" Il bramito del cervo in amore" di Luigi Alfieri

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1350485388860_0.jpgMartino Erlacher ci aspetta davanti alla chiesa di Cauria di Canal Sambovo. E' un uomo di mezza età robusto e cordiale. Una guardia forestale in pensione. In testa ha un bel cappellaccio di feltro pieno di distintivi impreziosito da una stupenda piuma d'aquila. Ci carica sul suo fuoristrada e comincia l'avventura. Saliamo lungo la strada che taglia in due il parco di Panaveggio sino a raggiungere la foresta demaniale della Val Sorda. Di fronte al monte Tognola, a pochi chilometri dalle Pale di San Martino e dal grande altipiano che si inginocchia ai loro piedi. L'abete colora le pendici di verde, il larice sparge macchie di giallo e il sorbo dell'uccellatore riempie i monti di rosso e di arancio.  E' l'autunno delle Dolomiti. Martino porta il binocolo agli occhi e subito «cattura» un branco di camosci che balzano tra le rocce. Un bello spettacolo. Ma non siamo qui per questo. Non per riempirci gli occhi, ma per deliziare le orecchie. La guardia forestale fa un cenno e ci infiliamo nel bosco. Non si può parlare. Non bisogna fare rumore. Anche il nostro odore potrebbe allontanarci dall'obiettivo. Martino si toglie il cappello, lo alza distendendo il braccio e guarda la piuma d'aquila che si piega leggera. Il vento viene da est. Camminando verso oriente saremo fuori dalla portata del naso dei cervi. Da fine settembre, per gli ungulati più maestosi delle Alpi, è iniziata la stagione dell'amore. E' il momento del bramito. I maschi emettono il loro straordinario verso a mezza strada tra il ruggito del leone, il barrito dell'elefante e il muggito del toro. Bramiscono per attirare le femmine e per avvisare gli altri maschi che non devono invadere il loro territorio. E' un grido di amore e di sfida. Tenero e brutale. Un grido che per millenni ha angosciato e deliziato i contadini di montagna, i cacciatori, i viandanti diretti verso terre lontane. Per molti il grido delle streghe, per tanti la voce del diavolo, per altri la risata dei folletti. Sentirlo è un privilegio di pochi. Bisogna conoscere la montagna, la foresta e i suoi animali. Bisogna sapere camminare nel bosco con sicurezza. Bisogna avvicinarsi al territorio del maschio come esseri invisibili e senza odori. Pari a lupi, o volpi o faine. Martino sa farlo. In un mite crepuscolo di ottobre, ci guida tra gli ontani, i cirmoli, gli abeti, il sorbo,  il ginepro nano, leggero come un leopardo. Pochi raggi di sole filtrano tra le chiome degli alberi e accendono la nebbiolina del bosco di luci magiche. Camminiamo per chilometri in un mondo di gnomi e di fate. Un gallo cedrone plana a due passi da noi e si allontana. Poi ci sfiora un forcello. Ma del cervo non c'è traccia: nessun rumore disturba la pace del bosco. Non è giornata. Il sole si spegne lentamente. Le poche nubi si colorano di rosso, il cielo si fa blu. All'improvviso Martino si blocca. Porta l'indice della mano sinistra sulla punta del naso e la destra all'orecchio. Sussurra. Sentite? Sono loro. Sono due. Un brivido corre lungo le schiene. Da est arriva un sussuro leggero. Poco più di un fruscio. Ma sappiamo che diventerà qualcosa di straordinario, di unico. Ancora qualche passo e  da poche decine di metri arriva il grido: potrebbe essere un elefante. Oppure un leone. O un bisonte. Invece dalla nebbiolina luminosa poco davanti a noi spuntano, come rami di querce rinsecchite, le corna di un cervo maschio. Tace. Ci guarda senza paura e scompare fulmineo nella foresta con la solennità di un re. Il re del bosco.  Restiamo immobili come statue di sale perse nel giallo e nel verde   degli alberi. E' un'emozione fortissima, come segnare un gol nella finale di coppa dei campioni. Come tagliare l'ultima tappa del tour de France con la maglia gialla sulle spalle. Vorresti saltare, gridare, ma Martino ha sempre quel dito sulla punta del naso. Abbiamo trovato i cervi e adesso la strada è tutta in discesa. Adesso l'abete, il sorbo, l'ontano e il ginepro sono ancora più belli, la luce del sole più dolce. Un quarto maschio bramisce a occidente, in alto, dove il bosco tocca la vetta del monte. Un quinto è laggiù, verso il fondo della valle. E' un concerto. Sono otto spiega Martino. Sono in amore. Quest'anno la stagione degli accoppiamenti è partita tardi, a fine settembre, perché ha fatto troppo caldo. Di bramiti se ne sentono pochi, siete stati fortunati. A fine ottobre finisce tutto. Arriva l'inverno. Fa freddo e i cervi lasciano la foresta demaniale in cerca di luoghi assolati, dove si trovano i ginepri nani, il  cibo invernale. Fino ad ora hanno mangiato le foglie dell'ontano. La natura è straordinaria: fa in modo che in inverno gli animali cambino il metabolismo e non abbiano bisogno di molto nutrimento. Sopravvivono con poco e riescono sempre a trovare un posto riparato dal vento ed esposto al sole. Ma le cose più belle si vedono adesso, da metà settembre a fine ottobre. Col corteggiamento, il bramito, le lotte, spettacolari tra maschi che si contendono le femmine. I più forti sono quelli appena sotto i dieci anni. Spesso dominano tutti gli altri e, a suon di cornate, possono mettere insieme un harem di quindici femmine. Vedere la lotta è uno spettacolo che toglie il fiato. Quando parla di natura, di boschi, di animali, di cieli e di prati Martino è fuori dal tempo. Le sagome degli alberi scompaiono nel grigio mellifluo, in cielo spuntano le prime stelle, il vento soffia più freddo. La notte  incombe. La «quattro per quattro» è lontana. Ma non c'è fretta di tornare al calduccio. A valle, a monte, a destra e a sinistra, si alzano nuovi bramiti. Sempre più spaventosi e dolci.  Le volpi, le lepri bianche, le cuturnici, i fagiani di monte e il cedrone si stanno addormentando. Il pensiero ondeggia nella nebbia in una valle senza tempo e senza spazio dove l'uomo se ne sta solo di fronte alla natura. Di fronte a se stesso. E' autunno.
Fonte: www.gazzettadiparma.it

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