Le sette meraviglie della natura

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1299744017576_0.jpgFuori dall’Italia, il più grandioso spettacolo naturale l'ho visto in Tanzania, a «N'Goro N'Goro». «N'Goro N'Goro» è il nome di un immenso vulcano spento. Un catino gigantesco al cui fondo sta una larga pianura. Al centro della pianura un lago rosa, che prende il suo colore dalla colonia di fenicotteri che lo abitano. Sull'orlo del cratere, a 3650 metri di altitudine, in certi punti, i rangers del parco hanno sistemato delle panchine. Quando il sole appena nato pittura il cielo coi colori dell’alba, è bello sedersi lì, nella luce tersa dell’altipiano Masai, e esplorare con un binocolo la savana che si stende attorno al lago.

Si vedono le leonesse abbandonate sui Kopjes, le piccole colline rocciose che spaccano l’orizzonte del «dolce piano», sfinite dopo la caccia notturna; intorno, i leoni maschi e i loro cuccioli giocano pigri, molli e riposati, perché la caccia è una cosa per sole femmine. Si vedono chilometriche file di gnu che si portano verso il lago per bere, precise e ordinate come quelle agli autobus di Londra. Si vedono gli elefanti che sguazzano nelle pozzanghere. Gli ippopotami che vanno al bagno, le giraffe che brucano le foglie delle acacie africane. Le aquile pescatrici volano alte, le iene cercano i resti del pasto dei leoni, i rari esemplari di rinoceronte nero dormono abbandonati su un fianco, mentre le zebre pascolano senza paura a due passi dalle fiere ormai sazie. Visto dall’orlo del vulcano, il fondo sembra un paradiso terrestre passato al rallentatore. Dove sono gli animali dei documentari televisivi sempre all’inseguimento o inseguiti? Le corse, il movimento, la fuga? Lo spiegano i rangers: ogni predatore ha a disposizione uno o due minuti di energia per inseguire la preda. Se la prende la caccia è finita. Se non la prende, o riceve parte del bottino da un altro cacciatore del branco o muore.

 

Quando il ghepardo, la leonessa, il leopardo inseguono la gazzella, le vite in palio sono due. Non una sola, quella della preda, come ci fanno vedere in televisione. Senza contare che nella savana un piccolo taglio può essere mortale e la minima ferita, magari procurata dal calcio di una zebra, costa la vita anche a bestie apparentemente invincibili come i leoni. Quando il sole è alto, le Land Rover arrivano sull'orlo del cratere e portano i viaggiatori che hanno il coraggio di affrontare la discesa mozzafiato sul fondo del vulcano. Qui si toccano con mano la lentezza e la dolcezza della vita della savana, si conoscono da vicino quei ritmi che l’uomo ha abbandonato da millenni per correre come si corre nei documentari televisivi.

Spesso sono le rocce a regalare spettacoli naturali da leggenda. Grazie ai film western tutti conoscono la Monument Valley e il Grand Canyon, in Arizona, Stati Uniti. Luoghi resi mitici dalla corsa verso Ovest delle carovane dei pionieri in cerca di fortuna. Ma c'è, in Cina, lungo la «Via della seta», un posto altrettanto magico: le «Landform di Danxià», una formazione rocciosa lunga decine di chilometri, fatta di piccole alture e leggeri avvallamenti, mai un picco, mai un canyon profondo, mai un’impennata brusca. Il bello, si potrebbe dire il sublime, sta tutto nei colori e nei disegni del terreno. E’ come se un gigantesco pittore, qualche milione di anni fa, avesse tirato sulle rocce delle linee infinite destinate a non incontrarsi mai, come le rotaie del treno o le righe della canottiera di un marinaio. Una cenere, una ocra, una grigia, una ruggine, una gialla, una rossa. Partono su una collina, tutte insieme, poi se ne vanno appaiate salendo e scendendo montagnole e vallette, aggirando un bosco, scavalcando un fiume. Senza che i colori si mescolino mai. E l’occhio si perde felice in questo trionfo di colori. Uno spettacolo straordinario, ma non unico: in Cina esistono altri cinque siti che presentano formazioni rocciose analoghe.

 

Un’altra grande meraviglia ce la regala la Patagonia con i ghiacciai che si affacciano sul Lago Argentino, tra cui svetta in bellezza il «Perito Moreno». La grande massa azzurra ha due facce, una la si vede arrivando dall’acqua, una arrivando dalla terra. Dal lago ci viene incontro un muro color verderame alto sessanta metri e lungo quattro chilometri. Una massa immensa, da cui, di tanto in tanto, si staccano vere e proprie montagne di ghiaccio che cadono con un rombo spaventoso. Come di tuono. La bellezza del Perito non sta solo nella maestosa imponenza, ma anche nel continuo mutare di colore. Le tinte le decide il cielo: quando le nubi che corrono impazzite spinte dal vento andino coprono il sole, il ghiaccio è blu cobalto; quando se ne vanno e torna il sereno, il ghiaccio è turchino, o smeraldo. Se invece si scende, ramponi ai piedi, dalla valle di Reichert, dove il Perito Moreno si allunga per trenta chilometri, la luce è tutta bianca e acciaio. Un bagliore incessante pervade gli occhi e impedisce di vedere le piccole alture e i bruschi crepacci scolpiti nel ghiaccio.

 

La grandezza del luogo non sta tutta nella sua intima essenza, deriva anche dai paesaggi infiniti, che lo circondano. Per arrivare al Lago Argentino bisogna attraversare le immense distese della Patagonia, un deserto verde, dove solo i gauchos, le pecore e i puma possono resistere. Dove il vento è talmente forte che non esistono piante, ma solo erba e cespugli. Dove l’anima si sente ai confini del mondo.

 

Un altro grande santuario della natura è Sandoval Lake, in piena foresta amazzonica, nella parte peruviana della sterminata distesa di alberi esotici. Il prezzo da pagare per arrivare al Lago e per restarci è molto alto. Partendo da Puerto Maldonado, ore e ore a bordo di un motoscafo sgangherato, su un fiume limaccioso, popolato di cercatori d’oro e di piraña, con un sole che tira mazzate sulla testa e un’umidità che ti lava la faccia. Poi in barca a remi in mezzo agli alligatori, infine in piroga nella palude tropicale, popolata di ragni e prediletta dall’anaconda. Il resort che ci ospita all’arrivo è dotato del massimo comfort che può regalare la giungla: casupole di legno profumate di muffa, senza acqua corrente, senza energia elettrica, quindi senza condizionatori e ventilatori, ovvio, ma pure senza ventagli, che qui sarebbero un lusso. L’umidità è talmente alta che tutto quello che sta nelle valigie è bagnato e non c'è modo di asciugarlo. Il caldo è soffocante. Le zanzare dilagano. Il rumore delle cicale assorda. Sulle lenzuola del letto c'è sempre un piccolo strato di rugiada. E quello che non fa l’umidità lo fa il sudore. Eppure vale la pena di sopportare tutto. L’emozione di vedere incrociarsi in cielo il volo dei pappagalli e dei tucani, con le loro scie gialle, azzurre, verdi e blu, coi loro becchi arancioni, col loro modo buffo di posarsi sui rami e di fare salotto a decine sulle piante smisurate della foresta è impagabile. Così come è impagabile la vista del colibrì che si posa sulle corolle dei fiori come un calabrone con le piume. Vedere le lontre tuffarsi nell’acqua, le scimmie saltare di liana in liana, le nuvole di farfalle che si spostano da un’orchidea all’altra. Il momento più bello è il tramonto quando il lago prende il colore del cielo rosa, e la barca naviga tra i riflessi delle piante che si specchiano nel Sandoval, nei cuori la speranza di avvistare un armadillo sulle sponde.

 

A volte gli spettacoli della natura sono realizzati in compartecipazione col lavoro dell’uomo e allora nasce il paesaggio sublime. Un esempio magistrale ci viene dal Kerala, lo stato che si trova nel profondo Sud dell’India. Qui le belle alture dei monti Ghats sono state ricamate dalle piantagioni del tè. La grandiosità dell’ambiente si è fusa col tocco magico dei contadini che per secoli hanno lavorato la terra portando al panorama grazia e armonia. Un po' come succede coi terrazzamenti che generazioni di agricoltori hanno realizzato alla «Cinque Terre» in Liguria o che gli Incas e i loro discendenti hanno scavato nelle ripide pareti della «Valle del Colca», in Perù, con le risaie montane di Bali e del Giappone. Del resto, il paesaggio delle colline toscane, il «Chiantishire», è il frutto combinato della dolcezza delle linee regalata dalla natura e dell’eleganza con cui l’uomo ha disposto le coltivazioni e i villaggi.

 

In una mia classifica ideale, non possono mancare la catena montuosa dell’Atlante, in Marocco, secca e antica come i fossili che si trovano nelle sue pietraie; le immense brughiere della Mongolia, verdi e fredde come il vento che scende dalla Russia; i giganteschi vulcani dell’isola della Réunion, un pezzo di Francia nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, circondati da una foresta tropicale lucida come uno smeraldo; la «Dune du Pilat», l’immensa montagna di sabbia a due passi da Arcachon, in Guascogna, che regala scenari da deserto africano in piena Europa; le foreste del Massachusetts, in autunno quando sono colorate di mille gialli ed arancioni; le anse maestose del fiume Volga a Kazan, nella Russia più profonda; il "paese delle maree" in Bangladesh dove si buttano in mare i grandi fiumi indiani e dove saltano i delfini del Gange; le cateratte del Nilo, in Sudan. Ma per me, lo spettacolo più grande che la natura può regalare è un tramonto sulle Dolomiti.

 

L’enrosadira. Quando dall’indaco del cielo emergono i profili rosa delle Pale di San Martino, del Sassolungo, delle Torri del Vaiolet, del Latemar, oppure la fisarmonica del Catinaccio, l’imponenza della Marmolada, il massiccio del Brenta, coi suoi ricordi della «grande guerra». ( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

Autore: Luigi Alfieri

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