Milano: ‘La bellezza nella parola’ a Palazzo Reale e ‘La fede nell’arte’ al Museo dei Cappuccini

http://www.mentelocale.it/img_contenuti/collaboratori/grandi/piazza.jpgFede e arte. Un'alleanza che per secoli ha costruito la storia dell'arte, ma oggi ancora significativa? No, l'amicizia tra la Chiesa e gli artisti, negli ultimi secoli, si è raffreddata. Milano prova a riaccenderla con due mostre: La bellezza nella parola, in programma fino all'11 dicembre a Palazzo Reale, e La fede nell'arte: luoghi e pittori dei frati Cappuccini, al Museo dei Cappuccini (via Kramer 5) fino al 19 febbraio.

La bellezza nella parola rappresenta l'unica occasione per 'sfogliare' il nuovo Evangeliario ambrosiano. Al termine della mostra, infatti, le pagine ora esposte al primo piano di Palazzo Reale verranno manualmente rilegate nel volume per la solenne lettura, in Duomo, delle celebrazioni liturgiche.

Una tradizione antica, in mostra ben figurata da San Matteo e l'angelo Figino, in cui l'evangelista, come uno scriba medievale, intinge il pennino per scrivere. La sua missione è divina. Infatti, è l'angelo, che lo guarda fisso, a ispirare la stesura del Verbo.

Le coperte che rivestivano i volumi sono di straordinaria preziosità. Gemme, cammei, paste vitree e strisce d'oro brillano sull'Evangeliario di Teodolinda di fine VI secolo. Sull'Evangeliario di Chiavenna la croce gemmata diventa la rappresentazione aniconica della parola del Signore mentre nell'Evangeliario di Ariberto - risalente al primo trentennio dell'anno 1000 - le copertine erano d'oro, d'argento, ricche di smalti e gemme. Una luce che è lux mundi, per dirla come Ariberto.

Negli evangeliari non c'è solo una profusione di ricchezza materiale che intende riferirsi a quella spirituale. C'è pure la storia della codificazione evangeliaria. Si pensi all'Evangeliario di Sarezzano 'bruciato' dalle reazioni che resero illeggibile il testo e che però conosciamo grazie a una versione precedente che usa espressioni passate persino nella tradizione ambrosiana. O alla spontaneità di quelle annotazioni che si possono leggere nei codici e che ricordano all'officiante di annunciare feste mobili.

I nuovi magistri scriptoriae sono i grandi protagonisti dell'arte contemporanea italiana. Quelli, come Nicola De Maria e Mimmo Paladino, che espongono le loro opere sullo stesso piano di Palazzo Reale, nella mostra Transavanguardia. E il fotografo Giovanni Chiaromonte, l'impalpabilmente trascendentale Ettore Spalletti e i due giovani Nicola Samorì e Nicola Villa.

Spetta a Nicola De Maria la coperta del nuovo Evangeliario Ambrosiano. E così le gemme diventano inserti di carta, gli ori gialli accesi, i porpora rossi che in compagnia del blu ricostruiscono la gamma dei colori primari, base pura dell'arte contemporanea.

«Aveva ragione - afferma De Maria - il grande critico di storia dell'arte Francesco d'Assisi quando disse che chi usa le mani, la testa e il cuore, allora è un artista. Rivendendo le pagine in mostra, ho compreso il dolore della creazione. Una creazione che è sempre dolorosa, ma può trasformarsi in piena gioia e profondo senso della vita. È stata un'esperienza totalizzante, a volte distruttiva, ma vissuta e diventata di piena gioia».

Più concreto, come la sua pittura, Mimmo Paladino: «Non siamo stati chiamati ad affrescare una parete da ammirare, ma a realizzare un oggetto con una funzione precisa. Non ho mai letto prima le pagine del Vangelo, non le ho capite, malgrado gli sforzi di don Andrea e don Francesco. Non ho però mai dimenticato che stavo disegnando delle parole e che le mie pagine parlano».

Per Giovanni Chiaromonte la parola vive e abita in mezzo a noi, in un tempo che avviene in un istante, ma poi rimane. Come la fotografia. «La fotografia - spiega - è un'immagine che è evento nel momento in cui vi assisti. Un evento su cui non si può tornare. E allora la fotografia, in maniera semplicissima, illumina questi eventi che chiedono di poter essere portati alla memoria una volta e per sempre».

Anche La fede nell'arte: luoghi e pittori dei frati Cappuccini si propone di far contemplare nel giusto tempo motivi che possono contribuire a cogliere il senso dell'anno liturgico.Si tratta di un'esposizione che percorre i due piani del Museo dei Cappuccini con tele realizzate nel passato e nei nostri giorni dai frati dell'ordine. Non i grandi, ma i minori, quasi a rispettare, anche la mostra, la regola cappuccina dell'umiltà.

Attraverso le proprie collezioni, e non prestiti illustri di facile richiamo per i visitatori, si intende ricostruire con l'arte i momenti di storia dell'ordine e riattingere a un patrimonio di vita dei confratelli, che riesce a resistere al tempo e ai suoi gusti, con una collezione dove gli anonimi rivelano tutta la loro grandezza.

La bottega del genovese Bernardo Strozzi apre la prima sezione espositiva, che presenta opere dei cappuccini provenienti dalle collezioni nazionali. È il dipinto di san Francesco d'Assisi, vestito con l'abito cappuccino logorato e rattoppato all'altezza del cordone. Di fronte, fra Cosmo da Castelfranco, al secolo Paolo Piazza, attraverso tonalità venete e modalità boeme immortala nel marmo dipinto a olio San Francesco consolato da musica angelica, dove l'horror vacui viene combattuto con un fitto dettagliare che mostra un gusto per la narrazione semplice e pur attenta al contemporaneo, basti pensare alla presenza di una viola, che, all'inizio del Seicento quando l'opera fu realizzata, era uno strumento neonato.

Nella seconda sezione, sono esposti alcuni lavori conservati nei conventi della Lombardia e appartenenti alla collezione permanente del museo. Commovente la Madonna delle candelabre o del Lazzaretto di fine Quattrocento, proveniente dalla bottega del Rossellino, il cui piccolo formato e il povero materiale ligneo che la costituisce, sono resi preziosi da una profusione di rossi e ori. Sulle pareti, poi corrono i temi della visitazione e dell'adorazione dei pastori, tradizionali del periodo natalizio imminente.

La terza sezione è costituita da un unico pezzo. Si tratta di un san Francesco proveniente dai depositi della Veneranda Fabbrica del Duomo. Una statuetta di marmo di Candoglia, alta 83 centimetri. Un piccolo tesoro, perché l'unica opera, insieme con un'altra, dedicata nel Duomo al poverello d'Assisi e perché scolpita a tutto tondo, malgrado fosse posta a 50 metri dal suolo, in uno dei pilastroni del transetto cattedrale. A rivelare la cura di quegli anonimi operai della fabbrica meneghina a lavoro per la loro città, in nome della fede. ( Fonte: www.mentelocale.it)

Autore: Laura Cusmà Piccione

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