" Gwalior, Orchha e i templi di Khajurao" di Michele Caracciolo di Brienza

http://viaggi.lastampa.it/fnts/viaggi-lastampa/immagini/resized/s/c/sculture-tempio-khajurao_248693_407x229.jpgDopo il Taj Mahal ci avviamo verso il Forte Rosso, sempre di epoca moghul, che rappresenta una vera e propria città imperiale dalle mura imponenti con al suo interno ambienti reali e moschee. La curiosità è che al suo ingresso vi sono delle scimmie beige dal muso scuro che attendono dai turisti qualsiasi cosa vagamente commestibile e sono tollerate dalle autorità indiane. In molti palazzi storici indiani le scimmie sono presenti. Ai piedi delle mura davvero imponenti se ne notano varie anche cucciole. Non sono aggressive ma è comunque meglio starne lontani. Dal Forte Rosso si vede il fiume Yamuna, uno degli affluenti del Gange, e in lontananza, dietro una lieve foschia, il Taj Mahal in tutto il suo splendore.

Il viaggio prosegue dalla stazione ferroviaria di Agra a Gwalior. Visitare l’India e non prendere un treno è come andare a Roma e non vedere il Colosseo. Sui tetti della stazione girano libere anche qui delle scimmie. Molti pellegrini avvolti in drappi arancioni sono diretti a Benares, la città santa dell’induismo. Lungo i binari ci sono delle pompe d’acqua che i passeggeri dei treni possono afferrare per dissetarsi. La zona d’attesa è divisa in prima e seconda classe e non c’è molta differenza tra le due.

Il Shatabdi Express per Gwalior è un treno moderno senza gente che viaggia sul tetto ed è paragonabile ad un interregionale di casa nostra. Anche qui degli addetti servono il tè speziato bollente. Il percorso è breve e piacevole attraverso la campagna indiana. A Gwalior si può vedere la fortezza che domina la città e i templi di Sas-Bahu risalenti all’XI secolo e da cui si vede tutta la città, e poi poco distanti i templi di Teli-Ka-Mandir. Entrambi i complessi architettonici sono esempi preziosi della raffinatezza scultorea dello stato del Madhya Pradesh. Un’altra meraviglia scultorea è il complesso di templi rupestri giainisti. Enormi Budda sono scolpiti sulla parete rocciosa di colore rossiccio.

A Gwalior, lungo la strada principale con i ristorantini e le bancarelle, ci sono dei gabbiotti di lamiera che accolgono dei barbieri. All’interno vi sono dei poster con delle immagini sacre rosa shocking e bluette e anche un poster dell’Engadina in Svizzera. A quanto pare gli indiani hanno un gusto particolare per le montagne svizzere poiché molti film prodotti a Bombay hanno come location questi luoghi. L’industria cinematografica indiana è la prima al mondo e produce tremila film all’anno, ma non ha purtroppo il carattere dominante del cinema americano. Nei film indiani gli attori ballano e cantano e la durata di ogni film è in media superiore a quella dei film occidentali. Il biglietto costa in media 40 centesimi di euro ed è accessibile in pratica a tutti.

Da Gwalior ci dirigiamo in pullman ad Orchha (85 Km in un paio d’ore). Orchha è un piccolo gioiello di architettura medievale che si affaccia sul fiume Betwa, un affluente del fiume Yamuna. Il palazzo di Jehangir risale al XVII secolo e la visita è un’avventura in stile Indiana Jones. La conservazione delle strutture è ottima e pare approfittarne anche qui un piccolo gruppo di scimmie con una lunga coda. 

Da Orchha a Khajuraho (180 Km in tre ore circa) per ammirare con grande curiosità e senza pruderies i templi della dinastia Chandela con un’infinità di statue erotiche risalenti all’XI secolo.
Erotismo e ironia sono un bel binomio e sembra ne avessero compreso appieno ogni finezza gli scultori di questi templi. Le sculture color sabbia sono straordinariamente dettagliate e ben conservate per via del fatto che questa pietra è molto facile da scolpire e una volta all’aria s’indurisce.

Diverte immaginare la meraviglia con cui i primi inglesi in epoca vittoriana si ritrovarono durante una battuta di caccia alla tigre in mezzo alla giungla di fronte a questi templi dove la pudicizia è del tutto ignorata. Se si fa il confronto con le statue che adornano le cattedrali europee dello stesso periodo viene da sorridere.

Guardando i dettagli e le numerose statue di persone e anche di animali che sorridono senza malizia si può capire la bellezza, l’allegria e l’affetto che la cultura Chandela attribuiva alla sessualità.
Tutto è sensuale in India. Le donne con i loro lunghi sari e i gioielli che portano durante le attività quotidiane. I gioielli sono sempre presenti su di una donna indiana e in India il mercato dei gioielli in ora è uno dei maggiori del mondo. Gli sguardi profondi degli indiani sembrano trasmettere una profonda serenità e curiosità.

Da Khajuraho a Benares (Varanasi) prediamo l’aereo per la tappa finale del viaggio. Benares trasuda dell’antichissima realtà indiana. Nel tardo pomeriggio una carovana di risciò si mescola al traffico variegato della città sacra dell’induismo. Ogni città ha lungo le strade delle edicole spesso arancioni dedicate a qualche divinità dell’induismo. A volte dei santoni, dietro una modica offerta permettono di essere fotografati.

Con un viaggio in India si rompe ogni routine quotidiana come in nessun altro viaggio e non è un paese dove si fotografa in bianco e nero. Ogni cosa è diversa e incredibilmente simile ai luoghi e alle persone a cui siamo abituati. Camminando per strada i profumi colgono tutti impreparati e non se ne identificano la fonte. Si può andare da un aglio, olio e peperoncino che qualcuno sta soffriggendo ai petali di rosa gettati nel Gange.

Il risciò ci lascia poco distanti dai ghat, gli scaloni in pietra che danno sulla riva del Gange. Il percorso a piedi è affollatissimo e vivo. Bancarelle di souvenir religiosi, fritture miste, fiori sempre e ovunque fiori. Ancora, l’India è uno dei maggiori produttori di fiori al mondo. Le dimensioni di questo paese e soprattutto la sua demografia fanno sentire piccola l’Italia. Un altro dato: il maggior quotidiano cartaceo indiano è The Times of India e ha una tiratura giornaliera di 70 milioni di copie.

Passiamo la notte in albergo e poco prima dell’alba facciamo un breve percorso in battello verso il ghat delle cremazioni dove dalla notte dei tempi gli induisti sono cremati e le loro ceneri gettate nel fiume. Un piccolo tempio inclinato ed enormi pile di legname accolgono il visitatore in un luogo di dolore e di speranza allo stesso tempo.

Alcuni devoti induisti fanno il bagno e l’altra riva appare deserta . Solo la riva dei ghat è costruita. Sull’altra riva del Gange non ci sono edifici e questo vuole simboleggiare il viaggio che l’anima dei defunti compie dal mondo dei vivi a quello dei morti attraversando il fiume. Il paragone con l’immagine dantesca del Caronte traghettatore di anime è immediata. E’ sempre strano notare come realtà diversissime nello spazio e nel tempo abbiano spesso delle somiglianze inspiegabili. ( Fonte: www.lastampa.it)

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