" La Londra di Dickens, favola nera" di Giorgio Montefoschi

http://www.finzionimagazine.it/wp-content/uploads/2011/11/Charles-Dickens-570x300.jpgNel Museum of London, a due passi dal Tamigi — lungo il quale i vetri e gli acciai della moderna architettura paiono diamanti nel sole e nel vento che sferza l'acqua — la mostra appena inaugurata, intitolata «Dickens e Londra», con la quale si aprono le celebrazioni del bicentenario della nascita (1812) dello scrittore inglese più famoso e più amato del suo tempo, esibisce quadri, ritratti, modellini di carrozze e di treni, programmi teatrali, pagine manoscritte (arruffate: chi lo avrebbe mai detto), porte di antiche taverne, abitacoli in legno che un tempo erano a un angolo di Trafalgar Square, e soprattutto Londra: la città governata dalla regina Vittoria, che Dickens, di notte, per raccogliere voci e dialetti, volti e maschere, percorreva in lungo e in largo come un folle.
Emerge, in tre grandi schermi, da fotografie ammantate di nebbia, la Londra delle carrozze che percorrono Regent Street e lo Strand; la Londra delle vecchie locande, descritte nel Circolo Pickwick, un tempo punto d'approdo delle diligenze provenienti dal Dorset o dal Surrey (quando le «diligenze percorrevano solennemente la campagna inglese»), poi diventate catapecchie sordide nelle quali gli incontri potevano essere anche più pericolosi che nel passato; la Londra dei mercati per le case dei ricchi come il Covent Garden, con i banchi delle verdure e della carne, i banchi delle aragoste e dei pesci appena pescati nel Mare del Nord o a Brighton, e quella dei mercati poveri, con carretti miseri e miseria umana intorno; la Londra delle belle botteghe con le vetrine in Soho o Drury Lane; la Londra fumosa e oscura dei grandi capannoni industriali nei quali si producevano le stoffe o le caldaie per le navi; la Londra delle taverne e dei pub; la Londra degli slum, i bassifondi, con i vicoli fangosi e maleodoranti; la Londra sventrata dalla ferrovia metropolitana; la Londra imperiale del fiume, con i bastimenti che arrivavano dall'altro capo del mondo, i magazzini del grano e delle spezie, e le dogane, e quella tenebrosa della foce dove vagavano le barche dei cercatori di cadaveri, come accade nell'inizio del più tenebroso romanzo occidentale, vale a dire nel Nostro comune amico; la Londra delle case sontuose di St. James, dietro alle quali brillano le candele, splendono le tovaglie e gli argenti, i camini scoppiettano, i camerieri sono impettiti, e quattordici persone (sempre nel Nostro comune amico e subito dopo quel crepuscolo intinto di sangue e di morte) sono seduti attorno a una tavola in una casa in cui tutto, compresi i proprietari, è «in ordine», e lucido, e si parla bene e male di chiunque — e quella delle case, sì, ricche, dietro alle quali però, come in Dombey e figlio, dominano il silenzio e il gelo; la Londra delle prigioni tetre nelle quali finiscono i truffatori e gli assassini, ma anche i poveri derelitti, come il povero Dorrit in La piccola Dorrit, per non aver pagato un debito (e una volta il padre di Dickens, maggiordomo, nella vita); la Londra che da lontano vede David Copperfield, nel 1849, quando per la prima volta arriva a Londra e gli fa dire: «Che meraviglia fu Londra quando mi apparve dalla distanza; pensai che ogni tipo di avventura possibile dei miei favoriti eroi si svolgesse lì dentro, e che fosse la città più piena di prodigi e di male di tutte le città della terra…»; la Londra verso la quale i viaggiatori sembravano misteriosamente attratti, «come sospinti da una disperata fascinazione»: il mostro ruggente che li inghiottiva, e nel quale si perdevano incapaci di tornare indietro…
Con Dickens è impossibile non fare i conti, anche se oggi, incredibilmente, in Italia per esempio, non lo legge quasi più nessuno (mentre un tempo, quando le navi provenienti dall'Inghilterra arrivavano a New York con l'ultima puntata di un suo romanzo, la gente si affollava sulla banchina, impaziente, e chiedeva ai marinai cos'era capitato a questo e a quello). La sua visionarietà, la sua capacità di invenzione nella trama, la sua perfezione nel descrivere gli esseri umani e la sua galleria sterminata di esseri umani, la forza necessaria a tenere insieme la tragedia e il riso, il Bene e il Male, la speranza e l'ineluttabilità, non hanno uguali nel romanzo ottocentesco.
Ma per leggere Dickens, bisogna veramente abbandonare sé stessi ed entrare nella porta che introduce al suo mondo. Questo — è il paradosso, per uno scrittore che più di ogni altro ha descritto la società in cui viveva con tutte le sue contraddizioni — è un mondo alla fine teatrale, o per meglio dire, forse, fiabesco. Un mondo nel quale i maestri di scuola sono cattivi, ma cattivi come nelle favole; i delinquenti sono efferati, ma come nelle favole; le fanciulle sono infelici o innocenti come nelle favole; l'amore esiste, ma i corpi non si sfiorano, come nelle favole; tutto esiste come nelle favole; tutto è vero e finto, come nelle favole. O come nella proiezione di un gigantesco, prodigioso, sogno. ( Fonte: Corriere della Sera [scheda fonte])

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