I giardini baciati dal mare: visita a Villa Hanbury ( La Mortola- Ventimiglia)

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Sull’ultimo lembo di Riviera di Ponente, a pochi passi dal confine francese, Villa Hanbury abbraccia un’oasi protetta lambita dal Mar Ligure. Cactus, agavi, aloe, palme e agrumi disegnano sentieri dove esplodono i colori di migliaia di fiori.

 

Capostipite fu Goethe. Fu lui che fece del Viaggio in Italia l’obiettivo di una vita romantica e avventurosa. E Sir Thomas Hanbury, ricchissimo lord inglese, non sfuggì alla suggestione che la penisola sa accendere nei cuori dei visitatori d’oltre Manica. Ma la sua discesa nel Bel Paese fu molto di più di un viaggio. Era il 1867 quando Hanbury rimase folgorato dalla costa Ligure, laggiù dove il ponente cede il passo alla Costa Azzurra. Chissà come sarà stato sublime il promontorio di Capo Mortola, vicino Ventimiglia, alla fine dell’’800. Immaginiamo una breve collina per tre lati protetta, invasa dai profumi della macchia, che di fronte scende precipitosa verso l’azzurro del mar

ligure. Su tutto il terreno, libero e selvaggio, non c’era che una grande costruzione, una villa seicentesca di stile eclettico, messa di fronte al golfo.

E una parte del vasto appezzamento era dedicato a pascolo. Una natura particolarmente benigna è toccata al Capo Mortola; niente venti freddi, pochissima pioggia, clima delizioso in ogni stagione. In pratica, un enclave paradisiaca all’interno di quel più grande eden che è la Riviera de Fiori. Sir Hanbury non dubitò un istante e si impossessò di questa piccola collina baciata dal mare. Presto iniziò il progetto. La Villa dei Marchesi Orengo, i vecchi proprietari del fondo, fu la prima a trasformarsi sotto il geniale tocco dell’inglese. Comparvero mosaici, affreschi, nuovi colori, terrazze, il porticato e loggiati aerei da cui perdersi verso l’orizzonte. E la torretta del palazzotto venne alzata per meglio immergersi nel godimento che viene da un simile luogo. Ma fu il giardino il protagonista del vero miracolo. Sir Hanbury era un viaggiatore abituale, un frequentatore di paesi lontani, soprattutto quelli dell’Oriente più estremo dove in pochi si spingevano in quegli anni. Il suo progetto verde accolse le influenze orientali, le filtrò facendole divenire presenze concrete in quest’angolo italiano.

L’obiettivo, grandioso e rivoluzionario, era di creare dal nulla un giardino botanico di acclimatazione laddove crescevano solo macchia e olivi. Non era solo nel suo visionario percorso; con lui aveva il fratello Daniel, un’autorità in botanica e farmacia, e molti studiosi in giro per il mondo con cui iniziò un progetto di collaborazione. 18 acri selvaggi e selvatici, potevano accogliere esemplari in arrivo dalle Americhe, dall’Asia, dall’Australia? Ma il tocco geniale non fu tanto quello di inserire piante e fiori alloctoni, quanto di rispettare le specie indigene e di accompagnarle alle straniere. Così il piano di sistemazione, lungi dal radere al suolo l’esistente, salvò in primis il tratto di via romana che qui passava, la via Julia Augusta che ancora è visibile, e la cinta di mura verso il mare. Si rinforzarono le zone selvagge infittendo pini, olivi, mirto, ginestra e tutti i generi di arbusti locali; in alto al sommo della collina si posero glicini e lillà che godevano dell’ombra, a fianco dei muri comparvero rose, passiflore, begonie, edera. Quasi tutto lasciato a vegetazione naturale con pochi tocchi sapienti. Poi si sistemarono gli spazi ‘esotici’. Arrivarono agavi, aloe, cactus, palme e alberi americani e australiani. Alla fine 8 ettari rimasero a bosco e macchia, 10 vennero sistemati a giardino. Quattro chilometri di sentieri fioriti, 2000 le specie floreali e a collegare il tutto, scalinate in fiore, rampe e viottoli. Un progetto in movimento sostenuto da una equipe di giardinieri che risiedevano alla Mortola, entro la proprietà, esperti della zona, ma anche provenienti dal nord Europa, dalla Francia, dall’Inghilterra; pare che Sir Thomas tenesse regolare corrispondenza con i giardinieri del Kew Garden, nientemeno. Il risultato strepitoso e coinvolgente per la vista, l’olfatto e lo spirito, è qui davanti a noi. Nonostante i disastri dovuti alla guerra che quasi rasero al suolo i giardini: basti pensare che prima del 1945 le specie floreali regolarmente catalogate erano più di 7000 contro le 2000 attuali. Ma senza lasciarsi vincere dalla malinconia di un passato perduto, ecco il percorso ideale per gustare appieno lo spirito dei giardini di Villa Hanbury. Si inizia dall’alto della collina e si va scendendo tra sentieri, agavi, alberi e piante grasse, fino ad avvistare la villa con la sua struttura, insieme lieve e possente, che si staglia tra il verde e il doppio blu di mare e cielo con i suoi colori rosati. Deve essere stato un sogno vivere qui: se ci si sporge dal loggiato bianco al primo piano e si aspira il salmastro, circondati di busti romani severi e impassibili, viene una voglia intensa, feroce di non abbandonare questo luogo.

E poi, giù tra pergolati, laghetti, costeggiando il tempietto, la fontana della sirena, fino alla fontana del Drago. Qui si cambia continente, cultura civiltà: ecco il giardino giapponese, e poi il giardino dei profumi; un sontuoso omaggio all’odorato come via per il piacere. Ancora scalette infiorate e viali erbosi fino ad arrivare al mausoleo moresco, la tomba di Sir Hanbury, qui sepolto. Qui, dove già aveva avuto un assaggio di paradiso, terreno però. Ancora digradando si può vedere dall’alto del ponticello la via romana, quella Julia Augusta costruita nel 12 a.C. che genialmente gli architetti della Mortola conservarono e non distrussero. Il giardino degli agrumi, carico di frutti enormi e polposi, trasla quasi impercettibilmente nel viale degli ulivi e quindi nella Macina, la bella ricostruzione di un frantoio ligure. Un centinaio di metri all’ingiù, tanto il dislivello dall’apice del Capo al mare, ecco gli scogli, ecco l’onda azzurra del mare di Liguria. Incantevole. Assolutamente. In qualunque stagione dell’anno. Già, perché le migliaia di piante sono tanto

 varie e differenti che in qualsiasi stagione c’è qualche fiore, qualche germoglio sublime, qualche frutto che nasce. Non a caso il parco è diviso in quartieri: qui le agavi, le piante grasse, là il parco australiano, l’agrumeto e via elencando. Perché tutti possano trovare l’angolo di verde che più si avvicina al loro sentire. E dopo l’architettura verde, quella classica. Anche nella varietà degli edifici e degli annessi, la varietà è variegata assai. C’è la fontana del drago che guarda il giardino giapponese: puro stile zen. E che dire del mausoleo moresco, con il suo tocco arabeggiante. Il tempietto si inchina all’arte classica e il frantoio omaggia la tradizione locale. La verità è che i giardini Hanbury sono un’oasi di pace; con occhio vergine e cuore puro, ogni visitatore trova una sua risposta al mistero naturale, trascorrendo ore di beatitudine immerso negli odori e nei colori di una natura perfetta.

Testo e foto: Lucio Rossi

Fonte: http://www.latitudeslife.com

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