Nel deserto alla ricerca del senso della vita

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1286982092702_0.JPGEgregio  signor Alfieri,
le scrivo perché ho letto il suo recente articolo sul deserto Occidentale egiziano. Ho visto altri articoli sui deserti sulla pagina dei viaggi. Può rispondere ad alcune mie domande? Qual è il periodo migliore per andare nel deserto? Come ci si va? Perché?  Quali tipi di deserto esistono? E, infine, quali sono i  più belli?
Antonio Mutti, Parma

Rispondo con piacere alla sua lettera perché è «di stagione». Il periodo migliore per visitare la stragrande maggioranza dei deserti del mondo comincia a fine settembre/inizio ottobre e si protrae fino ad aprile. E' in questi mesi che la temperatura diurna del grande mare di sabbia, intollerabile in estate, si fa dolce e sopportabile. Il termometro segna «cifre» alte, ma la totale assenza di umidità rende il clima leggero. Di notte, la colonnina di mercurio crolla all'improvviso, con escursioni termiche che possono arrivare ai 30 gradi centigradi. Per questo quando si viaggia tra le dune bisogna curare molto l'abbigliamento, adottando il metodo «a cipolla». Al mattino presto - nel deserto la nascita del giorno è uno spettacolo   da non perdere - servono giubbotti pesanti o maglioni di lana. Poi di ora in ora ci si spoglia sino a restare in tenuta «da spiaggia». T-shirt, pantaloni leggeri, scarpe da deserto. Come scarpe da deserto i militari inglesi usavano i mocassini Clark, ora vanno di moda tomaie di tela robusta con suola tipo «carrarmato» di gomma.  Un tempo si andava nel deserto a dorso di dromedario (quello con una sola gobba) o di cammello (quello con due gobbe). Poi è venuto il momento delle leggendarie Land Rover; adesso, la macchina della sabbia per eccellenza è la Toyota Land Cruiser, che i Tuareg (formidabili drivers sahariani) hanno ribattezzato cammello d'acciaio. All'interno di alcuni deserti molto frequentati dai turisti (L'Acacus in Libia,  il White Desert in Egitto) esistono dei campi tendati, spesso lussuosi e sempre in posizioni panoramiche stupende, che funzionano come base di partenza per le escursioni tra le dune. Ma il vero viaggiatore entra nel mare di sabbia con canadese e sacco a pelo. Cerca angoli inesplorati e appena  le temperature lo permettono dorme all'aperto, con un cielo cobalto incastonato di stelle come coperta.

Nel deserto si va  - rispondo alla seconda domanda - ad ascoltare il silenzio, che è il più bello di tutti i suoni. Si va a caccia di orizzonti infiniti. Di cieli turchini durante il giorno e blu di Cina durante la notte. Di stelle tanto brillanti e vicine che sembra basti allungare una mano per raccoglierle. Di quelle  linee zuccherose, come di   labbra che si aprono al sorriso, che solo le dune sanno creare.  Si va a vedere i giorni nascere e morire, con i rosa dell'alba e l'indaco del tramonto. Il deserto è una terra di poesia e la si penetra  in cerca di sensazioni speciali. Non quelle della quotidianità, inquinate dai ritmi della vita moderna, dalle macchine create dal progresso, dalla corsa al consumo, ma di quelle primordiali, che nascono dalla natura, dai paesaggi intatti, dalla luce. Le stesse di cui godevano i nostri antenati al tempo della loro comparsa sulla terra. Nel deserto gli anni si misurano a migliaia e a milioni. Dialogando con l'infinito, coi colori cangianti della sabbia  - metallica al mattino, fulminata dal magnesio in pieno giorno, ocra verso il crepuscolo -   e assorbendo paesaggi morbidi come il velluto il viaggiatore ritrova sé stesso, riapre il dialogo con la propria intimità più profonda. Perché la voce del deserto è la voce dell'anima. Fin che dura l'immersione in quel mondo di sabbia, l'altro mondo - quello degli orari spietati, delle marce forzate imposte dal lavoro, delle rabbie, dello stress, delle ore che fuggono implacabili  - scompare. E la vita, quella vera, quella legata ai ritmi della natura, lentamente riprende.

I deserti non sono tutti uguali:  ne esitono svariate specie. La più importante distinzione è tra quelli di sabbia - erg nel linguaggio sahariano - e quelli ghiaiosi o di roccia - reg -. Nei primi dominano le dune con la loro cangiante morbidezza, nei secondi dominano i profili sassosi scolpiti dal vento. Il più classico deserto di dune che ci sia al mondo è il Murzuq, una porzione di Sahara a cavallo tra i confini della Libia e dell'Algeria. Migliaia e migliaia di ettari di sabbia, per la maggior parte inesplorati, nei quali ci si può muovere solo con l'ausilio di un navigatore satellitare o in compagnia di un tuareg. Tra i deserti di roccia spiccano il White Desert egiziano, formato da bianchi spuntoni di gesso a volte a forma di animali a volte a forma di piante, la Monument Valley, in Arizona, dove la pietra assume le tinte rosa-ocra-rosso, l'Acacus, in Libia, dove tutto è nero. 

Anche gli erg, poi non sono tutti uguali. Si differenziano per la dimensione e la forma delle dune, per la loro mobilità, e soprattutto per il colore. Nel New Mexico (Stati Uniti) esiste il  White Sands, dove la sabbia ha lo stesso colore, candido, della neve. In Sudan, il Sahara è giallo. Le prime dune del Gobi, in Mongolia, sono ocra. In certi punti il deserto libico è grigio intenso, come quello che, in Egitto, porta da Luxor ad Abu Simbel. Ma dare un colore alle dune è un'impresa audace, perché le gobbe del deserto sono come i camaleonti e cambiano vestito più volte in una giornata. Il primo mattino stende sulla sabbia una mano di rosa, il meriggio porta un bianco dai riflessi d'acciao, e quando la luce viaggia verso la morte, un velo ocra con sfumature rosse e arancioni si posa sulla sabbia, che sarà bigia nella notte. Per conoscere il vero colore del deserto c'è un trucco: prendere una manciata di granellini, metterli in una bottiglia trasparente e poi guardarseli a lungo nell'intimità della propria casa. Si proverà un retrogusto meraviglioso, come quello che lasciano nella nostra bocca i grandi vini, dopo averli sorseggiati.

Dopo il silenzio, il più bel regalo del deserto è il senso del tempo, che nell'immensa solitudine assume una dimensione grandiosa, spaziale. Nel mare di dune, i giorni e gli anni sono granelli di sabbia persi nella storia dell'universo. In un luogo dove si ragiona per millenni, il presente è una porzione di atomo, un neutrone, poco più del nulla. Nel deserto Occidentale Egiziano si trovano scheletri di balena, conchiglie fossili, denti di mostri marini, coralli, che ci riportano indietro di milioni di anni, quando lì c'era un oceano. In altri erg si trovano pitture rupestri con disegni di giraffe, leoni, ippopotami a ricordarci che un tempo - diecimila anni fa? ventimila anni fa?- dove oggi c'è la sabbia c'era la savana. Certe rocce nere, disseminate tra duna e duna, ci parlano di quando agli albori del mondo, dove ora regnano solitudine e silenzio, ruggiva un vulcano. E tutto questo ci dice che il tempo può essere piccolo come una punta di spillo  o grande come l'universo e ogni attimo va vissuto intensamente.

Dove ora c'è un deserto è accaduto il più grande miracolo dalla formazione della galassia: l'uomo ha creato Dio. In Libia, in una pittura rupestre che si trova a metà strada tra Murzuq e Acacus, c'è la prima rappresentazione sacra di un essere soprannaturale che si conosca: un Dio, che i primitivi hanno dipinto simile a un palombaro, con una grande testa rotonda  e un corpo piccolissimo. Secondo alcuni sarebbe un extraterrestre sbarcato da altri mondi, ma gli archeologi non hanno dubbi: è il primo Dio creato dall'uomo a sua immagine e somiglianza. Questo graffito è uno dei tanti regali inaspettati che ci può fare un deserto.

Qual è il deserto più bello? Gentile lettore, chiedermi qual è il deserto più bello è come chiedere a un bambino: vuoi più bene al papà o alla mamma? Rispondere è imbarazzante. Ho visitato molti deserti. In Asia: Il Taklamakan, che si trova in  Cina, il Gobi in Mongolia, il Rub al Khali, in Oman, il Wadi Rum, in Giordania e l'immenso erg dell'Arabia Saudita. In Africa: il Deserto Bianco in Egitto, l'Acacus e il Murzuq in Libia, l'area di Merzouga, in Marocco, il Sahara Sudanese. Nelle Americhe: la Death Valley, in California, il White Sands, in New Mexico, il deserto dell'Arizona, quello del Nevada, la Monument Valley, il deserto di Nazca, in Perù e le dune di Natal, in Brasile. Sembrano tanti. Non sono neanche la metà della metà di quelli che si possono vedere in giro per il mondo, mancano tutti i grandi deserti Australiani, il Kalahari, in Sud Africa, l'Atacama in Cile. E, in fondo, per me, il più bel deserto è quello che non ho ancora visto. Al massimo, le posso raccontare di alcuni luoghi che mi hanno emozionato molto.

Il Gobi, in Mongolia offre momenti irripetibili a chi lo visita  a metà giugno. Dopo avere attraversato centinaia di chilometri di steppa verde e ondulata di colline, l'ultima altura prima della sabbia regala una vista incredibile: una grande palude dove pascolano i cavalli mongoli piccoli e tozzi e subito dietro un'infinita teoria di dune acuminate. E tutto è blu: l'ultima altura, la palude e le dune. Perché in giugno nel Gobi fioriscono i giacinti selvatici ed è come se il cielo si specchiasse nella sabbia. Anche il Murzuq, in Libia, regala grandi emozioni. Tra una duna e l'altra, ci sono immensi avvallamenti dove migliaia di anni fa si trovavano laghi popolati di palafitte. Vi vivevano degli uomini, intere comunità. E, quando non servivano più,  questi uomini buttavano gli oggetti della vita quotidiana nell'acqua. Oggi, camminando sul fondo dell'invaso  si incontrano gli utensili che accompagnavano la vita quotidiana nel paleolitico e nel neolitico: sassi trasformati  in macine e pestelli, amigdale, punte di freccia, cocci di vasi d'argilla. Si possono raccogliere, tenere tra le mani, studiare. Il deserto è un museo all'aria aperta, dove il profumo di antico si perde nell'aria tiepida e leggera.

Ci sono deserti da percorrere a piedi, altri da sorvolare. Nazca, rientra in questa seconda categoria: dal cielo  si può vedere uno dei più grandi misteri della terra. Si noleggia un piccolo biplano nell'areoporto scalcinato. Si vola in un blu inebriante che ricorda quello dei giacinti e in basso compaiono gli straordinari, immensi, disegni, che una mano ignota, secoli fa, ha scavato nella sabbia: scimmie, uccelli, uomini, ragni. Sono lì da centinaia di anni e niente è riuscito a cancellarli, neppure il vento, che qui soffia forte e spietato. E allora? Cosa li mantiene intatti? Quale forza ignota? Chi li ha tracciati? Solo il deserto lo sa.

Ci sono anche i deserti profanati e la sorte è capitata a uno dei mari di sabbia più belli del mondo il White Sands in New Mexico. Dune bianche che sembrano montagne innevate. Un paesaggio di cotone che incanta. Si cammina per chilometri sulla sabbia tiepida verso un'orizzonte infinito, sotto un cielo tanto azzurro da sembrare finto. Tutto è bello, tutto è incantato. Improvviso dall'alto arriva un rombo tremendo a rompere il suono del silenzio e la resistenza dell'udito. Dalle dune spuntano gli aerei supersonici dell'areonautica americana, l'Air Force. Prima uno, poi un'altro. Poi una squadriglia di otto. Otto ancora. Altri otto. Il frastuono è insostenibile. Della metafisica  del deserto non resta nulla. Strisce bianche  sul celeste denunciano lo stupro della natura.

Come si organizza un viaggio nel deserto? Sinceramente, in questo tipo di avventura non c'è spazio per il turista fai-da-te. Bisogna affidarsi a chi possiede mezzi ed esperienza. Servono macchine a quattro ruote motrici efficienti, navigatori satellitari, mappe aggiornate, autisti capaci di affrontare le mille insidie della sabbia e di aggiustare i mezzi nei casi - molto frequenti - di rotture. Solo un tour operator può portare la gente tra le dune. Quasi tutti i migliori hanno alcuni deserti nei loro cataloghi, ma ce ne è uno, «I Viaggi di Maurizio Levi» (www.deserti-viaggilevi.it) che offre la possibilità di visitare quasi tutti gli erg e i reg del mondo.  Per aiutare la mente, la scrittrice, esploratrice,  autrice di traversate di mari di sabbia  in solitario ritenute impossibili, Carla Perrotti,  ha creato la «desert therapy»: piccoli gruppi di turisti entrano tra le dune a piedi o in cammello e si abbandonano al silenzio e al paesaggio.  Solo consultare il suo sito (www.carlaperrotti.com) è un'esperienza straordinaria. «Ascoltatevi - scrive Carla -. Date forma alle voci nascoste dentro di voi, provate nuove esperienze. Quando vi sentirete in pace con voi stessi e con quanto vi circonda avrete trovato la strada giusta». Quella strada è in un  deserto. ( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

Luigi Alfieri
lalfieri@gazzettadiparma.net

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