Laos, riso, fango e vecchie moto - di Edoardo Malvenuti

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1377699730761_0.jpgIl motore singhiozza pericolosamente, dà un ultimo raglio sordo, poi basta. La lancia s’arena placida su un grumo di sabbia e canne che taglia il corso del Nam Ou, fiume di fango e farfalle che attraversa il Laos del nord. Il capitano mastica qualche bestemmia al cellulare, traffica con chiavi inglesi e candele, poi rinuncia. Tanto vale aspettare una mano da Nong Khiaw, il villaggio dove è cominciata – dieci minuti fa - l’attraversata di sei ore che spinge controcorrente fino a Muang Kuaw. E pensare che eravamo partiti in orario. Nell’attesa c’è chi sonnecchia sui sacchi di cerata, i bambini mangiano una magra porzione di riso glutinoso che tengono sulla punta delle dita, il timoniere, lui, si lava i piedi strofinandoseli con foglie uscite da chissà dove. Si ripartirà due ore dopo, su un’altra barca, dopo un frettoloso trasloco di vettovaglie e persone. Per risalire una valle di giungla invadente, di villaggi di terra battuta e bambù. Le fermate, il saliscendi dei passeggeri, scandiscono il pomeriggio. Quando si abborda un abitato, un pugno di capanne incastrate tra le palme, si sbarca in fretta per pisciare, per guardare i bufali affondare nell’acqua fino alle corna. Queste regioni settentrionali della Repubblica Popolare Democratica (e comunista) del Laos, incastrate tra Cina, Thailandia e Vietnam, sono le meno abitate di un Paese che a fatica mette assieme sei milioni di persone. Indipendente dalla Francia dal 1949, il Laos porta ancora tracce evidenti della passata colonizzazione: è comune, anche lontano dalla capitale Vientiane, trovare boulangerie che vendono baguette, sandwich e croissant. E ancora, su diversi edifici pubblici, in posta o nelle stazioni, i nomi in lingua francese sono incisi sulla facciata. Il parlato è un’altra cosa. Fuori dal circuito turistico le lingue straniere sono poco praticate, mentre il laotiano resta impenetrabile anche nei suoi più semplici rudimenti. Spesso si procede, con successo, a gesti. Sul fiume il pomeriggio cala lento. L’atmosfera esotica è esasperata da un’umidità spessa che schianta in un acquazzone rinfrescante. Ancora una sosta, il nostro capitano borbotta con un ragazzo sulla riva, poi accetta volentieri un grosso ratto stecchito come prezzo della corsa. Mi fanno capire che la bestia, che finisce dritta nel cassone di bordo, qui è una specialità. Lo si vende anche nei mercati lungo la strada, dove è tenuto al guinzaglio davanti ai banchi di verdura, legato ad un mezzo ceppo calcato per terra. È inquietante quando ringhia, i due denti aguzzi ben in vista. Intanto la barca si svuota di merci, di gente. Il pomeriggio è più scuro, è sera. Qualche neon giallo sponsorizzato Beer Lao, la bevanda nazionale, annuncia Muang Kuaw. Si sbarca su una larga gettata di cemento, odore di benzina, profili di imbarcazioni scrostate nei fari di una jeep in sosta. Alle nove il villaggio dorme. Qui le giornate cominciano all’alba e muoiono con il giorno. Gli autobus per spostarsi di paese in paese si muovono sempre la mattina presto, e incrociano tutti Udomxai, un paesone sgraziato, grigio, un avamposto cinese che serve da snodo principale di tutta la regione. Da qui si raggiunge Lunag Namtha in un saliscendi che dà nausea e vertigini. Oltre il finestrino si stendono valli di riso, si incontrano contadine nascoste da una cappello di paglia a cono largo che camminano scalze sul ciglio della strada. Altre sono piegate nel campo, seminano pugni di germogli verde smeraldo. Ci si avvicina al parco nazionale Nam Ha, che si allarga ad ovest di Lunag Namtha. Vale la pena attraversarlo su una Zongshen cinese, una vecchia moto che soffre le salite e le riprese, che si noleggia a quarantamila kip – quattro euro - lungo la strada principale che taglia l’abitato. Allungando queste strade scorticate, queste vallate, si incontrano case costruite su palafitte, bambini che rincorrono nudi un copertone nel cortile. Altri ragazzini rasati, avvolti nell’arancione veste monacale, giocano a saltare la corda sulla soglia di un tempio buddista. La vita è sonnolenta da queste parti, il traffico modesto, i turisti pochi. Il tempo come sospeso. Viene in mente un passaggio illuminante dello scrittore e viaggiatore francese Henri Fauconnier sulla vicina Malesia: «Le stagioni hanno minime differenze. Non si muore un po’ tutti gli anni, come in Europa alla fine dell’autunno. Non ci si preoccupa né della data, né dell’ora. Si perde l’abitudine di dividere la propria vita in piccole porzioni ridotte al tic-tac di un orologio». Ecco, è lo stesso senso di sospensione e lontananza che si percepisce in questi villaggi incastonati tra risaie e piantagioni di banane. Per qualcosa di meno placido bisogna aspettare la sera, e il suo mercato illuminato da lampade incerte. Qui i mortai lavorano senza sosta per preparare il Tam Mak Houng, un’insalata fatta di papaya cruda a pezzi, zucchero e arachidi, i cani randagi vagano alla ricerca di un osso da sgranocchiare. E tu ti fai offrire un’ultima sigaretta di tabacco forte, prima di andare a dormire.  
 
CURIOSITA'
 Una delle specialità culinarie del Laos, oltre all’insalata di papaya è il Laap. Piatto fatto con carne tritata, generalmente di pollo o d’anatra mischiata a chicchi di riso fritti e schiacciati. Il Laap è solitamente accompagnato da verdure crude e riso bollito.
 Le bevande (alcoliche) tipiche e più diffuse sono l’onnipresente birra Lao, e due liquori ricavati dal riso: il Lao hai, servito in un vaso di terra, viene comunemente bevuto con delle cannucce nelle occasioni di festa.
 E il Lao lao, un whisky di riso, chiamato anche alcol bianco che si beve liscio, accompagnato da un bicchierino di acqua naturale.
Fonte: www.gazzettadiparma.it
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