" Lungo il Mekong scorre la storia" di Marco Masetti

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1326282999479_0.JPGUn’acqua ocra, a tratti color Terra di Siena bruciata, così apparentemente inospitale eppur foriera di tanta vita,  caratterizza da millenni il corso tormentato del Mecong agli occhi di chi  lo navighi. Ci piace ricordarlo, questo fiume mitico, con l’appellativo laotiano e tailandese, Maè Nam Khong (Madre di tutti i fiumi) che ne  rimarca  le dimensioni. E lui, il fiume, da buona madre, sembra possa accogliere in un abbraccio amorevole tutte le vicissitudini dei popoli che il suo corso unisce e divide, dalle vette del Tibet, attraverso Cina, Myanmar, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam, lungo la penisola che impropriamente i francesi hanno denominato Indocina.
Popoli con un passato, anche recente, tumultuoso, come il fiume nel quale si rispecchiano. Non a caso i tibetani lo definiscono Dza Chu ed i cinesi Láncang Jiang, cioè il "fiume turbolento", per le sue rapide, secche e orride che lo accompagnano fino a Luang Prabang, in Laos, dove il corso si distende, il letto si amplia ed il fiume diviene navigabile. E’ lungo questo ultimo tratto, tra Laos, Cambogia e Vietnam, che ne seguiremo parallelamente il cammino, verso la foce, alla ricerca degli aspetti più singolari di questi tre popoli.
Il Laos, al primo contatto,esprime pace. La vita appare scorrere umile ma tranquilla, con un popolo che si mostra subito cordiale, nell’unire le mani congiunte al naso in segno di saluto. Ugualmente ospitale si mostra Luang Prabang, sede del governo del Regno del Laos fino alla salita al potere dei comunisti nel 1975, «i rossi» trasferirono la capitale a Vientiane. Città d’estremo interesse, Luang Prabang è patrimonio dell’umanità dell’Unesco, in larga parte per gli innumerevoli capolavori di architettura religiosa buddista, come il Wat Xieng Thong, dai tetti slanciati e armoniosi, uno dei soli due templi non distrutti in passato dai cinesi, poi pazientemente ricostruiti dai laotiani; il Wat Saen o dei centomila tesori o il Wat Aham, tra i più sacri della città. Ma tanti ancora sarebbero da citare, ci limitiamo al Wat Chom Si, posto al culmine della piccola collina nel cuore dell'ex capitale, dove, al tramonto, risaliti gli innumerevoli gradini, ci si riunisce ad ammirare una delle immagini più belle del Mecong. Scendendo la scalinata dal lato del Palazzo Reale, questo si presenta dall’alto circondato dalle sue mura. L’Haw Kham, palazzo d’oro, fu la residenza del re Sisavang Vong e del figlio Vatthana, oggi trasformato in museo nazionale. In stile misto neoclassico-laotiano, alla bella sala del trono ed alcuni interessanti oggetti, oppone stanze reali sobrie e sguarnite. Poi, i mercati, pieni di colori e tranquille passeggiate in centro, dove circolano soprattutto biciclette e tuc-tuc. Ma, come abbiamo anticipato, Luang Prabang è Mecong ed il suo affluente, sul quale dopo ogni piena i pazienti abitanti ricostruiscono un tradizionale ponte in legno. Attorno ad essi si svolge la vita. Vale la pena risalire il grande fiume; due ore di navigazione sulle tipiche lunghissime barche locali, per raggiungere le grotte di Pak Ou, tra interessanti paesaggi rivieraschi e sostare in un villaggio dove viene prodotto il lao-lao, liquore nazionale, venduto anche in bottiglie contenenti serpenti ed enormi scorpioni.  Più a sud, sempre lungo il Mecong, sorge l’attuale capitale, Vientiane, oggi rinomata per il That Luang, l’enorme stupa dorato; per il Patuxai o Porta della Vittoria, dedicata ai caduti di tutte le guerre; per il Wat Sisaket, tempio dalle statue di Buddha raccolte a migliaia o per il Ho Phra Keo, originaria sede del famoso Buddha di giada, ora nell’omonimo tempio a Bangkok. Ma Vientiane è anche Quai Fa Ngum, nella zona Khounta, una via ancora in parte sterrata che costeggia il Mecong, punto di ritrovo serale. Gli improvvisati e poco illuminati ristorantini sui marciapiedi, che offrono tra le specialità rospi ancora vivi e uova cotte col pulcino già formato, si alternano a bar, alberghi e discoteche. L’atmosfera riporta ad alcuni anni orsono, quando Vientiane era città svago per i soldati americani impegnati in guerra, rinomata per i suoi bordelli e le fumerie di oppio, l’ultima delle quali, ormai clandestina, chiusa di recente. Paul Theroux scriveva «a Vientiane i bordelli sono più puliti degli alberghi, la marijuana costa meno del tabacco da pipa e l’oppio è più reperibile della birra». Oggi le droghe sono proibite, ma la marijuana si compera al mercato al costo pochi Kip per cucinare una tipica minestra di verdure.

Vietnam: abbandonare il Laos e trovarsi improvvisamente nel centro di Hanoi è come ricevere un pugno allo stomaco. La pace se ne va e spuntano migliaia di motorini e scooter scatenati in competizione tra di loro e col mondo intero. Hanoi non è sul Mecong, ma sul Fiume Rosso, tuttavia è da qui che riprenderemo il cammino verso sud per reincontrarlo più tardi alla foce. Prima, due parole su Hanoi, per ricordare la splendida escursione con pernottamento in giunca sulla Baia di Halong, un paesaggio da favola. La città, che ai residui aspetti francesi sta sostituendo quelli cinesi, è stretta attorno al lago della Spada Restituita, luogo   dove correre e fare ginnastica. La parte antica è  tutta mercato, ristorazione all’aperto e traffico.
Per rifugiarsi dal caos cittadino, si può sempre entrare nei tanti templi, nei vari musei o nell’area riservata alla memoria di Ho Chi Minh, dove spiccano la vecchia casa, all’interno del giardino botanico e, soprattutto, l’enorme austero mausoleo di granito che si affaccia, da un lato, sui giardini di Ba Dinh Square, sull’altro in una vasta spianata presidiata dai militari. La visita, effettuata secondo una prassi di estremo rigore, porta al cereo profilo del «Padre della Patria», mummificato contro la sua volontà.
Un grande balzo al centro del Vietnam ci porta ad Hué, la città imperiale, residenza degli ultimi tredici imperatori, attraversata dal Fiume dei Profumi, sulle cui sponde si sviluppa la Cittadella, contenente la Città Proibita, col Palazzo della Suprema Armonia, gioiello tra tante meraviglie in larga parte distrutte dai bombardamenti, ma oggi in via di lento recupero. Mirabili a Hué, anche la Pagoda della Dama Celeste ed i mausolei imperiali di Tuc Duc e di Khai Dinh. Poco più a sud, nel territorio della civiltà Cham, sorge Danang, oggi più ricordata per l’8 marzo del 1965, quando ragazze con collane di fiori accolsero il primo contingente dei marines. Poi è storia, Danang divenne una delle più importanti basi nordamericane e vetrina luccicante di una florida economia bellica, luogo di riposo, divertimento ed investimenti. Nel marzo del 1975 cadde senza più combattere nelle mani dei nordvietnamiti, ma edifici ed alberghi lussuosi sulle spiagge rimandano ancora alla presenza americana. A 30 Km. da Danang, sull’estuario del Thu Bon, si trova Hoi An, la città addormentata, florido porto-canale fino al XVII secolo, quando l’estuario si insabbiò e le imbarcazioni di cinesi, giapponesi, indiani, francesi, spagnoli, portoghesi, olandesi, dovettero mutare porto, dando sviluppo a Danang. Da allora, Hoi An è come rimasta imbalsamata, protetta dall’Unesco, coi suoi quartieri cinese e giapponese ancora uniti dal vecchio Cau Nhat Ban, il Ponte Giapponese in legno, perla del suo centro storico. Da visitare alcuni templi, il cinese della Dama Celeste, quello taoista e diverse case antiche, ma il meglio Hoi An lo offre semplicemente passeggiandovi tra viuzze e mercato.
Un altro rapido balzo verso l’estremo sud ci porta a Saigon, in Vietnam nessuno la chiama Ho Chi Minh, resistendo alla toponomastica di regime, la più grande, la più francese, la più occidentale delle città vietnamite. Di francese colpiscono soprattutto la cattedrale Notre Dame; il Palazzo della Posta, Art Nuveau in ferro e vetro progettato da Gustave Eiffel; il Teatro dell’opera, l’Hotel de Ville e le vie del centro, Distretto 1, dove sorgono i grandi alberghi dai nomi francesi e le grandi boutiques dai marchi internazionali. Di stampo americano alcuni sorprendenti grattacieli. Anche qui il traffico è caotico, ma più ordinato. Oltre al centro storico interessante la visita della pagoda taoista Chua Ngoc Hoang, mentre il Museo dei Ricordi della Guerra ci ricollega al recente passato, ancor più tangibile con la visita, a pochi chilometri dalla metropoli, della cittadella sotterranea dei Vietcong a Cu Chi, dove anche il turista può immaginare di essere per un momento sia Vietcong che Marines e cogliere l’essenza terribile della guerra che i malcapitati hanno combattuto per egemonie non loro.
L’ultimo passo in Vietnam lo facciamo allontanandoci da Saigon per raggiungere in pullman, verso nord-ovest, la regione di Cai Be, nel delta del Mecong. Lungo il percorso, risaliamo con piccole imbarcazioni locali i rami del fiume, fino ad un mercato galleggiante dove gli abitanti si riuniscono a vendere le loro mercanzie su piccole giunche ed ammiriamo il correre della vita in un attiguo villaggio rivierasco. Poi, traghettiamo per passare, sempre verso nord, dal ramo anteriore a quello posteriore del Mecong, lungo la complice rotta citata da Marguerite Duras nel romanzo «L’Amante», sbarcando a Pha Vam Cong e giungendo in serata a Chau Doc, luogo d’imbarco per la Cambogia.

Cambogia:  cinque ore di lance veloci, inizialmente nel canale tra il Bassac ed il Mecong, quindi sul Mecong, ci fanno risalire, prima, al punto di sosta per ottenere il visto d’ingresso, fornendoci un chiaro esempio della corruzione dilagante, poi, fino a Phnom Penh. Il sorriso di una tipica ballerina ci accoglie a pranzo. La capitale non offre molto al visitatore: un interessante Museo Nazionale e lo splendido insieme del Palazzo Reale, comprendente la Pagoda d’Argento, dal pavimento interamente in lamine di  metallo. Un lungo tragitto in pullman verso Siam Reap, più a Nord, ricco di risaie, offre l’opportunità di guardarsi attorno. Alcuni aspetti colpiscono ed avvicinano Laos e Cambogia: il modo riverente di salutare a mani unite, l’affermazione che tutto quello che si muove si può mangiare, lo scarso amore per i vietnamiti e un ritmo di vita più lento. Un aspetto, tuttavia, differenzia a prima vista questi due popoli, la maggior povertà della Cambogia e la sua tristezza, forse innata, forse reminescenza delle guerre passate e del recente regime di Pol Pot, che ha ridotto almeno del 25% la sua popolazione. Lungo la strada una sosta a Skun, che, al ragno, specialità gastronomica locale, ha eretto anche un monumento. I più forti di stomaco possono assaggiare al mercatino ragni, scarafaggi, cavallette, serpenti... C’è chi lo fa. Giungiamo infine a Siem Reap, in tempo per una interessantissima navigazione sul Grande Lago, dove tutto è galleggiante, dalle case dei pescatori, alla chiesa, scuola, negozi, uffici, fino al campo da basket. Ma a Siam Reap si viene per visitare Angkor, la più estesa area archeologica del mondo. Indescrivibili gli oltre 270 templi e monumenti: con Angkor Vat, capolavoro indiscusso dell’arte Khmer, milleduecento metri quadrati di bassorilievi; Ta Prohm, dove alberi secolari s’intrecciano con mura e templi, riprodotti nelle immagini più classiche e note, ambienti da film alla Indiana Jones, ed Angkor Thom, con le monumentali porte, le mura imponenti ed, al centro, il Bayon, dalla moltitudine di enormi visi sorridenti scolpiti.

Il viaggio finisce qui. Ora le nostre strade si dividono: il Mecong si getta caldo nel mare a sud di Phnom Penh; noi reindossiamo abiti pesanti, più adatti alla nebbia che ci sta attendendo.
( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

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