" In Molise a Carnevale arriva l’uomo cervo" di Luca Bergamin

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http://www.lastampa.it/rf/image_lowres/Pub/p3/2013/02/07/Speciali/Foto/RitagliWeb/68_GL%27%20CIERV%202010%20257--330x185.jpgQuando cala il tramonto sulla piazza di Castelnuovo al Volturno e le Mainarde coi loro aspri speroni e crinali di roccia, le forre e i canaloni ghiaiosi, le falesie si tingono di viola, nell’ultima domenica di carnevale l’uomo cervo esce dalla sua tana nei boschi. Un carnevale che discende dagli antichissimi Lupercalia, le feste che battezzavano l’arrivo della primavera nell’antica Roma. Gl’Cierv, l’uovo cervo, con la sua giacca di pelliccia, il copricapo di pelo e le corna raccolte nelle foreste di faggi, caprini, querce e lecci che tappezzano la Valle dell’Alto Volturno, annunciato dal rullo forsennato dei tamburi, balza tra la folla riunita per assistere alla sua pantomima.  

 

Simbolo delle forze della natura che si possono scatenare all’improvviso, l’uomo cervo calpesta e distrugge le fascine raccolte sul selciato, si scaglia contro il pubblico, fino all’arrivo, al suono delle zampogne – il vicino borgo di Scapoli ha dedicato un museo a questo tipico strumento musicale realizzato con legno di ciliegio e pelli di capra – della donna cerva con la quale inscena una danza d’amore. L’idillio, però, dura poco, e la furia della natura coinvolge e sconvolge entrambi gli «animali», calmati soltanto dalla maschera di Martino, un pulcinella col bastone e il capello bianco a cilindro che riesce a domarli e legarli. Ancora una volta, i cervi si liberano, e il rito primordiale raggiunge il suo apice con la comparsa del cacciatore sciamano che prima spara alle due «bestie» e poi soffiandogli nelle orecchie l’alito del bene, li purifica riportandoli alla vita. Anche le janare, vampiresche streghe cattive, imparentate coi lupi mannari, vestite di pelli animali e ornate da campanacci che emettono suoni cupi e sinistri vengono subito dopo ricacciate nelle foreste.  

 

L’inverno è stato così sconfitto e finalmente la primavera può sbocciare in questo autentico anfiteatro naturale abitato anche da orsi marsicani, lupi e rapaci, incorniciato dalle catene del Matese, delle Mainarde e del Monte Greco, in cui sorge e sgorga il fiume Volturno, ricchissimo di trote squisite da mangiare, che poi bagnerà le pianure della Campania sino a sfociare nel Tirreno. A questo paesaggio boschivo amatissimo dal pittore francese Charles Moulin, che, imitando l’amico Paul Gauguin, decise di vivere in simbiosi col paesaggio che avrebbe rappresentato eleggendo una capanna in pietra, tuttora esistente, sulla vetta del Monte Marrone la sua Polinesia, fanno da scolta imperiosi e arcigni castelli come quello di Cerro Al Volturno, di origine longobarda, con le sue torri bombate, e borghi a forma di becchi di rapace quali Castel San Vincenzo che si specchia sul lago alimentato dai torrenti della Montagna Spaccata. O Scapoli dove proprio domenica 10 febbraio si svolge la Raviolata, la sagra dedicata al tradizionale raviolo ripieno di impasto di bieta, carne di maiale macinata, salsiccia, uova e patate. O soprattutto Rocchetta a Volturno: insieme alla sua frazione Castelnuovo, questo paese medioevale con la sua affascinante parte alta quasi fantasma, è una meta amena anche perché costituisce un’autentica terrazza sulle Mainarde. È fatta di case in pietra abbandonate intorno ai ruderi del Castello Battiloro. La poco distante Abbazia di San Vincenzo a Volturno costruita tra il VII e l’VIII secolo si fregia, nella cripta di Epifanio a forma di croce greca di una volta a botte ricoperta da un ciclo di affreschi tra i più famosi della pittura alto medioevale europea.  

 

Da qui, infatti, si dipana una ragnatela quasi inestricabile di sentieri – si seguono i camminamenti e costeggiano le trincee erette lungo quella che durante la Seconda Guerra Mondiale fu la Linea Gustav, il confine fortificato che spaccava in due l’Italia coi tedeschi in ritirata a Nord della foce del fiume Garigliano e le Forze Alleate più a Sud di Cassino - che consentono di raggiungere le creste appenniniche dalle quali, nei giorni di sole, lo sguardo spazia sino al Golfo di Napoli e addirittura al Mare Adriatico. Nelle osterie di Rocchetta a Volturno si gustano il caciocavallo di Agnone (in questo paese ancora avviene la «fusione» delle campane), i taralli all’olio di oliva e il pane di Venafro, cavatelli e fusilli fatti a mano, soppressata, capocollo, salsicce. Da non perdere l’ntriglio, ovvero un salume essiccato condito all’aglio. La carne qui si taglia con i tipici coltelli di Frosolone rifiniti in corno bianco patinato. 

 

Tra i boschi di aceri e frassini, nelle praterie, che tra poche settimane «sbocceranno» nella Valle Fiorita e nella Valle di Mezzo si possono, infatti, fare splendide passeggiate lungo ruscelli dalle acque cristalline ammirando le vette del Parco d’Abruzzo, seguendo in cielo il volo delle aquile e dei gufi reali, mentre con un po’ di fortuna si può udire il richiamo del lupo italico, o scorgere in lontananza un capriolo o un camoscio. E magari imbattersi anche in un cervo, uno vero.  

Fonte: www.lastampa.it