" Ouarzazate, tra oasi e kasbah" di Giulia Stok

http://viaggi.lastampa.it/fnts/viaggi-lastampa/immagini/resized/k/a/kasbah-taourirt_247061_407x229.jpg“Ho sempre amato il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio”. Il Piccolo Principe, almeno questa volta, aveva visto giusto: c’è qualcosa di profondamente emozionante nella luce del Sahara marocchino, che si inizia a percepire dai suoi confini civilizzati. Ouarzazate, “la tranquilla”, ultima vera città prima del Grande Sud, sembra sonnecchiare in attesa del prossimo film.

Sarà la vicinanza al deserto, saranno gli oltre mille metri di quota, fatto sta che della sua aura lucente si sono accorti grandi registi, che qui hanno girato, tra gli altri, parti di colossal come Lawrence d’Arabia, Guerre Stellari, Otello e Kundun. Così questo villaggio berbero fortificato, diventato poi sede del protettorato francese, si è infine trasformato nella Hollywood marocchina. Ma non aspettatevi eccessi di grandeur: Ouarzazate resta fedele al significato del suo nome e alla sua anima di avamposto di fronte al nulla. Troverete l’essenziale: un nuovo centro costruito nel 1920, sfilacciato intorno alla via principale, con un piccolo grazioso souq e un’interessante farmacia berbera, e la città vecchia, la kasbah Taourirt, che fronteggia la moschea e la chiesa, fittizie, degli studi cinematografici.

La Kasbah da lontano sembra un castello di sabbia, appena distinguibile dal resto del paesaggio. Fu costruita nel 1754 con la tecnica del pisé, cioè con terra, paglia e acqua impastate fino a raggiungere una consistenza che sfida i secoli. Entrando però, aspettatevi l’inaspettato: qui sì che non c’erano limiti al lusso. Il palazzo era la residenza secondaria dei Glaoui, pascià di Marrakech, che controllavano il movimento di carovane di ritorno da Timbuctu, nodo cruciale degli scambi commerciali di tutta l’Africa. Così, dopo aver attraversato il deserto, i mercanti trovavano ad attenderli gli esattori.

I muri sono decorati con disegni berberi e dipinti con colori naturali – henné, indaco, rosso dei fiori di papavero - , i soffitti di legno cedro intarsiato e dipinto, oppure fatti di palma, tamerici, eucalipto e bambù intrecciati, alla moda tataoui. È la più grande kasbah del sud del Marocco, con centododici stanze che ospitavano circa novanta persone tra famiglia reale, concubine e servitori.

Se la si immagina illuminata da candele e lampade multicolori negli incavi delle pareti, si prova la stessa meraviglia dei viaggiatori ammessi alla presenza del pascià. La sala da pranzo è l’hayn, l’occhio, che domina valli e deserto fino alle montagne dell’Alto Atlante. Appena fuori dal palazzo, vicoli ripidi di sassi e terra battuta, case buie per proteggersi dal sole che terminano in cortili con caprette e galline, coloratissimi tappeti dai disegni geometrici stesi ad asciugare. La tessitura dei tappeti è un’arte pregiata e antica, tipica della zona, che prevede l’utilizzo di lana mescolata a fibre di agave, talvolta addirittura di cactus.

Intorno alla kasbah Taourirt vi potrà capitare di incontrare delle comparse coi loro abiti di scena, ma se volete trovarvi in un vero scenario da film dovete raggiungere lo ksar, il villaggio fortificato, di Ait Ben Haddou. A una trentina di chilometri di Ouarzazate, nel mezzo della valle dell’oued (fiume che in alcuni periodi dell’anno va in secca) Ounila, ecco le sue mura ocra, con l’immancabile nido di cicogne sulla torre più alta. In parte risalente al XII secolo, in parte al 1740, è uno dei più completi esempi di architettura presahariana del mondo.

Per entrarci bisogna attraversare il letto bianco dell’oued, che ha lasciato, asciugandosi, uno strato di sale che riflette la luce violentemente. Patrimonio Unesco dal 1987, il villaggio è abitato solo da otto famiglie tornate di recente, e sede  di numerosi set cinematografici. Dalla slargo della torre di avvistamento si apre un panorama spettacolare e sorprendentemente vario: melograni e mandorli in fiore nella valle sottostante; più lontano, da una parte il brullo deserto roccioso, dall’altro i verdi palmeti; ancora più lontano, i monti dell’Alto e Anti Atlante.

Se volete conoscere un po’ di vita quotidiani dei villaggi, dirigetevi verso la Valle delle Rose. Donne che lavano insieme pesanti tappeti al fiume, asini sommersi dal carico di paglia, campi di cocomeri e grano ma, soprattutto, 150 km di campi di rose. Pare siano arrivate qui dalla Siria intorno all’anno Mille, portate da pellegrini di ritorno dalla Mecca.

Tra aprile e maggio la valle gode di una fioritura spettacolare, che viene festeggiata con un Festival al momento della raccolta dei petali. La qualità dei fiori ha fatto nascere molte piccole attività che producono saponi, creme e oli profumati. Proseguendo la strada panoramica attraversa canyon per un centinaio di chilometri, fatti di bizzarre rocce tondeggianti o spigolose, fino alle alte e fresche Gole del Dadès. Qualche parete è popolata da acrobatiche caprette nere, su qualcun’altra camminano asini in fila indiana carichi di scorte d’acqua, segno del passaggio di una carovana nomade.

Se invece a Ouarzazate avete respirato abbastanza aria d’alta quota, siete pronti per proseguire verso Sud. La temperatura si alza, l’orizzonte si confonde e appaiono i primi dromedari. Ma non pensate di incontrare subito le dune: sono solo il 15-20% della superficie totale del Sahara. Intanto, tra Ouarzazate e Zagora, ultimo villaggio da qui a Timbuctu, scorrono 200 km di palme da datteri, per un totale di due milioni di piante, di ben 40 tipi diversi. È il più grande palmeto del Marocco, un’estensione impressionante di verde che produce deliziosi frutti.

Tutt’intorno si susseguono montagne, depressioni saline, canyon, tavolati rocciosi, mentre la strada si arrotola in curve e tornanti: anche questi sono tipi di deserto e ognuno ha il suo nome in arabo. L’ Erg, cioè quello con le classiche dune, arriva non molto dopo che ci si è lasciati alle spalle il cartello “Tombouctou 52 giorni”. S’intende, giorni su dromedario, ovvero 1650 km di strada, quel che ci vuole da Zagora per la meta finale delle carovane africane.

Passando la notte a Erg Lihoudi, le dune ebraiche, in un campo con tende private complete di letto e servizi spartani, si assapora un briciolo del fascino avventuroso della vita di carovana. Una sequenza imperdibile di rosso tramonto, brezza notturna sotto la via lattea, ombre lunghissime dell’alba e seta della sabbi, che vi riaccoglie gelida al mattino. ( Fonte: www.lastampa.it)

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