" Mali Dogon: un popolo che vive dentro i rebus" di Bruno Rossi

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1309102434927_0.jpgSanga (Malì)

C'è un popolo (sulle duecentocinquantamila persone) nell’Africa Occidentale, nel Mali, che sembra vivere come in un rebus. Sono i Dogon. Ogni cosa che fanno, da mattina a sera (ma anche nei sogni), è sempre simbolo di qualcos'altro. Nelle loro casine camminano come tra le caselle di un cruciverba. Viene l’idea che facciano colazione di quiz e fantastichino sciarade. Per fare un primo esempio, ogni Dogon ha quattro nomi. Uno proibito, segreto, un altro è quello che usano correntemente, un terzo si riferisce alla madre e uno ha a che fare con l’età. Per un pizzico di complicazione in più, prendono questi nomi dai dialetti delle altre tribù.Sono, forse, il popolo più studiato del continente. Il primo a cercare di capirli e a farne splendidi libri è stato Marcel Griaule. Il suo testo più famoso, "Dio d’acqua", lo pubblica Garzanti, da decenni. Ma nei loro anagrammi sono entrati poi molti altri. E i misteri dei Dogon, anziché schiarirsi, si sono complicati. Perché ogni studioso ha contraddetto gli altri. E poi chissà se in tanti anni anche gli stessi Dogon non hanno ribaltato i loro enigmi.

UNA VENEZIA DI PAGLIA

Vivono addossati a una falesia, cioè a una altissima e ripida barriera di rocce rosse, lunga un centinaio di chilometri. Arrivarci non è agevole: o almeno non lo era quando ci sono arrivato io. Settecento chilometri dalla capitale, Bamako. Sosta obbligata a Mopti (nel mondo c'è una infinità di Venezie: a guardare questa, con le sue perfette gondole di paglia e le finestrelle a ogiva e le ragazze ricamate d’oro, si ha il sospetto sia stata fabbricata da qualche rimpatriato parente di Otello). Poi c'è da avanzare in jeep su sessanta chilometri di buche. Poi c 'è da andare a piedi sopra un sasso lungo un altro chilometro ed è come camminare sulla crosta rovente di una enorme pagnotta. Poi c'è da scendere un milione di gradini intagliati nella pietra. Ed eccoli lì i Dogon con quei loro villaggetti tutti a cono, propagandati anche sulle vecchie monete maliane da mille franchi africani.Uno dei primi incontri che riuscii a combinare fu con un vecchietto baffuto come un topo: un custode di vecchissime storie. Un "hogon", cioè un sacerdote. Potevo cominciare a parlare con lui, mi disse la guida: anche se il vecchietto si esprimeva quasi soltanto con soffiatine di naso, digrignare di denti, roteare di occhi. Alla guida parve bastante per tradurmi in parole perfino i sommessi starnuti.Vennero fuori i nomi degli Dei che Griaule già aveva ascoltato , e le storie dei progenitori dei Dogon. A partire da Amma, il creatore. E Nommo, una specie di abele ucciso da un caino di nome Yurung. E il navigatore di un’arca, dove trovarono posto piante, animali, uomini. Atterrò lì, tra i più antichi Dogon, fece sbarcare quel che trasportava: anche creature uguali agli uomini, che insegnarono cose di un remoto angolo del cielo. E se ne volò via. Non avevo ancora capito? Era un disco volante, un Ufo. Forse qualcuno (le chiacchiere dei viaggiatori tra le capanne, o chissà chi) aveva innestato un rametto di fantascienza nella gran pianta dei miti di quel pezzetto d’Africa. Forse il mio interprete aggiungeva qualcosa di suo per fare meglio rassomigliare l’incertissimo racconto di questo Dogon al mito più divulgato.

DIAVOLETTI BRIGANTI

Negli scoppiettii emessi dall’"hogon" era ripetuta, chiarissima, una parola. Baraghil. Che cos'era? I Baraghil, ci venne spiegato, sono diavoletti dediti al brigantaggio. Di notte insidiano i viaggiatori, li fanno inciampare, li derubano. Di giorno stordiscono la gente con raggi di sole e appena possono seminano malattie. Per fortuna, riesce a tenerli a bada un "laggam", cioè un altro prete, specializzato. Li distrae interessandoli a conversazioni bislacche, facendoli bere e convincendoli ad andare ad esercitare le loro cattiverie in qualche posto lontano dal villaggio.Un anziano, seduto in un "Togu Na", si mostrò molto restio a parlarci dei loro miti, che facevano capo, riuscimmo a capire, a una "volpe pallida". I "Togu Na", ossia "Casa della Parola", sono capanne quadrate o rettangolari, con un altissimo tetto di fascine sovrapposte o di paglia, sorretto da pali. E’ lì che gli anziani si riuniscono per discutere i problemi dei villaggi. La guida aveva molto insistito per cavare altre parole dal Dogon accovacciato, che pure ci guardava con benevolenza. Se non si apriva in molte parole era perché, aveva bofonchiato, è Amma, il gran dio, a non volere propalare queste confidenze. E tuttavia ci aveva beneficiato di una scarna citazione che soltanto i Dogon, da secoli, conoscono: c'è una stella invisibile agli occhi, accanto a Sirio. Una stella piccolissima e molto pesante. La stella che li protegge e che ogni sessant'anni passa esattamente sopra le loro teste.

UNA STELLA NANA

Gli studiosi occidentali si sono lambiccati, dopo l’esplorazione di Griaule, per capire a quale accidente celeste si riferiscono i Dogon. E l’hanno trovato. Esattamente dove loro indicano. Una stella nana, di grande densità. Sirio B. Ma come hanno fatto a individuarla molto prima che i nostri telescopi l’acciuffassero? I miti africani si aggrovigliano da decenni con le ipotesi occidentali. Senza arrivare a una accettabile spiegazione. Unica cosa certa è che questa stella davvero transita, ogni sessant'anni, nei cieli dei Dogon. E nel giorno che loro "sanno" da secoli, e celebrano per ore con una estenuante cerimonia: togliendo dalle grotte le loro maschere più sacre.Il fotografo che era con me, aveva scongiurato di essere ammesso in quelle grotte per inglobare le maschere nei suoi obbiettivi. No, quelle no. Ma ve ne sono altre. "Esattamente eguali", aveva assicurato la guida. E con queste si poteva organizzare una danza. Del resto, proprio allora, avevano cominciato a metterle in scena, dietro ovvio pagamento e altrettanto ovvio scandalo degli anziani più tradizionalisti, anche per i turisti. Per accertarsi dell’autenticità delle danze messe in scena, basta poco, un orologio. Quelle autentiche vanno avanti per ore, quelle destinate ai turisti non oltrepassano la mezz'ora, dopo la quale i protagonisti si mettono in due file, una in piedi e l’altra accovacciata, per farsi fotografare e reclamare l’ovvia mancia. Alla danza tra le stoppie, che ci era stata garantita eccezionalmente autentica, ci fece da vademecum il libro di Griaule: "I danzatori ricevono il calore sotto le ascelle che respirano come il naso. Il calore penetra nella bile e, da là, si propaga in tutto il corpo". I suoni dei tamburi e le grida di chi sta attorno aumentano il calore. "Così infuocati, i danzatori mascherati e cinti da fibre rosse diventano frammenti di sole". O di stelle. O di Sirio B, nel giorno sacro del passaggio che i Dogon chiamano "Sigi".

CIVILTÀ AL TRAMONTO

A parlarmi di quelle maschere (e dei molti miti) era stato poi un amico, Vittorio Franchini, uno dei più profondi conoscitori (e sicuramente il più innamorato) dell’Africa di oggi. Oltre che affascinante autore delle pagine di critica del jazz che compaiono sul "Corriere della Sera". Immancabile, tra le maschere, la "kanagha", che ripete, stilizzata, la forma umana ed è diventata, in diverse occasioni, il simbolo dell’Africa Occidentale.In un suo libro ("Mali"), Franchini scrive con ben comprensibile malinconia: "La civiltà Dogon si sta sgretolando a causa delle biro, delle lattine di birra o di coca, dei cento inutili oggetti che i viaggiatori abbandonano nei loro villaggi, e soprattutto a causa dei loro racconti di città (europee, americane) di ferro e cristallo, di strani mezzi di comunicazione che nulla hanno da spartire con il tamburo, di macchine volanti che ricordano l’arca dei miti e che spesso passano ad altezze incredibili, anche sulla vallata, mettendo a repentaglio le convinzioni religiose. Tutto, insomma, congiura, contro la civiltà dei Dogon, destinata a immiserirsi e a perdersi nel magma di un odioso cocktail". Anche, credo sia da aggiungere, la lenta avanzata dell’Islam, tra queste rosse rocce. A conferma delle rattristanti previsioni, avevo visto alzarsi tra le splendide capannette a cono, di paglia e fango e rami, un arrogante traliccio: stava arrivando il telefono. ( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

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