" La selvaggia Barbagia tra grotte e mufloni " di Roberto Duiz

http://viaggi.lastampa.it/fnts/viaggi-lastampa/immagini/resized/l/a/la-selvaggia-barbagia-tra-grotte-e-mufloni_239874_407x228.jpgItinerario Sui sentieri sardi cari a D.H. Lawrence e a D’Annunzio inaccessibili fino a pochi anni fa e ora scoperti dal turismo.

La Barbagia è una regione montuosa della Sardegna centrale in provincia di Nuoro che si estende sui fianchi del Massiccio del Gennargentu
Per quanto Nuoro svolga un ruolo culturalmente di grande rilievo in Sardegna, sia per gli scrittori e gli artisti che vi sono nati, sia per quelli che vi hanno vissuto ed operato (la casa di Grazia Deledda, Nobel per la Letteratura nel 1926, è adibita a museo), il suo colpo d’occhio difficilmente incanta il visitatore, anche se non tutti hanno di che lamentarsene. D.H. Lawrence, ad esempio, capitandovi nel 1921 constatò: «Non c’è niente da vedere a Nuoro: il che, a dire la verità, è sempre un sollievo. I posti da vedere sono di una noia irritante».
Snobismo britannico, of course, ma con il quale molti viaggiatori d’oggi, di qualunque nazionalità e cultura, possono ancora concordare. Sebbene con una precisazione: è qui, in questa città distante ma non troppo dalle coste tra le più belle al mondo, quasi addormentata e priva di energia cosmopolita, che si comincia a sentire la presenza, se non addirittura l’incombenza (inevitabile una visita al Museo della Vita e delle Tradizioni Sarde) di quella terra selvatica, per certi versi ancora misteriosa per quanto non più impenetrabile come a lungo è stata, che è la Barbagia, di cui Nuoro è capoluogo. «Fosca di montagne all’intorno», la definiva Lawrence senza avere la piena consapevolezza che stradine e sentieri tortuosi incidevano in quelle montagne percorsi che collegavano tra loro «minuscoli insediamenti lontani l’uno dall’altro come tra loro le stelle», come scrisse anni dopo Salvatore Satta, scrittore nuorese che, raccontandone gli intrighi, non esitava a definire la sua città «un nido di corvi».
E dalla città già si intravede Oliena e il massiccio del Supramonte che la sovrasta. Cresciuta disordinatamente ai piedi della montagna, Oliena è la patria del Nepente, «vino denso di rubino cupo» lo definì Gabriele D’Annunzio in visita da quelle parti non ancora ventenne. E in una lettera descrisse gli effetti che produceva: «Ci gorgogliava nelle vene, ci assaliva il cervello con certi proponimenti di fiammate calde, con certi sussulti di frenesia...», e così via con enfasi da Sommo Poeta.
Per apprezzare l’ottimo Nepente basta molto meno. E per eccitare la fantasia basta quella frastagliata parete calcarea che a Oliena, come a Orgosolo fa da fondale, dove le aquile sorvolano grotte e acque sotterrane, i pastori chiamano per nome le capre e i cinghiali, i cavalli selvaggi scalpitano in branco, i mufloni si accoppiano. Fino a pochi decenni fa solo qualche mulattiera lo rendevano accessibile ai pochi in grado di orientarvisi. Oggi sentieri sterrati concedono ai fuoristrada di arrampicarvisi, almeno fino a un certo punto, quando diventa necessario tornare indietro o proseguire a piedi, al seguito di una guida esperta che non può essere altri se non un pastore o un ex pastore convertito al turismo, per inoltrarsi a cogliere o almeno percepire qualcuno degli innumerevoli segreti ancora conservati intatti.
Nell’immaginario collettivo quello è il regno dei banditi, rifugio di latitanti e nascondiglio di sequestrati. Ma c’è un confine molto sottile tra pastore e bandito, che il conflitto tra codice barbaricino autoctono e leggi imposte da un altrove facilmente annulla. «Ogni pastore sa che si potrà trovare nella situazione in cui dovrà diventare bandito, ogni bandito sa di non essere altro se non un pastore sfortunato». Così conclude Franco Cagnetta il suo saggio che riprende il titolo del film di Vittorio De Seta, «Banditi a Orgosolo», che quel senso restituiva in una fiction molto realistica. Il Bandito ex pastore più celebre di Orgosolo è stato certo Graziano Mesina, il Re del Supramonte, il quale una volta ottenuta la grazia (nel 2004) dopo 40 anni di carcere, è tornato nei suoi luoghi a far da guida a gruppetti di visitatori molto selezionati, constatando che «l’ambiente qui è sempre lo stesso, conservato e protetto dai pastori, perché è tutto nostro interesse proteggere questi luoghi». Vino Cannonau e porceddu, capretto, pecorino su vassoi di sughero in quei banchetti all’aperto.
I muri di Orgosolo sono illustrati con murales dai colori vivaci e c’è una scuola di quella tecnica pittorica celebre nel mondo. A Ferragosto vi si svolge una delle feste più pittoresche della Sardegna. A Gavoi ha sede il principale festival letterario sardo (29 giugno-1 luglio, www.isoladellestorie.it). A Orani c’è un bel museo dedicato allo scultore Costantino Nivola. Mamoiada è la patria degli ineffabili Mamuthones. Ma è soprattutto nei percorsi tra un paesino e l’altro e la natura selvaggia che li circonda che risiede l’anima della Barbagia e delle sue montagne che De André, dopo esservi stato tenuto prigioniero da quella che definì «una banda di Cherokee», metteva in musica per ricordarle: «E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo/ tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo».
"A Orgosolo i pastori chiamano per nome le capre e i cinghiali, mentre i cavalli selvaggi scalpitano in branco"
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