Il Vulture dei briganti

http://viaggi.lastampa.it/fnts/viaggi-lastampa/immagini/resized/i/l/il-vulture-melfi_133328_407x304.jpg«Si sieda, le racconto la storia di Carmine Crocco». Ci troviamo lungo il Corso Garibaldi di Melfi, a pochi metri la Porta Venosiva, dalla quale Federico II di Svevia era solito passare per raggiungere il castello, un evento atteso da tutta la cittadinanza che accorreva per ammirare il corteo dell’Imperatore, composto anche dagli animali, i suoi celeberrimi falchi, e le bellissime donne del suo harem. Oltrepassata la farmacia Carlucci in stile liberty risalente a metà del ‘700, proprio accanto alla Chiesa di Santa Maria La Nova dal portale a “zig zag” che fu anche trasformata in un cinema, l’anziano barbiere invita ad accomodarsi sulle poltrone rosse che furono del bisnonno.

 

«Briganti? Lo sa quanti si sono seduti qui?». Tra le risate compiaciute e le battute scherzose degli altri avventori dai capelli spruzzati di bianco, respirando le nuvolette di profumo sparate da un’ampolla, si ritorna come a bordo di una macchina del tempo all’epopea di Carmine Crocco che fece impazzire la polizia sabauda a metà dell’800 a testa di un esercito vero e proprio di briganti, dopo avere combattuto nelle truppe garibaldine e tra le forze che volevano la restaurazione dei Borboni a Napoli. Per forza si esce suggestionati e come in trance, ammirata la Cattedrale e l’Episcopio, gioielli barocchi di Melfi e soprattutto il campanile normanno a tre strati coi grifi che spuntano accanto alla bifora, affacciati sulla piazza incorniciata da palme arabeggianti, e saliti sullo sperone di roccia sul quale è eretto il Castello dove nelle stanze in cui Federico II emanò le Costituzioni ora è allestito il Museo nazionale del Melfese (il sarcofago di Emilia Metella, i boccali a forma di cavallo, corni da parata ritrovati insieme a vasi, giocattoli nelle tombe delle vicine necropoli sono davvero splendidi), si è presi da una voglia matta di andare a scoprire il Vulture dei briganti.

 

Intorno a questo monte di origine vulcanica, nelle foreste di faggi, pini, cerri, castagni e abeti che ne tappezzano le pendici e cingono i laghi di Monticchio, ovvero le antiche bocche del vulcano, per tutto l’Ottocento e sino ai primi decenni del secolo scorso imperversavano i banditi. In località Foggianello ancora si scorgono le grotte in cui Crocco si nascondeva, tendendo tranelli e trabocchetti a diligenze private, e milizie pubbliche. «Dicono che si ubriacasse – racconta Gerardo Giuratrabocchetti,cognome più… appropriato non potrebbe avere il discendente di una famiglia di notai -, del resto il vino Aglianico che invecchia qui, nelle cantine in tufo come la mia di Rionero, è forte e irresistibile». Nella vene spente e vuote del Vulture, non si contano le botti. Oltre alla Cantina del Notaio che, insieme a quella dei Carbone a Melfi, produce l’Aglianico più buono, praticamente tutte le famiglie dei paesi sorti sul tufo hanno un proprio scrigno segreto, dove custodiscono le bottiglie. Prendete Barile, dove Pier Paolo Pasolini girò Il Vangelo Secondo Matteo (non si trovava un bimbo per fare il Cristo e fu scelta così una femminuccia, insomma una Gesù bambina) e dove il venerdì Santo ormai da 400 anni si svolge la processione più famosa ed emozionante di tutta la Basilicata con Gesù tenuto a digiuno per una settimana, la zingara agghindata con gli ori di tutte le compaesane e il Moro che gioca a palla – tradizione cristiana mescolata a elementi pagani della cultura arbëresche vista la presenza secolare di una folta comunità di origine albanese - , c’è addirittura “una valle delle cantine” in cui gli abitanti del borgo hanno semplicemente approfittato delle caverne naturali negli anfratti di roccia per stiparle di damigiane.

 

Un po’ storditi dall’indugiare nei brindisi, ci si inoltra nei boschi di faggi, si percorrono i declivi intorno al Vulture dai quali zampillano fresche acque sorgive come la Fonte Gaudianello ove le cassette delle bottiglie arancio e blu formano alte piramidi sembrando installazioni di arte contemporanea, nulla di incomparabile comunque con la bellezza dell’Abbazia di San Michele che si specchia con la sua fiabesca sagoma bianca nel lago più piccolo di Monticchio. Vi è però una grotta più sorprendente e misteriosa di tutte, di cui solo un uomo dai capelli bianchi – l’angelo delle tradizioni melfesi, moderno monaco basiliano – che tutti salutano come in un paese arabo, custodisce la grossa chiave in ferro della Chiesa rupestre di Santa Margherita. Sorge sotto il manto stradale sulla via che conduce al camposanto di Melfi al termine di un sentiero di margherite, la sua apertura è rivolta verso il castello: accanto all’affresco della nicchia centrale in cui è raffigurata S. Margherita, si riconosce anche a occhio nudo il corteo imperiale composto da Federico II, la moglie Elisabetta d’Inghilterra e il figlio Corrado con tanto di falco, forse pronti per andare a una battuta di caccia nella vicina Lagopesole dove sorge un altro castello federiciano. L’imperatore sembra però spaventato. Dai briganti? No, piuttosto dagli scheletri umani in posizione retta, rara nell’iconografia anche rupestre del ‘200, che sembrano ammonirlo: il destino ultimo dell’uomo è uguale per tutti, re, contadini e briganti. ( Fonte: www.lastampa.it)

Autore: Davide Bergamin

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