" Il treno che da Lodi porta a Bucarest" di Stefano Rotta

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1314192234831_0.jpgL'odore del treno lo portano, fragrante, le cuccette dalla Puglia. Ferro abbruciacchiato, fischi in frenata, carne umana al chiuso la notte, panni acrilici. Stazioncina di provincia, Lombardia: si va in Romania. Percorso inverso. Perché 30 ore di ferrovia al posto di 3 di aereo? Sarà la passione di vedere le cose guardandole in faccia, o di guardare in faccia le facce; non c'è il volo nel sangue di chi è cresciuto alla Bassa, ma i cammini: t'insegnano da piccolo a sognare con i piedi per terra. La Stazione Centrale di Milano è un tempio d’Italia: Fascismo, boom, emigranti, pubblicità della Pirelli con richieste di assunzione, piccioni, cartelloni, avvisi ai passeggeri ideati da Gino Valle, militari; oggi i Frecciarossa e il nuovo look, con le scale mobili più complicate d’Europa. Andare a Venezia, tagliando la pianura nel verso del Po, vuol dire saltare uno per uno i fiumi della storia del Lombardo-Veneto, l’Adda della fuga di Renzo, il Serio, l’Oglio, l’Adige. Tutti belli grassi, oggi.

La laguna - come al solito fuori dal tempo - ti accoglie con le sirene di un’ambulanza, che non ha le ruote ma un fuoribordo. Miracolo del Leone: è il posto più turistico del mondo, ma così vero, così oltre, post imperiale, post industriale, forse anche post decadente. E così paesone, in fondo, con il "venexiàn", parlato da giornalai, gondolieri, giostrai. "I soliti casini delle Ferrovie Italiane", spiega il conducente del pullman Intercity delle "Obb" austriache. "C'erano delle corse per Vienna di giorno, dirette - va avanti, guidando il mezzo modernissimo verso Udine - le hanno tolte, Trenitalia non si è accordata con noi". Quindi, al posto del treno, si passa il confine con un bisonte bianco latte, nel nubifragio.

A Villach, gli italiani scendono tutti: chi studia musica in conservatorio, chi lavora in albergo. Altre cinque ore di curve, di boschi, di versanti dolci Alpini, sull'altra schiena della catena. Ed ecco Vienna, o meglio: la stazione di Vienna. Sul binario 8, a lato, spuntano le croci di un cimitero: quando si dice binario morto. Parte qui il convoglio verso la Romania. Il Wien-Bucaresti. "Non è posto bello per turismo", dice una cameriera sudamericana, in attesa di andare in Ungheria. Bob, compagno di viaggio, è uno studente di chimica a Zurigo. Siamo curiosi, molto, di capire da dove scappano i rumeni.

Mezzanotte, Budapest. "E' pieno solo a tornare indietro", dice Hashim, controllore Kossovaro. Parla un inglese stentato, ma si capisce. Offre le sue "West", in cambio di un paio di bicchieri di rosso italiano. Per lui una manna, ci lascia fumare in treno, gesto di complicità. Ci siamo solo noi. Ci racconta dei suoi viaggi in Italia, tutto contento di essere ospite in cuccetta; dice che da noi "i treni vanno molto veloce". Il perché, lo capiamo svegliandoci all’alba, nelle praterie della Dacia. Dopo la decima ora, il treno diventa una casa sferragliante. Arriveremo a Brasov, cuore della Romania, alle 12.32 puntualissime; partenza da Vienna alle 20.09, c'è un’ora di fuso: quindi diciassette ore e mezza. Fuori si danno la mano scene arcaiche, bucoliche, immaginifiche e pasoliniane. Facce torrefatte dal primo sole d’estate piegate sulla terra a zappar via le erbacce dal mais basso col "sapìn", carri agricoli con assi di legno ben messe e chiodate a mano, traini di cavalli da tiro con decorazioni tradizionali alla testa. Famiglie numerose in abiti colorati, sorrisi innocenti, giocattoli d’avventura. La campagna dopo la pioggia, con il cielo blu di un entroterra ancora vergine di progresso, i passaggi a livello con il fischio del macchinista e i ferrovieri con la paletta; le prime avvisaglie del mondo alla porte, un tir incolonnato dietro il carretto del "menalatte", con dodici "tolle" (latte, grosse) di latte appena munto, raccolto per case disperse a cavallo; tetti che passando a settanta all’ora sobbalzando sembrano neolitici, ma molto a punta, con cumuli suggestivi di fieno in ogni dove. E gente al lavoro di braccia, col forcone. E' una sorta di Maremma est-europea, di Ciociaria neo-latina, un Polesine post bellico; si viaggia nel tempo, col treno. I birocci, le tolle di latte, i forni di coccio nei campi aperti, i bambini soli nella pianura con i fili d’erba in bocca al fresco di un salice. Contadini che appiccano fuochi, bruciano sterpaglie, girano con cappelli di paglia intesati, ruscelli puri, casupole. Da qui si scappa verso le città. Che ti accolgono con gli odori di una raffineria, e le periferie mai simpatiche. Casermoni, criminalità: storie già viste.

"Ci sono trecentomila persone qui a Brasov", dice il ristoratore, servendoci insalata bulgara e birra rumena appena fuori dal centro. "Più centomila in giro per il mondo". E mentre lo dice, lui rumeno doc, fa il segno della mano vicino alla tasca, nell’internazionale gesto di racimolare denaro senza permesso. La Transilvania, per continuare il gioco, sono le Dolomiti del Danubio, e qui, negli orridi, stanno a loro agio orsi e scalatori. A Zarnesti, di nuovo, nelle rotonde ci sono le Bmw e i carretti trainati dalle bestie; i vecchi prendono l’ombra con il cane e il bastone; la frutta, e in generale la vita, costa pochi Leu. Ma la crisi morde, in una cittadina nata intorno a un’industria, adesso che la fabbrica è chiusa. Clima depresso. Non in alta montagna, dove si viene accolti per poche banconote in una pensione linda, con pietanze ottime, e trattamento di vera ospitalità. Vista impressionante. Rondini, tante, ma un po' diverse dalle nostre, più piccole e con segni bianchi. La notte sale il lamento lontano della cagnara.

A Bucarest, capitale del sesso a pagamento, si capisce subito in quale bar vanno i bavosi occidentali, in quali i ragazzi del posto: una birra può costare 80 centesimi come otto euro. Dipende cosa si fa dopo. Ci sono ragazze avvenenti che ti fermano per strada, per pubblicizzare i night. Molti soldi girano intorno a questo mercato. Per il resto Bucarest dice poco, se non la voglia di incipriarsi per sembrare più europea. Altre quindici ore di ferrovia per Belgrado, con le ferite belliche e gli anziani intenti a giocare a scacchi nei parchi, come da noi si gioca a carte al bar.

Poi la Serbia, profonda, Stara Pazova, "happy too meet you guys", voglia di gente che vien da fuori, anche se qui, nei paesi fuori città, sui Balcani, i ragazzotti ne incontrano pochi. Molta civiltà, comunque, nei locali di paese; molto più che in Italia, in quanto a pulizia, simpatia e moderazione alcolica. In stazione a Beograd un ragazzino di tredici anni, venuto da Novi Sad per trovare la mamma, si esibisce in una canzone tradizionale. "Sada kati kascem, idi idi, nestani...". Vorrebbe tanto poter fumare una sigaretta. E’ intelligentissimo, sguardo da navigatore: gli lasciamo un cappello, che lo fa felice. Passare dalla Serbia alla Croazia, è un po' il salto Italia Svizzera. A bordo c'è un campione mondiale di enigmistica, che anagramma "Democrazia Cristiana" in "Azienda Camorristica", Rocco Buttiglione in "Un clerico bigotto", e il nome del cronista con "Faro stanotte". Ci sono anche tre ragazze croate, intente a far festa.

Zagabria tutta, è in festa. Qualche spunto per la "sua" Milano, Giuliano Pisapia potrebbe trovarlo nei Balcani. Altro che zingari. Capitale linda, vitale, eccitante. Girano kune come a Milano - vent'anni fa - le lire. Ma girano anche persone, sui tram, fantastici, e nelle piazze; musiche balcaniche, passeggiate in famiglia, ragazze (maggiorenni) molto sexy. Si torna felici, e ottimisti, da Zagreb. ( Fonte: http://www.gazzettadiparma.it/viaggi/dettaglio/2/100671/Il_treno_che_porta_a_Bucarest.html)

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