" La magia del Tibet scuote i ricordi" di Alberto Bevilacqua

Cultura e destino di una civiltà

http://www.partecipiamo.it/cultura/tibet/China,_Tibet_-_Potala_Palace.jpgNei punti strategici della mia casa, conservo oggetti legati ai miei soggiorni in Tibet. La «psicometria» è una delle arti sensitive dei monaci. Concentrandosi su un oggetto, a volte senza nemmeno toccarlo, il monaco «maestro» capta la storia di colui a cui è appartenuto o appartiene: in certi casi, riesce a far proprio, medianicamente, il pensiero altrui. La psicometria conferma che siamo tutti collegati, al di là dello spazio e del tempo, da una sorta di filo d'Arianna che percorre il labirinto di una creatività comune.

L'amore. Ciascuno porta, dentro di sé, una memoria genetica in cui le vite che hanno preceduto la nostra e di cui la nostra è fatta - dei padri, dei loro millenni - hanno stratificato sentimenti ed emozioni. Un uomo e una donna si attraggono e si innamorano quando esiste, fra loro, un'identità di sentimenti ed emozioni già vissuti da altri, nel tempo, stimolati dal presente. Allora il richiamo è irresistibile. E il bacio, l'amplesso non sono che un modo per ricordare, vivere insieme identità memorabili.

Le visioni. L'ultima volta che mi sono recato in Tibet è seguita alla morte di mio padre. Credo sia l'ultima edizione del Libro tibetano dei morti, appena ripubblicata dall'editore SE, a cura di Giuseppe Tucci, che me l'ha riportato alla mente. Intendevo allora incontrare il monaco maestro, Tashi, per averne vicinanza e conforto. Ho fissato con una piccola telecamera questo incontro. Nessun taglio nella pellicola. Tashi mi venne a dire: «Provo molto dolore per la morte di tuo padre». Io non l'avevo informato, nessuno l'aveva informato ed erano tre anni che non ci si vedeva. La mia prima visione si era verificata proprio con Tashi. Uno dei «poeti» della matematica, Georg Cantor, sostiene che queste visioni portano «al di là di ogni limite», in quella dimensione di infinito contesa fra filosofia e teologia, contrastata dalla fisica, ma possibile e multiforme. Ciascuno se la porta confusamente dentro di sé e può testimoniare di aver provato, almeno qualche volta nella vita, percezioni e precognizioni che hanno smentito l'ordine logico da cui ci sentiamo imprigionati.

Il monastero si specchiava nella natura dell'Himalaya, tutta vertigini ed eccessi. Avevo fatto amicizia, appunto, con Tashi, a cui bastava fissarmi per leggermi negli occhi domande e desideri. Egli si dichiarava pronto a trasformarli in visioni che - mi assicurava - avrebbero avuto la concretezza della realtà. Insisteva. Io facevo resistenza, per un'istintiva paura. Lo seguivo nel Gön-kang, l'antro cappella di ogni monastero, dove dimorano gli Yi-dam, gli dei tutelari. Mi conduceva a una finestrella da dove si respirava il cielo, la mente colmandosi delle altezze vertiginose: era come se venissi proiettato in quelle distanze. Tashi modulava i gesti, in silenzio, ma i gesti avevano un loro cifrario e così mi indicava che là c'era il Nepal e là si stendeva l'India. Brillavano le stelle, la luna scivolava per i canaloni di ghiaccio, la notte in cui, accanto a Tashi e di fronte alla finestrella, provai nostalgia della nascita delle cose, della mia stessa nascita; la provai afferrando un raggio lunare che rendeva di cristallo una farfalla che mi parve chiusa nel suo sonno, posata sopra un mattone e che d'improvviso prese a riflettere minuscoli bagliori di verde, rosa, oro: un annuncio dell'alba imminente. E subito quel momento si trasformò in visione: la «visione della mia nascita». Tornato in Italia, mia madre mi confermò l'esattezza di ogni dettaglio.

La grande repressione delle guardie rosse. Sul finire degli anni Sessanta. Rivedo la distesa dei monaci a terra. Molti avevano il volto sfigurato, gli occhi tumefatti. Immobili. Si difendevano dal loro dolore con la dignità del pudore, un'immobilità assoluta, mistica. Di fronte, le farfalle che in questa terra sono grandi, di un'incredibile varietà di forme e colori, disseminate a centinaia davanti al monastero, già sveglie, muovevano impercettibilmente le ali, ma non osavano sollevarsi. Formavano un immenso prato vibratile, soggiogate dal timore di turbare, alzandosi in volo, quel momento privilegiato della dignità. ( Fonte: Corriere della Sera [scheda fonte])

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