Orchha, il luogo nascosto

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1301491831864_0.JPGL'effetto è quello di un incantesimo. Di un segreto custodito che si perde nel suono di una parola. Perchè a tradire la vocazione di Orchha è il suo stesso nome, che significa «luogo nascosto». Una piccola città che racconta quell'India inaspettata che ignora il ritmo caotico delle città del Nord. Da Nuova Delhi, muovendosi verso il Madhya Pradesh, è a 20 km a sud-est di Jhansi che Orchha svela i suoi misteri tra gli intricati scenari di una foresta di dhak. Quello che si trova lungo le vie è un turismo misurato e tranquillo, fatto di pacchianerie e porpora sulle dita, immagini sacre e sorrisi regalati.

Ex capitale dei raja Bundela, Orchha conserva il piglio austero dei secoli nei palazzi abbandonati che la incorniciano e sugli haveli, sontuosi edifici privati ispirati allo stile moghul, avvinghiati dalla vegetazione incolta. Nelle sue strade si respira la polvere. Nei sui tramonti si dipinge l’eternità. Un’avvolgente spettacolo che si ripete ogni volta che il sole scende colorando il fiume Betwa che, allungandosi tra le rocce, non smette di raccontarsi nel suo scorrere monotono e inquieto. Lo stesso gioco di sensazioni ambigue si ritrova nei vicoli di questa antica roccaforte rajput quasi lasciata in disparte dalla storia e dagli sguardi. Oppure nelle sale del palazzo Raj Mahal dove il dio Vishnu, il supremo conservatore, si muove su pitture bizzarre per far rivivere scene di caccia e di corte, musicisti e danzatrici. Un piccolo assaggio delle storie che Orchha conserva silenziosa tra labirinti, riti sacri e passioni che uniscono lo stile hindu ad un pizzico di Islam. Attraverso corti squadrate e giardini decadenti si può giungere fino al Rai Praveen Mahal, un basso edificio in mattoni ormai in rovina che prende nome dalla musicista e poetessa favorita del maharaja Indramani.

Lei che aveva sedotto l'imperatore moghul Akbar quando gli fu inviata in dono, trascorse poi il resto della vita ad Orchha lasciando qui un tocco del suo incanto. Fuori dalle mura, il cuore del villaggio è il tempio Ram Raja. Un altro palazzo costruito per amore di una regina, poi mutato in luogo sacro seguendo l’evocazione di un sogno. La leggenda vuole che il maharaja, in una visione notturna, abbia ricevuto da Rama l’ordine di riportare a Orchha una sua statua. Esaudito il desiderio del dio, il maharaja si apprestava ad ordinare la costruzione di un tempio ma il messaggio voleva che la statua rimanesse nel primo luogo dove fosse stata deposta. Così il palazzo divenne tempio. E così lo si ritrova tra piccoli corridoio e scalini consumati. Sul suo sfondo, tra le cianfrusaglie del bazar, ci si siede per mangiare dhal e roti serviti in piatti di metallo. Ma non senza perdersi prima in un caos di bancarelle, lasciando scorrere tra le dita bracciali o lunghi rosari hindu con i loro 108 grani: il numero immutato delle pastorelle che amano Krishna, infinitamente affascinante tra le incarnazioni del dio Vishnu, ma anche il numero dei testi sacri delle Upanishad.

Quegli stessi che risuonano nell’aria mentre il giorno muore sulla riva del fiume. Attraversare il ponte che ne unisce le due sponde allora diventa un rito, ma reso leggero dal suono dei clacson e dai veicoli sgangherati che chiedono il passo attraverso il disordinato via vai dei passanti. Se per tutto il giorno lungo il ponte è un avvicendarsi di donne e ragazzini che si tuffano nella corrente o lavano panni colorati, al tramonto si gode invece il lento fluire del Betwa.

Fa pensare alla vita, o forse alla morte che qui si restituisce in cenere alle acque mai immobili dei fiumi. A ricordarlo sono i quattordici mausolei del Kanchana Ghat. Lungo la sponda, questi austeri e cadenti edifici ospitano i cenotafi reali che ogni sera si tingono di rosa specchiandosi con vanità nel fluido mistero che gli appartiene. ( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

Autore: Mariachiara Illica Magrini

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