L’arcipelago toscano bello e timido

http://www.lastampa.it/rf/image_lowres/Pub/p3/2013/07/04/Speciali/Foto/RitagliWeb/NTLIT77H5260-094--U10103767634437MBD-599x430--330x185.jpgI segreti delle sette sorelle al largo del Mar Tirreno che affascinano con la natura e i loro piatti
Carla Diamanti

Origine vulcanica e frammenti di rocce rosse. Più vicina alla Corsica che all’Elba. Questa è Capraia, la più occidentale fra le isole del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. «È un’isola a sé, diversa dalle altre, ha il suo carattere», ci raccontano i marinai di queste parti, che parlano delle isole toscane come fossero persone. La distanza dalle coste dello Stivale è servita a mantenerla un po’ più al riparo, a contenere l’arrivo dei villeggianti e a conservare questo suo carattere specifico e spigoloso, modellato dal mare che a volte diventa impetuoso. 

 

Ci si può arrivare navigando da Nord dopo la traversata da Gorgona a bordo di uno degli hotel de charme galleggianti (www.hotel-cruiser.com), sogno realizzato del lupo di mare Francesco perché tutti potessero conoscere le sue isole senza doversi privare dei confort né della cucina del territorio, a cominciare dalle focaccine calde a colazione.  

 

È diversa, dunque Capraia. Arrivando verso sera, il tramonto si riflette nelle acque limpide, ideali per le immersioni, e trasforma il cielo in un rincorrersi di sfumature. Di giorno, ecco la consueta bellezza dei luoghi, da scoprire seguendo i sentieri per le passeggiate che si arrampicano tra arbusti di mirto e liquirizia fino alle alture da cui il panorama mozzafiato spazia da Capo Corso all’Elba e oltre, con la fortuna del bel tempo, fino al Canale di Piombino.  

 

Un solo porto naturale fa da centro delle attività dell’isola, ed è dominato da un grappolo di case che a guardarle da lontano sembra che stiano appese lassù almeno da un paio di secoli, sebbene il passare del tempo non pare averle disturbate. Sull’acqua si allineano i pochi ristoranti storici che propongono i piatti tipici dell’arcipelago, molti dei quali frutto di contaminazioni tra pesce e verdure degli orti isolani. Come la zuppa di acciughe o le seppie in inzimino, preparate con aglio, pomodoro, spinaci o bietole e peperoncino.  

 

Terminato il periplo fino a Cala Rossa, la più famosa delle sue insenature, si salpa da Capraia verso sud, oltre l’isola d’Elba, sintesi di tutte le sorelle minori, e oltre Pianosa, una sorta di scoglio piatto e privo di spiagge, ricoperto di cespugli di rosmarino, ginepro fenicio e di spazzoforno, quasi introvabile altrove ma che su questi terreni poveri cresce a proprio agio. La chiusura dell’antica colonia penale, nel 1997, l’ha lasciata deserta, portando via gli anche gli abitanti del piccolo borgo che guarda la costa peninsulare. 

 

In fatto di popolazione, la supera di poco Montecristo, dove gli abitanti variano da 1 a 6 in base alla stagione. Si fa presto a fare il conto, perché a risiedere sull’isola sono il guardiano del faro e la sua famiglia, e due guardie forestali. Avvicinandoci, seguiamo le indicazioni e cerchiamo di indovinare il perimetro di Montecristo, descritta come l’isola perfetta. Perfetta nel senso che ha la forma che ci si aspetta da un’isola, disegnata proprio come nei fumetti, tonda di circonferenza e conica in altezza, quasi fosse uno sbuffo di meringa in mezzo al mare. Ma della meringa ha una consistenza decisamente diversa, visto che è uno scoglio di granito ingentilito dai profumi e dai colori della macchia mediterranea bassa e discontinua fatta di distese erica e rosmarino. I pochissimi residenti dell’isola in cui Alexandre Dumas fa trovare da Edmond Dantès il tesoro su indicazione dell’abate Faria, vivono nei pressi dell’unico approdo. Si trova vicino alla Villa Reale e all’orto appartenuti ai Savoia da quando l’isola divenne riserva esclusiva di caccia per Vittorio Emanuele III, che la scelse anche per trascorrere la luna di miele con Elena del Montenegro. 

 

Superate le secche dell’isola delle Formiche, adatte per un tuffo, riprendiamo la navigazione fino alla grande rada sabbiosa del Campese, sull’isola del Giglio, la seconda per grandezza e quella che poco più di un anno fa ha richiamato l’attenzione di media e turisti dopo il naufragio della Costa Concordia. Più vicina alla costa e più facile da raggiungere, al Giglio si arriva anche in gita dall’Argentario, magari per mangiare gli spaghetti alla Baronessa nelle trattorie di Giglio Porto che li preparano con pomodorini, tonno, maggiorana e basilico o per la palamita, diventata presidio Slow Food e servita alla griglia o sfilettata sott’olio con alloro e pepe.  

 

A Sud, Giannutri chiude l’arcipelago sconfinando quasi nelle acque del Lazio. La sua grande baia con il piccolo molo che fu anche approdo dei Romani disegna una mezzaluna, adattandosi alla forma dell’isola che perciò ebbe sempre un particolare fascino per le antiche civiltà. Verso l’interno, Giannutri ricorda di essere sorella delle altre: lontano dalle calette animate e dal mare splendido la natura diventa selvaggia, anche se i profumi e i colori dei fiori addolciscono le rudi forme delle rocce calcaree. Island hopping, direbbero gli anglosassoni. Veleggiare a ritmo lento da un’isola all’altra, diremmo noi, allungando la frase ma godendoci il tempo. Questo è il passo che ci si deve predisporre a seguire, arrivando nell’arcipelago slow. 

Fonte: www.lastampa.it

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