segantini: Light and mountains". Tokio, Sompo Japan Museum of Art

http://www.italica.rai.it/immagini/arte/segantini_giovanni/mezzogiornosullealpibig.jpgNel 1897 Giovanni Segantini era uno dei più pagati tra gli artisti europei. Il suo disprezzo per il danaro e la sua smodata prodigalità gli evitarono comunque il fardello della ricchezza e contribuirono ad alimentare il suo mito presso i contemporanei che riconobbero in lui, in quella sua coerenza tra vita e arte, l'incarnazione del loro immaginario, la sublimazione delle loro angosce. Nel 1897 il pittore, nato ad Arco in Trentino nel 1858 viveva in Engadina tra il Maloja, dove abitava in un lussuoso chalet, e Soglio, dove passava in albergo i mesi invernali con la compagna Bice Bugatti, sorella di Carlo, i quattro figli e l'intera servitù. E frequentava da pari a pari, lui che da giovane aveva conosciuto la miseria più tetra e il riformatorio di Milano, il bel mondo internazionale che trascorreva lì le sue lunghe e mondanissime vacanze. Celebrato in tutta Europa per aver esposto a Parigi e a Bruxelles (con il gruppo dei XX, insieme a Cézanne, Rodin, Lautrec e gli "avanguardisti" del tempo), e molto amato nei Paesi di lingua tedesca dove dominava allora il gusto delle Secessioni a lui così affine, in quel 1897 la sua fama varcò l'Oceano e da San Francisco gli giunse la richiesta di dipingere una tela monumentale destinata a essere depositata in permanenza nel museo locale. Era il suggello di una fama mondiale che lo avrebbe accompagnato per qualche tempo dopo la morte (a 41 anni, nel settembre del 1899, fulminato a 2700 metri di quota da una peritonite che non volle in alcun modo curare, mentre dipingeva il grandioso "Trittico della Natura") ma che si sarebbe progressivamente indebolita fino a spegnersi nell'usurato clichè di “pittore della montagna”. Solo in anni recenti, il nuovo interesse per il divisionismo italiano e il simbolismo internazionale ha riportato alla ribalta il pittore, di origine trentina ma svizzero d’adozione, da ripensare non più come ultimo rappresentante dell'arte di fine Ottocento, ma come pioniere dell'arte moderna.

Una grande retrospettiva al Sompo Japan Museum of Art di Tokyo invita a riflettere sul destino di questo maestro schivo e appartato, la cui ricerca - dai quadri di vita milanese a quelli dedicati ai laghi briantei, dagli esercizi divisionisti sulla vita contadina del villaggio di Savognin alle distese scintillanti dell’Engadina – si è svolta lungo un sentiero che muove dal realismo per approdare al misticismo.

In mostra una sessantina di opere, tra dipinti e disegni, provenienti da importanti istituzioni pubbliche (Museo Segantini di St. Moritz, Kunsthaus di Zurigo, Minneapolis Institute of Arts di Minneapolis, Castello Sforzesco e Galleria d'arte Moderna di Milano) e da collezioni private, prestate sempre con riluttanza perché rese fragilissime dalla tecnica divisionista. Dalle prime opere realizzate a Milano e in Brianza, quando conobbe Bice Bugatti, che fu la sua compagna di una vita, ai lavori eseguiti nel villaggio grigionese di Savognin, fino ai dipinti realizzati in Engadina, dove si rifugiò con la famiglia anche per motivi economici.

Scorrono i maggiori capolavori dell'artista, volti a testimoniare ogni tappa del suo percorso, dalla Lombardia, dove era arrivato dal Trentino irredento e dove aveva vissuto miseramente prima a Milano, al tempo dell'Accademia di Brera, poi in Brianza, stipendiato dai suoi celebri mercanti, i Grubicy, e in seguito a Savognin e infine a Malja nell’Alta Engadina dove approdò spinto dall’esigenza di una luce più tersa e di paesaggi primordiali per realizzare il sogno del ritorno alla terra-madre. Dopo che il mito delle solitudini alpestri era stato celebrato da un secolo di pensiero e letteratura romantica, da Byron a Ruskin, Ibsen, Michelet, Nietzsche, la montagna, come spazio di rifugio dal materialismo della civiltà tecnologica e dai vincoli insopportabili della socialità stessa, trovava nella pittura di Segantini la sua espressione artistica più compiuta.. Nietzsche, in particolare costituisce punto di riferimento imprescindibile per comprendere le scelte di Segantini, che nel 1896 illustrerà l' edizione italiana di “Also sprach Zarathustra”, scritto pochi anni prima che il pittore vi si stabilisse, proprio nelle atmosfere incantate dell' Engandina.

Del periodo milanese la rassegna espone tra gli altri “Il Naviglio a ponte San Marco” del 1880, dove si coglie un'atmosfera vivace e giocosa, di grande positività, mentre già il paesaggio lirico di “A messa prima» del 1885-86, annuncia la carica spirituale panteistica propria dell'autore che ritorna anche in capolavori quali “Ritorno dal bosco” e “ L'ora mesta”. Seguono le diverse versioni di “Ave Maria a trasbordo”, la cui seconda stesura del 1886 (realizzata a Savognin) segnò l'inizio, in contesto italiano, della sperimentazione con la tecnica divisionista. Proprio da Vittore Grubicy, che dall'inizio degli anni Ottanta era non solo il suo mercante, ma una vera guida, Segantini apprese la possibile applicazione delle leggi dell'ottica alla pittura, iniziando a dipingere con pennellate lunghe, veloci, capaci di intrappolare la luce di una natura potente e indomita. La geniale declinazione con cui Segantini interpreta le novità divisioniste, lo porta a un uso particolare della materia pittorica, stesa in lunghi filamenti di colore, spesso puri, adatti a rendere la fisicità delle cose e dei paesaggi. Resi appunto con un' evidenza, un' immedesimazione che va ben oltre la loro descrizione materiale, per determinare un' essenza ideale, spesso sacrale come accade in “Mezzogiorno sulle Alpi” del 1891, vero compendio dell’arte di Segantini, in cui Baba (Bice Bugatti) cerca di difendersi da un sole radiante dalle scoperte valenze panteiste. Al primo periodo trascorso a Maloja appartiene il magnetico autoritratto del 1895, nel quale l'artista presenta di sé l'immagine - che tanta fortuna (anche di mercato) ebbe presso i contemporanei - dell’individuo solitario, a tratti enigmatico, capace di sfidare qualsiasi avversità, che fa parte della abilissima, ma anche sofferta, mitizzazione da parte dell' artista della propria vicenda biografica ed estetica, sino alla fine leggendaria, e, sino alla sua celebrazione da parte di D’Annunzio. La ricerca simbolista degli ultimi anni prende forma in lavori come “La Vanità” del 1897 e “Le cattive madri” degli stessi anni, in cui le Alpi sono ormai diventate per l’artista un luogo mentale da tradurre in miti dal significato inconscio e in “Paesaggio Alpino” trovato dopo la sua morte nell’atelier di Maloja, incompiuto o forse così lontano da ogni intenzione naturalistica da apparire tale ai suoi contemporanei.

Accanto ai dipinti la rassegna giapponese allinea un cospicuo nucleo di disegni, ai quali Segantini dedicava uguale attenzione. Quasi mai si trattava infatti di opere "preparatorie", ma se mai "conseguenti" alle tele, di cui erano rielaborazioni pensose. Segantini poneva le sue tele, spesso monumentali, all'aperto; faceva costruire una sorta di riparo e per mesi le dipingeva sul posto, avvolto dalla natura, che era l'unica sua ispiratrice. Spesso le fotografava e solo in seguito le rielaborava attraverso il mezzo più "privato" del disegno, anche a distanza di anni, quando il suo linguaggio era ormai mutato. ( Fonte: http://www.italica.rai.it)

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