" Megève in estate, il lusso naturale" Gabriele Grasselli

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1275467411517_0.jpgSaint Tropez l’été, Megève l’hiver». La regola è questa. Ma se la località marina è conosciutissima (sia pure approssimativamente: c'è sempre qualcuno che torna da lì lamentandosi «perché non è poi quel granché», come se due passi sul porto bastassero a comprenderne il vero fascino), quella montana da noi gode di una fama un po' più appartata.
Megève è un raffinatissimo incanto invernale: stazione sciistica - forse la più elegante di tutte - già celebre a inizio secolo, è esplosa fra i mondani nei Cinquanta e Sessanta. In Alta Savoia, a quaranta minuti dal Monte Bianco e dalla più popolare Chamonix, vicina ad altri luoghi di richiamo come Saint Gervais, Les Saisies, Albertville, poco distante da Ginevra (appartengono a facoltosi svizzeri molte delle tante «seconde case»), Megève è accoccolata su un colle dominato dalle alture del Mont d’Arbois, dello Jaillet e di Rochebrune.
Il comprensorio delle sue piste è fra i più estesi del mondo, i panorami sono straordinari in ogni stagione. Vista con la neve è una palla natalizia di cristallo sbalzata nel ghiaccio, un lussuoso presepe di alberghi e chalet dai tetti spumosi che spuntano lungo le trasparenze gelate del torrente Glapet. Ed è proprio in inverno che Megève ha fatto da set a film famosi come «Le relazioni pericolose», versione modernizzata dell’opera di Laclos girata nel 1959 da Roger Vadim con Gérard Philipe e Jeanne Moreau, e «Sciarada» , regista Stanley Donen, anno 1963, con due icone assolute come Cary Grant e Audrey Hepburn (vedere le sequenze d’apertura).
Nulla però vieta di prendere confidenza con il villaggio in estate: economicamente è meno impegnativo e il connubio offerto - bagno di natura e vacanza chic - è piuttosto inedito. Oggi il problema che arrovella amministratori, albergatori, commercianti e cittadini della zona è questo: permettere con pragmatica disinvoltura la redditizia invasione del turismo bling bling (espressione che i francesi utilizzano per dire in breve «tanto ricchi quanto cafoni») dei nuovi russi come ha fatto, pentendosene un po', Courchevel o rimanere un nido esclusivo?
Intanto la scelta di puntare sul patrimonio ecologico del territorio si è già rivelata sicura e vincente. Non era difficile: lo scrigno di risorse è inesauribile e le discipline sportive sono tutte praticabili ad alto livello, golf, equitazione, nuoto, volo a vela, rafting compresi, più tutte le altre tipiche della montagna.
Da giugno a settembre, gli eventi sono a pioggia senza sosta, tradizionali, culturali, artistici, in paese o nelle vicinanze alpestri, fra rocce, piante e acque. L’appuntamento annuale da non perdere per gli ambientemaniaci è il «Rêve Nature» (l'edizione 2010 si terrà dal 5 al 9 luglio), uno stage dinamico alla scoperta di luci e penombre nei boschi e nelle pinete, un sogno vegetale fra prati, foreste, sipari e pendii di smalto verde, puro ossigeno e profumi eterni, superfici lacustri e ruscelli tintinnanti, radure da onorare con piccole sieste, «laboratori» artigianali e filosofici, esplorazioni pittoriche e musicali.
Sempre in luglio appassionati e non accorrono al Jazz Contest (dal 12 al 14) che vivacizza le piazze e le strade del borgo così come la sua versione «electro», a metà agosto. Ancora più sofisticato è il festival «Les Estivales de Megève» (dal 25 al 30 luglio), musica da camera declinata in concerti, conferenze, ateliers, racconti sinfonici, «stage rythmiques», esibizioni di talenti giovani o già affermati.
Ma al di là delle manifestazioni e delle attività più o meno culturali e divertenti, si può scegliere di dedicarsi a un completo e sano relax non facendo un bel niente.
Pigre passeggiate in centro (viuzze, ponticelli, fontane, chiese austere e silenziose, edifici da fiabe tardo-medievali, vecchi lavatoi, casette a colori, fiori dappertutto) o brevi promenade appena un po' fuori, soste nei déhors di caffé  tranquilli, pellegrinaggi di rito nei negozi, complicate scelte di ristoranti o brasserie per la cena, se si vuole la classica puntata al jazz club o nella discoteca à la page, garantiscono un soggiorno che si ricorderà, lontano dalla cialtroneria arrogante dei cosiddetti «posti alla moda» italiani.
Periodo ideale, per esempio, è fine agosto. Fra i numerosi hotel eccellenti valgono la pena del prezzo elevato il «Fer à Cheval», «Les Fermes de Marie» e il comodo «Montblanc» che resta il più charmant. Era il preferito da Jean Cocteau e lì tutto è «storico», dal bar «Le Georges» alla sala delle colazioni intitolata al compianto Gérard Philipe in memoria delle scene girate in quegli interni all’epoca del film di Vadim. Se è possibile, bisogna farsi dare le stanze con la terrazza sul retro: non sono le più care eppure sono le più belle.
A differenza di altre località francesi dove mangiare non sempre è un’esperienza felice, Megève offre opportunità gastronomiche di grande soddisfazione. Anzi è un polo di primissimo piano sul versante gourmand, tanto che è una buona idea fare posto nel baule dell’auto alle specialità da gustare una volta rientrati a casa. A mezzogiorno «Le Bistrot de Megève» è un ottimo indirizzo.
Per la sera la gamma è ampia. Errore da matita blu trascurare il «Flocons Village», emanazione pret-à-porter dello stratosferico «Flocons de Sel» che invece è a qualche chilometro fuori dal centro abitato. Entrambi sono creazioni di Emmanuel Renaut, cuoco supertitolato. Due stelle Michelin, atmosfera di algida rarefazione alpina, il «Flocons de Sel» è un reame di fantasia applicata alla culinaria con radicatissimi legami al territorio e alla sua cucina, ovviamente il tutto rivisto in stile grandioso.
Nel corso della cena non si vedono mai gli stessi camerieri, ogni fase del cerimoniale ha il suo officiante e a servire la «chartreuse verte» della maison che conclude il menù-spettacolo arriva la moglie del grande chef. Grande chef che si fa vedere soltanto a fine serata, all’uscita, per stringervi la mano e scrutarvi perché, dice, sa capire dal vostro sorriso quanto vi è piaciuto quello che vi ha preparato. Nonostante il conto spaventoso (adeguato, però) difficilmente riscontra un basso gradimento.  ( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

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