Gli itinerari della fede - di Giuseppe Zois

http://new.caffe.ch/media/2013/09/20681_3_medium.jpgItinerari della fede, percorsi religiosi o "maratone spirituali" come le definisce il filosofo Giovanni Ventimiglia, i pellegrinaggi continuano a rappresentare un fenomeno in continua espansione. Nonostante i numeri da consumo di massa è difficile collocare i pellegrini nel novero dei comuni "viaggiatori". O meglio se lo sono (e sicuramente lo sono visto che le loro rotte si intrecciano con tutti i luoghi di culto del pianeta) sono viaggiatori del mistero e della speranza. La stessa speranza di cui si ritrovano arricchiti al loro ritorno, la stessa speranza cui il vescovo di Lugano Pier Giacomo Grampa ha dedicato la sua ultima lettera pastorale. Una voglia di speranza che va al di là della liturgia, dal desiderio di visitare luoghi consacrati, e forse va anche al di là  dalla possibilità di una "grazia ricevuta". È una speranza che comunque esce rafforzata dal pellegrinaggio, come spiega Giuseppe Luigi Beeler nel suo "Viaggiatori dell'anima". Un sentimento da condividere con altri, milioni di altri come i pellegrini di tutto il mondo, accomunati dalla fede e dal calore umano, ma capaci di "viaggiare" soprattutto dentro se stessi sospinti dalla speranza.

Sono milioni e milioni, ogni anno. Vanno a cercare il clima mite e rigenerante di una virtù decisiva come la speranza. Partono per Lourdes, Fatima, Santiago di Compostela... Ora sono in aumento le folle che si recano a Medjugorie, uno dei luoghi più recenti sulla mappa della viaggiatori dello spirito. Mettiamoci San Giovanni Rotondo e Pietrelcina, la terra segnata dalla presenza di Padre Pio, venerato come santo dei miracoli quand'era ancora in vita. E poi, Rita da Cascia, Gabriele dell'Annunziata, Antonio da Padova, i santi dell'impossibile.
La geografia del popolo che prega, nel Ticino come altrove, è infinita e abbraccia tutta la terra, perché in ogni angolo c'è un posto che nel tempo è entrato per mille ragioni nel cuore della gente e in una certa spiritualità. Se prendiamo il Ticino, non c'è territorio, dal Mendrisiotto alla Leventina che non abbia le sue mete dell'anima e del corpo. Morbio Inferiore ha la Madonna dei miracoli, Melano la Madonna del Castelletto, al Sasso, sopra Locarno, c'è il santuario-simbolo di tutto il cantone e oltre, in molti paesi della Valle Maggia, su cappelle che punteggiano sentieri di montagna o sui muri di molte case, c'è l'effigie della Madonna di Re, dove molti si recano camminando per ore, da soli o in gruppo. La sola Opera Diocesana Pellegrinaggi muove più di duemila pellegrini all'anno (un migliaio nella città pirenaica di Bernadette).
Cosa muove persone e moltitudini lungo itinerari consacrati anche dalla tradizione e da un immaginario collettivo, oltre che dall'ufficialità e dalle liturgie della Chiesa, con i suoi riti e le sue date?
Preghiera, è la prima risposta. C'è, davanti ad ogni passo, il richiamo del mistero che interpella ogni uomo, che creda o no. Ma su tutto, prima ancora della molla della fede, o in parallelo, c'è la spinta incontenibile della speranza. Tutti abbiamo qualcosa che ci urge dentro, una domanda da innalzare, quel filo che lega terra e cielo, il naturale e il soprannaturale. I cristiani la chiamano "grazia" e in molti santuari c'è un posto riservato all'esposizione delle cosiddette "grazie ricevute", degli ex-voto per una promessa fatta, per un'invocazione accolta, per una domanda esaudita. Ogni tappa sulle strade dell'anima è anche un pensiero, un grido innalzato al cielo per il corpo, per guarire da una malattia, per vincere un'angoscia, per uscire da una situazione delicata, per ottenere una protezione speciale su se stessi o sui propri congiunti. I motivi sono mille, ognuno si porta appresso la propria croce e vorrebbe che fosse più leggera. Perciò si rivolge al Padreterno delle molte fedi sotto lo stesso cielo, i cristiani hanno la Vergine, di cui ci sono icone ovunque, i santi e i beati del paradiso, gli stessi defunti dei cimiteri, considerati efficaci ambasciatori nell'ottenere ascolto Lassù.
Sperare è una tensione interiore incoercibile, di cui non possiamo fare a meno. Sperare è la capacità di andare oltre la soglia di ciò che si vede e si teme. È la volontà di guardare in alto anche quando si vede il buio all'orizzonte.  
A Lourdes come a Fatima si muovono ogni giorno sterminate processioni di carrozzelle con malati di ogni condizione, bambini e anziani, portatori di handicap gravi o gravissimi. I miracoli sono pochi, ma le grazie sono abbondanti a partire da quelle dell'accettazione, della pace interiore e di quella serenità che ossigena l'anima e il corpo. Vedere attorno a sé tanta solidarietà concreta e tanti generosi volontari, è un fuoco di calore umano che scalda il cuore. D'altronde, senza speranza l'uomo non può vivere.

Fonte: http://www.caffe.ch/stories/cultura/44512_gli_itinerari_della_fede/

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