" Padova alleva galline all’ombra di Giotto" di Giulia Stock

http://viaggi.lastampa.it/fnts/viaggi-lastampa/immagini/resized/s/o/sotto-la-neve-unimmagine-del-prato-della-valle-di-padova-ammantato-di-neve_199726_407x229.jpgPer il grande desiderio che avevo di vedere la bella Padova, culla delle arti sono arrivato (...) e a Padova sono venuto, come chi lascia uno stagno per tuffarsi nel mare, e a sazietà cerca di placare la sua sete»: così declama Lucenzio ne La bisbetica domata di Shakespeare. Siamo intorno al 1590, momento d'oro per la città veneta, che poteva a pieno titolo essere annoverata fra le capitali culturali d’Europa insieme a Firenze e Venezia. Questo grazie al prestigio della sua Università, fondata nel 1222, e alla folla di artisti e pensatori che qui vissero o lavorarono: da Giotto, che affrescò la meravigliosa Cappella degli Scrovegni, a Filippo Lippi, Mantegna, Paolo Uccello, Donatello, Leon Battista Alberti e Galileo Galilei. Insomma, l’atmosfera patavina era animata da una grande vitalità: sia scientifica, tanto che qui nacquero il primo teatro anatomico per la dissezione dei cadaveri - forma singolare di vitalità, direte, ma fondamentale per i progressi della chirurgia - e il primo orto botanico pubblico d'Europa; sia religiosa, come dimostra la devozione per Sant'Antonio, cui fu dedicata una maestosa basilica; sia politica, con le animate discussioni risorgimentali del Caffè Pedrocchi che portarono alla rivolta contro gli austriaci nel 1848.

Tra un esperimento e un’insurrezione però i patavini hanno sempre trovato, fin dal Medioevo, il tempo per preparare piatti gustosi, nati nell'orto e nel cortile di casa. Uno su tutti, la gallina padovana, che pare sia arrivata in città nel 1300 addirittura dalla Polonia. Oggi quella gallina barbuta dalla complicata acconciatura è presidio Slow Food ed è deliziosa cucinata alla canevéra, con un ripieno che mescola il salato delle carni, il dolce della mela e l'agro di arancia e limone. Meno esotica ma ugualmente interessante è l’ oca in onto : tagliata a pezzetti la carne viene conservata tra strati del suo grasso in un orcio di terracotta o vetro. Sulle tavole padovane d'inverno hanno un posto d'onore anche l’amarognolo radicchio e il dolce prosciutto crudo di Montagnana, ottimi preludi a un pranzo classico che si apre con risi e bisi (riso e piselli) o pasta e fasoi e prosegue con bollito alla veneta.

Dopo questo primoassaggio, il modo migliore per continuare a gustare la città è immergersi nel suo cuore medievale: il colorato mercato ortofrutticolo di Piazza delle Erbe e i portici zeppi di botteghe che circondano l’impressionante mole del Palazzo della Ragione, sede del tribunale comunale dal 1200 al 1700. Fino al 13 febbraio il palazzo ospita una mostra della Biennale di Architettura promossa dalla Fondazione Barbara Cappochin, dedicata alla rigenerazione urbana sostenibile. Tra questa e la contigua Piazza dei Signori inizia il ghetto, stretto di case, alte e addossate le une alle altre, che spesso nascondono cantine romane e medievali. Torna in mente il quartiere ebraico veneziano, anche perché, quando la nebbia si alza dal Bacchiglione e dai canali che circondano il centro storico, e l'umido brumoso si insinua nei portici, la fratellanza tra le due città si sente nelle ossa. Il bianco bugnato del Palazzo del Capitanio, con il grande orologio, primo in Italia a indicare anche i mesi secondo l'uso nordico, contrasta con le vecchie case porticate di Piazza della Signoria e con la scura austerità del Duomo.

All’altro capo del centro, alle spalle dell’Università, nella dimora duecentesca della famiglia Zabarella (www.zabarella.it; 049/8753100), oggi sede di mostre di qualità, fino al 12 febbraio è visitabile «Il Simbolismo in Italia» con tele, tra gli altri, di Gaetano Previati, Adolfo De Carolis, Umberto Boccioni.

Per vedere scorrere una dopo l'altra tutte le epoche precedenti invece basta prendere un espresso al vicino Caffè Pedrocchi: di eleganza neoclassica al piano inferiore - in netto contrasto con le guglie neogotiche del fratello Pedrocchino - al superiore in ogni stanza gioca con uno stile diverso, spaziando dall'etrusco al barocco. Il Pedrocchi era detto «il caffè senza porte» perché non chiudeva mai, nemmeno la notte. È il primo dei «senza» per cui è famosa la città: senza porte il caffè, senza nome Il Santo. Sì, perché qui non è necessario chiamarlo, e in effetti non lo si chiama, nemmeno nella via a lui dedicata: tutti sanno che si tratta di Antonio, le cui onoratissime spoglie riposano nella monumentale basilica costruita a cavallo del 1300, che con le sue cupole orientaleggianti evoca San Marco. Nelle pasticcerie cittadine, ad esempio Lilium, a pochi passi da Palazzo Zabarella, si trovano diversi tipi di dolci dedicati al Santo, in genere a base di mandorle e amaretti. Talmente buoni che le guardie del corpo che un tempo servivano a proteggere Antonio dagli slanci della folla sarebbero ora utili per difenderci dalle tentazioni. ( Fonte: www.lastampa.it)

Informazioni:
www.turismopadova. it
tel. 049/8767927-52077-53087
"Oltre alla Cappella degli Scrovegni c’è da vedere in questo periodo la mostra sui Simbolisti"

info@slowfood.it
 

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