" Istanbul va a letto tardi " di Edoardo Malvenuti

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1314773943888_0.jpgSembra che l’universo si sia sbriciolato sull'Istiklal Caddesi. La spina dorsale del quartiere di Beygolu corre per due chilometri da Taxim a Tünel, tagliando in due il colle conficcato tra il Bosforo e il Corno d’Oro. Calpestato, sporcato e vissuto ogni giorno da milioni di persone, questo passaggio pedonale è lo specchio della Turchia contemporanea, laica ed europea. Ogni passo è scandito dalla luce di neon multicolori, ad ogni piano d’ogni palazzo.

Le finestre che vi si affacciano brillano negli occhi dei passanti di offerte fluorescenti. Un puzzle espressionista dove pub, parrucchieri, palestre e negozi di souvenir convivono gli uni sopra gli altri, nella stessa tromba delle scale. Ci sono i negozi delle grandi catene d’abbigliamento a poco prezzo e un’enorme centro commerciale appena inaugurato. Davanti alle vetrine scintillanti decine di strilloni seduti dietro carretti bianco-rossi avvolti dal fumo delle griglie: salano pannocchie per i passanti frettolosi, basta una moneta da una lira. L'Istiklal la si imbocca a piazza Taxim. Qui, sotto una enorme bandiera turca che sventola placida, la piazza è rovente. Centinaia di taxi gialli ingorgano ogni centimetro d’asfalto, anziani dalla pelle color del cuoio propongono acqua ghiacciata a pochi centesimi, mentre facchini accaldati, in divisa, scaricano valige costose all’ingresso di hotel a cinque stelle. Taxim alle spalle la gente si accalca di fretta nell’imbuto dell’Istiklal. La leggera pendenza rende l’idea della calca. Donne in nero dalla testa ai piedi, altre avvolte nel türban, tipico velo turco d’ogni foggia e colore, poi uomini d’affari, musicisti tatuati, ragazze dagli occhi grigio perla e le unghie smaltate. Ad un tratto senti sferragliare: è l’ultimo vagone della storica linea del tram. Questo frammento di nostalgia in movimento sembra uscire da una vecchia foto in bianco e nero di Ara Güler, il più noto fotografo stambuliota. Scorre lento in mezzo alla via, la gente si scosta.

Un bambino col flauto si attacca alla balaustra posteriore. Più in là stanno spazi per esposizioni d’arte contemporanea, acrobati del gelato, eleganti gallerie coperte. Così l’Istiklal scorre finché non si sente il richiamo dei piccoli sokak laterali: stradine spesso strette, sconnesse e rumorose. In un attimo si è a Tarlabasi. Qui la Beygolu luccicante della grande via pedonale non c'è più. Al suo posto una fila ininterrotta di parrucchieri per uomo che si sfidano con prezzi al ribasso, ambulanti con cataste di merce rovesciata sulla strada, spazzatura nei corner nascosti.

Giri l’angolo e dalle finestre di palazzi cadenti e male illuminati decine di travestiti ammiccano ai passanti. Fischiano. Sotto, in un piccolo caffè, due anziani lanciano dadi su una tavola da backgammon scura, consumata. Non fanno attenzione. Sui tavolini bassi, circondati da piccoli sgabelli si riempiono e si svuotano bicchieri di tè, o çay da queste parti. Bevanda nazionale servita a ogni ora del giorno e della notte, sempre nel piattino a spicchi bianchi e rossi, sempre con due zollette di zucchero. Serve a riflettere, fumare una sigaretta. Aiuta ad avvicinarsi alla complessità di questa città, farla propria. Qui non c'è disarmonia: tutto ciò che sembra gettato a caso trova un ordine naturale, inevitabile. Così sempre a Tarlabasi basta girare l’angolo per entrare in una straripante strada di bar all’aperto. Tavolini ammucchiati gli uni di fianco agli altri per la gioventù gaudente e alla moda. Tra birre e cocktail colorati, i tanti dj si richiamano l’un l’altro mixando elettronica a musica tradizionale turca. Qui la chiamata alla preghiera resta alla porta. Alzando lo sguardo ci si accorge che tutti questi locali stanno dentro palazzi cadenti. Una sfascio che ne esalta la bellezza. Costruzioni nobili d’un tempo che rinascono dal basso. Tanti ultimi piani hanno le facciate annerite dallo smog mentre rampicanti ne incrostano l’intonaco. Questa strade di Istanbul sono poi l’apoteosi d’ogni golosità. Dagli enormi rotoli di kebap alla cozze fritte in vasche di olio bollente, passando per i tavoli unti delle piccole taverne laterali alle terrazze con vista di Nevizade Sokak . Lì sorseggiando un raki ghiacciato, liquore nazionale all’anice, si è seduti sul tetto di Istanbul. Qui ogni palazzo ha la sua terrazza e ogni terrazza i suoi avventori. Dalle più indisciplinate, alle più discrete. Una città sopra la città, al calare del sole, quando lentamente il cielo si infiamma di rosso porpora e si accendono le luci di questa megalopoli sul Bosforo. Sconfinata in ogni direzione. Sospesa tra due continenti. Ricca e povera, folle e discreta, indecifrabile e sfacciata. Eccola, in una parola, Istanbul. ( Fonte: http://www.gazzettadiparma.it/viaggi/dettaglio/2/101399/Istanbul_va_a_letto_tardi.html)

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