" La mia Tel Aviv tra spiagge, sushi e ashkenaziti di sinistra" di Paolo Besana

Sul mare fangoso una fila di terribili grattacieli, nell’interno un grande patrimonio architettonico eroso dall’incuria, dal caldo e dall’umidità, dappertutto club e discoteche. A chi arriva Tel Aviv ricorda un po’ Riccione, un po’ Agadir, un po’ Atene: non i posti dove vorremmo tornare più spesso.

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Invece quando i miei amici mi hanno bocciato l’idea di un weekend lungo a Beirut ho accettato subito Tel Aviv come meta alternativa, anche se era la terza volta in pochi anni. Perché a Tel Aviv ci si diverte, invariabilmente e molto, ma anche perché quando si impara a leggerla si scopre una narrativa senza pari, ed un senso di dolcezza, legame, fragilità e perdita che ne fa un luogo di un romanticismo quasi ricattatorio e produce immancabili magoni al momento della partenza.

 

Ho sempre pensato che se le applicazioni tipo “Cities I’ve visited” ci chiedessero anche quanto tempo abbiamo passato in ciascuna città potremmo avere un’immagine quantitativa della nostra geografia personale, della nostra cittadinanza ideale. Tel Aviv chiama al ritorno perché oltre ad essere in realtà bellissima (i quartieri Bauhaus vanno visti casa per casa, rifugiandosi dal caldo in caffè accoglientissimi) è una specie di miracolo, un’eccezione minacciata, l’ultima superstite delle capitali cosmopolite del mediterraneo contrapposta alle dittature della regione ma anche a Gerusalemme.

 

In generale si pensa che Gerusalemme sia il luogo della Storia e dell’identità, Tel Aviv il luogo del divertimento e del consumo. Per me non è affatto così: le religioni millenarie, i loro luoghi, i loro simboli veri o farlocchi sono ovviamente affascinanti per chiunque, ma è a Tel Aviv che abitano la storia, la volontà di esistere e i valori del giovane stato di Israele. Lo dimostrano la tendopoli di Rothschild Boulevard, la manifestazione di sabato scorso, il senso di comunità e la volontà di difendere e rivendicare il proprio stile e tenore di vita.

 

Nel pomeriggio ero alla spiaggia dell’Hilton, una delle vetrine dell’edonismo cittadino, dove gay, straight e un sacco di bambini schiamazzano insieme nel mare caldissimo, e tutti si davano appuntamento in manifestazione. Bibi aveva parlato di «ashkenaziti di sinistra che mangiano sushi e fumano narghilé»: la sera in Kaplan street c’erano 280.000 persone e dopo aver partecipato alla manifestazione ho trovato posto nel mio sushi bar senza difficoltà. ( Fonte: www.linkiesta.it)

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