In moto nel vento sino alla fine del mondo: viaggio in Patagonia

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1267005550333_0.JPGVento, vento, vento. Assoluto e onnipresente, travolgente e incessante. Indomabile. Meravigliosamente fragoroso.
In Patagonia è lui il «re». E parlando di un viaggio in quell'estremo lembo di Sudamerica che si protende verso i ghiacci dell'Antartide, non si può non partire da quello che è  il signore assoluto di quegli infiniti panorami, di quegli scenari maestosi che  si perdono oltre lo sguardo  e riempiono il cuore di un grandioso senso di libertà. Il vento c'è, lì, sempre. Non perde mai occasione per ricordarti che se ancora riesci a stare in piedi nel suo regno, su due gambe o due ruote poco cambia, è solo perché lui ha deciso di concedertelo. Strattonandoti solo un po', tanto per ricordarti chi comanda, prima di concederti di guadagnare un altro metro, un altro chilometro, un altro paese. Ma mentre la moto viaggia inclinata per contrastarne la forza impetuosa che scende dalle montagne, e si scuote,  e si sposta su quegli sterrati polverosi, quasi minacciando  di disarcionarti a ogni metro; mentre quella cavalcatura d'acciaio che ti trasporta faticosamente pare diventare, improvvisamente, fragile e incerta sul cammino da percorrere e il pilota ci si aggrappa e insieme l'aiuta e la sostiene e si fa sostenere quasi con la forza della disperazione, la grandiosità di tutto ciò che ti circonda si svela ad ogni metro che passa. E riempie l'animo. Basta fermarsi un attimo. E  godere di quell'immensa dimensione. Perchè gli spazi della Patagonia sono esattamente così: immensi. Lontani una vita da quell'«affollato bus da ora di punta» che è ormai diventata la nostra vecchia Europa. Lì, ancora, gli spazi ti circondano e si perdono lontani ma sono assolutamente tuoi, in ogni momento li puoi gustare e assaporare senza limiti, mentre  quel soffio fragoroso che scende dalle montagne li rende vivi. E' un piacere puro ed egoistico ma che, paradossalmente, nulla ha di solipsistico. Sei solo, sì. Ma il silenzio assordante del vento  ti fa sentire continuamente quanto solo non sei.

La Carretera Austral
Viaggiare attraverso la Patagonia è, d'altronde,  una sorpresa continua, ma che si dipana lungo un filo preciso e ineluttabile: le Ande. Maestose e innevate, sono il limite costante e insieme la traccia da seguire. Sono la spina dorsale delle Americhe, che qui giungono al loro limite australe, e la Patagonia dalle Ande è profondamente caratterizzata. Soprattutto nel versante cileno.  Già, perché se si parla di Patagonia si tende spesso a pensare solo all'Argentina, alle sue sterminate distese che dalle montagne si allungano fino all'Atlantico. Ma c'è anche l'altro versante delle Ande: quella stretta lingua di terra che precipita dalle vette direttamente nel Pacifico. Senza pianure, senza respiro, fatta di spazi immensi, sì, ma stavolta verticali. Un gioiello incastonato tra vette e mare. Straordinariamente bello. E' un paese fantastico, il Cile. Lunghissimo, quasi «anoressico», poco conosciuto e poco considerato, a lungo soffocato nell'oblìo della dittatura e sicuramente sottovalutato. Non stiamo qui a parlare della bellezza di Santiago, capitale moderna e vivace quanto indiscutibilmente sudamericana in tutti i suoi aspetti, positivi e non: una giornata di inizio gennaio, nei 30 gradi dell'estate australe, vale solo per un'occhiata superficiale d'ammirazione, prima di risalire su un aereo che porterà al capolinea iniziale del vero tuffo in Patagonia. Osorno, un migliaio di chilometri e tanti gradi di temperatura in meno più a sud. Da qui si parte davvero. Qui  sono in attesa le 6 moto noleggiate  che porteranno chi scrive e i suoi 5 compari d'avventura fino alla «fin del mundo». Qui, o meglio una manciata di chilometri più a sud, all'altezza di Puerto Montt, inizia il tracciato tormentato e selvaggio della Carretera Austral, pomposamente battezzata e tuttora chiamata «Carretera General Augusto Pinochet», in una dedica al dittatore responsabile di tanti lutti e dolori che perlomeno questa strada volle e fece costruire, per collegare anche il sud al resto del paese. Per arrivarci, evitando troppi traghetti, porti industriali e l'ultimo tratto d'asfalto, la soluzione alternativa da Osorno è quella di puntare per una prima volta verso la vicinissima Argentina e la quieta regione dei laghi di San Carlos de Bariloche.

Primo passaggio da una di quelle ormai vetuste frontiere (almeno per noi europei, figli di Schengen), che costelleranno tutto il viaggio in un continuo andirivieni tra i due paesi: sbarre a chiudere la strada e uffici vecchio stile, folla accalcata agli sportelli, fogli e foglietti da compilare e ricompilare, doganieri imperturbabili impegnati a timbrare e timbrare senza sosta documenti e pezzetti di carta. Mezzora, tre quarti d'ora, un'ora, un'ora e mezza. Dipende. Tempi sudamericani per districarsi nella giungla burocratica. Poi ancora strada, finalmente libera, ma in una sorta di «terra di nessuno» lunga chilometri (anche 45, in un caso) prima della dogana dell'altro paese. E la trafila che ricomincia. Alla fine diventa quasi un rito, una pausa calcolata nell'impegno del viaggio, un punto di ritrovo per quelli che come noi, un po' anarchici come tutti i veri motociclisti, viaggiano raramente in gruppo unito, ma piuttosto  sparsi lungo il percorso per seguire tempi e  gusti  personali. Bariloche e Esquel sono tappe in bilico tra l'Argentina classica e l'inizio del mondo patagone. Già belle, ma non è ancora nulla. Da lì, infatti, si torna in Cile (ancora frontiera...) attraverso passi spettacolari e un primo assaggio di ciò che sarà: una natura straripante e totale. Montagne, foreste, laghi, cascate. E poi fiordi che si insinuano tra ghiacciai e cime innevate, una vegetazione rigogliosa e incontenibile, animali ovunque. La Carretera Austral dovrebbe essere  la highway del Cile del sud. Ma nella realtà è una tormentata striscia di terra battuta mitragliata di buche, a volte larga e ghiaiosa, più spesso stretta e inserita quasi a forza tra costoni di roccia e lembi di una foresta che pare volerla continuamente ingurgitare. Non un chilometro, non un metro è regalato dalla natura. E neanche un metro merita di essere perso da chi ha la fortuna di poter passare di lì. Arriverebbe fino a Villa O'Higgins, la Carretera. Il limite sud è lì, ai piedi di montagne gigantesche. Il Cile prosegue ben oltre, in realtà, ma per arrivarci via terra bisogna svoltare prima, all'altezza di Cochrane, per tornare ancora una volta in Argentina e aggirare da est le montagne. Il passaggio scelto è il piccolo Passo Roballo, più a sud  e assai meno frequentato del più noto Chile Chico ma forse, proprio per questo, ancor più coinvolgente. Una piccola frontiera attraversata da galline, poco più che una mulattiera come linea guida. E in mezzo valli e cime, cavalli liberi al pascolo e guanachi, volpi e condor. Così meravigliosamente lontano dalla civiltà...

La Ruta 40
Non che sia molto diverso, in questo senso, l'altro versante. Ma qui gli spazi verticali scivolano via, sdraiandosi nell'infinito: è  la temuta e attesa Ruta 40, larga e piatta, dritta  e puntata nel nulla. Sterrata, ovviamente, e piena di ghiaia che si accumula in pericolose e infinite strisce che delimitano le strette tracce delle ruote. Il vento, qui, è più che mai nel suo regno. E, naturalmente, spira quasi sempre lateralmente. L'impegno per restare in equilibrio negli stretti binari è già notevole in una giornata normale. In moto. E se capita (e capita...) una giornata di quelle  con il vento «locado», il farsi 400-500 km di equilibrismi e impegno diventa un'impresa vera. Che non dà spazio ai rimpianti, però: anche in macchina la si potrebbe fare. O in bus. Senza fatica. Ma non sarebbe mai, qui più che altrove, la stessa cosa. Perchè per capire la Patagonia bisogna  starci dentro, assaporarne gli odori, farsi sballottare dal fiume impetuoso d'aria gelida che la domina e percorre, viverne i fragorosi silenzi. Attraverso l'oblò di un'auto, tra musica e microclima da riscaldamento acceso, la puoi vedere, non vivere. Non sarà mai la stessa cosa. Le imprese, però, vanno festeggiate. E le occasioni non abbondano: tra un paese e l'altro ci sono spesso anche 100, 150 chilometri. Il pomposo centro che appare sulla cartina si rivela infallibilmente come  un pugno di case sparpagliate nella pianura. Ma anche il più sperduto  Bajo Caracoles o Tres Lagos il suo angolo da siesta ce l'ha: e alla sera, comunque sia, una pantagruelica mangiata a base di carne e vini rossi (splendidi quelli cileni...) corona degnamente ogni giornata. Ovunque. Certo, a volte l'hotel di turno, come nel caso del Bajo Caracoles prima citato, si rivela poco più che una baracca: una stanza con tre letti per sei persone (tre a terra, nei sacchi a pelo). Un solo bagno per tutto l'«albergo». Allagato alla mattina. Il distributore di benzina, promesso dalle cartine, fuori uso e arrugginito. E la «nafta» per proseguire? Qualcuno del luogo disposto a sparire nel polverone con il suo pick-up, per poi ricomparire un paio d'ore dopo con tre miracolose taniche piene (e vendute a prezzo «leggermente» ritoccato), comunque lo si trova. Ma va bene così. L'avventura è l'avventura, no? E questa è  la Patagonia. Chi preferisce piscine, cocktail serviti sul lettino abbronzante  e animatori in pareo, non verrà comunque da queste parti.

I grandi parchi
Anche perché, in fondo, non è tutto così. Basta arrivare in uno dei centri turistici, vicini alle grandi attrattive naturalistiche, per ritrovarsi catapultati fra pullman di turisti e negozi di souvenir, ristoranti alla moda, hotel e pub. Nella cittadina argentina di El Calafate, ad esempio. Ma anche, in parte, nella cilena  Puerto Natales. La prima è la porta d'accesso allo straordinario ghiacciaio Perito Moreno, la seconda del Parque Nacional Torres del Paine. Due capolavori della natura che nessuna descrizione e nessuna foto potrà mai rendere. Il Perito Moreno è un maestoso fronte di ghiaccio alto una sessantina di metri e lungo chilometri.  Il candore abbagliante della massa imponente si specchia nell'azzurro di un lago che il ghiacciaio stesso alimenta e insieme inghiotte, mentre i raggi del sole invadono gli immensi crepacci, colorandoli di tutte le più fantastiche  tonalità di blu. Crepitii continui,  boati e tonfi. Un sottofondo inquietante accompagna lo spettacolo, con i blocchi di ghiaccio che regolarmente si staccano e precipitano dal fronte bianco nel blu delle acque. E si tramutano in iceberg: impassibili sentinelle candide, inviate a pattugliare la superficie d'acqua che si perde tra i monti. E tutto è lì, a pochi metri dalla collina che lo fronteggia e che ospita i visitatori. Così vicini da poter quasi  toccare il tutto. Mentre il respiro gelido della montagna bianca arriva a sferzare il viso c'è la consapevolezza che, una volta di più, sarà impossibile far capire davvero a chi non c'era. Torres del Paine, invece, è un'apoteosi, un concentrato dell'universo andino: chilometri  quadrati che sono il paradiso degli amanti del trekking, dove altri ghiacciai si specchiano in fiumi contorti e in laghi a volte gelidi e a volte fumanti per le sottostanti esalazioni vulcaniche, con picchi maestosi a dominare un panorama in cui spiccano le tre Torres: tre grandiose guglie di pietra vicine l'una all'altra e insieme puntate verso il cuore del cielo. Imperdibili. Come tutto il parco.

La Fin del mundo
Siamo ormai ai limiti sud della Patagonia. Ma non del viaggio. C'è ancora un'appendice carica di suggestioni che ci attende. Un piccolo traghetto fa la spola attraverso il mitico stretto di Magellano, tra la terraferma patagonica e la Isla grande della Tierra del fuego. Una ventina di minuti e lo sbarco nell'ultimo lembo di terra percorribile è completato. La rotta  è nuovamente verso la parte argentina e in particolare Ushuaia: la favoleggiata città «più australe del mondo», l'ultimo porto a sud e base di tutte le spedizioni in partenza per l'Antartide, subito alle spalle di quel Capo Horn che per i velisti è la vera laurea sul campo. Quella che, come un cartello all'ingresso della città recita orgogliosamente, si autodefinisce «Fin del mundo». Parzialmente a  ragione, va detto, visto che sull'isoletta di fronte, in territorio cileno, la ben più piccola e meno conosciuta Puerto Williams rivendica il primato per un pugno di miglia. Dettagli. Il mito resta Ushuaia. E per raggiungerla si attraversano centinaia di chilometri di altre pianure sferzate dall'onnipresente «re» della regione. E montagne inattese. E laghi e foreste. Sorprendenti. Fino a quel «Paso Garibaldi» che colpisce per la sua quieta bellezza, riempie di italico orgoglio e permette l'ultimo tuffo sulla vagheggiata meta. E' fatta. Ushuaia è qui. La moto corre sull'asfalto  e arriva fin dove la strada finisce. In assoluto. Poi ci si può solo voltare indietro e dopo essersi riposati un po' tra i locali vivaci di una cittadina diversissima (in meglio) da quanto era lecito attendersi, colorata e piena di vita, tra  grandi navi ancorate nel porto e  gite in barca sul «Canal Beagle» con i suoi scogli carichi di fauna straripante, può solo iniziare la breve risalita. Fino all'altro versante dello stretto di Magellano, di nuovo nella terraferma cilena. Punta Arenas. Da lì ripartirà l'aereo per il ritorno a casa, 4.452 chilometri, 15 giorni e un milione di sensazioni e ricordi dopo Osorno. Sembrava impossibile pensarlo, in certi momenti: ma anche quel soffio impetuoso e inarrestabile, quel vento assoluto  che per tanti giorni ci ha accompagnato e tormentato,  manca già.  ( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

Autore: Massimo Sperindè

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