" Passeggiare per Danzica ricordando Solidarnosc" di Edoardo Malvenuti

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1338363517319_0.jpgUna foresta d’acciaio sbuccia il cielo del Baltico. Le gru sono ritagli meccanici in moto: ai cantieri navali di Danzica una cargo è sotto i ferri. Dalla chiglia rossa, ancora una vuota carcassa, pendono argani e impalcature. È un orizzonte di cemento, di ferro, di memorie che si allunga oltre un muro di cinta imbrattato. Stocznia Gdanska il nome in polacco, scritto a lettere massicce sopra il cancello d’ingresso. Qui si costruisce. 
 
Le macchine, i carriponte e le catene sono artigli di una città avvinghiata alla costa, spalmata sul bordo di un mare scuro. I lavoratori hanno imparato a dominarlo con la tecnica, la fatica, la lotta. Ci sono luoghi che provocano la storia, portano la ribellione annodata al cemento delle banchine. Ecco, quelle arrugginite di oggi sono le stesse degli scioperi e delle occupazioni del 1980, dello scontro e trionfo della rivoluzione cattolica di Solidarnosc, di Lech Walesa. Da elettricista a presidente. Alla testa di un paese passato dalla brutalità di un partito liberticida e unico, quello comunista polacco, ad una solida crescita economica che gli ha permesso di superare quasi indenne la crisi economica attuale.
 
Nell’UE dal 2004 la Polonia è pronta ad ospitare assieme all’Ucraina la manifestazione calcistica più seguita del Vecchio Continente: i campionati europei di calcio. Qui a Danzica gli azzurri faranno il proprio esordio contro la Spagna. La PGE Arena Gdansk già brilla come le tessere di un mosaico attaccato dal sole. Una astronave di specchi gialli, dal profilo sinuoso, sembra galleggiare sull’umidità spessa del mattino. 
 
Sullo sfondo ciminiere e case popolari, «qui c’è quella più grande d’Europa», assicura Karol, ventitreenne studente di sociologia da due anni in città. Indica con la mano un palazzo rosa dal profilo di un ventaglio. La macchina corre; una, due, alla fine sono tre le fermate di tram per abbracciarlo da capo a coda. Proseguiamo. Eccoci a Zaspa: il quartiere dei murales. Qui lo scatolame abitativo sovietico è incipriato di composizioni floreali, di animali esotici. Le pareti dei block sono screziate da pappagalli, chitarre, balene. Strali di colore elettrici squassano il grigiore, osservano dall’alto lo squarcio di una pista d’atterraggio abbandonata che taglia il quartiere. Qui si avverte l’angoscia dello spazio aperto, dilatato in prospettive che non offrono appigli.
 
Per allontanare questo senso di straniamento si ripiega in centro. Una altra città, quella antica. Sulla via Reale domina la matericità dei mattoni rossi, della pietra scavata. Nemmeno la smodata tensione verticale delle torri slega gli edifici da terra. Sono pesanti, ma dal respiro caldo. Individuano un tracciato stradale avvolgente che srotola una spazialità da città europea. Il gotico tedesco di Santa Maria incanta nell’imponenza con cui occupa lo spazio. È la più grande chiesa al mondo in mattoni rossi, un incarnato capace di schiacciare il visitatore al suolo: chiunque avverte la propria piccolezza. Ma anche in questa imponenza architettonica c’è qualcosa, lassù, che evapora. Sono i cappelli di rame dei pinnacoli, aguzzi come lance, gli ultimi pionieri del cielo.
 
Ulica Dluga sta a due passi. Una passeggiata pedonale che si allunga dalla Porta Dorata alla Porta Verde, i due ingressi al centro città. Qui si viene per guardare ed essere guardati: è un via vai fitto sotto una processione di lampioni in ferro battuto. Colpiscono le scale che dai palazzi si rovesciano sulla piazza: tre gradini pingui, come nuvole di sasso. Un vezzo tipico delle antiche abitazioni e botteghe cittadine. Preziose e apprezzatissime, come quelle della via dell’ambra. Tra i ciottoli di Ulica Mariacka da secoli si lavora e vende la preziosa resina torbata. Gialla, densa, nelle vetrine quasi frigge illuminata da fari che ne evidenziano tinta e regalità. Si trovano collane, piccole statue ma anche pietre grezze che le mani sapienti degli orafi hanno portato a scintillare.
 
Una volta intorpiditi dal vento insistente in Polonia conviene riparare in un bar mleczny, o bar del latte. Non un alimentari ma una sala unta di storia recente. Specie durante gli anni ottanta gli operai delle fabbriche venivano in queste mense per consumare un pasto sostanzioso a poco prezzo. Niente carne però: troppo costosa e praticamente introvabile all’epoca. In questi bar si mangiava a base di prodotti caseari e verdura. Oggi quella tradizione è rimasta, ed i perogi, sorta di ravioli ripieni, sono descritti come i migliori in città. «Questa è come la cucina della nonna», racconta Karol di fronte ad una zuppa fumante. L’apparecchiatura è essenziale: sale, pepe e tovaglioli di carta dura. Tutto il resto va sul vassoio che le cuoche in grembiule giallo e bianco caricano di pietanze. I tempi restano quelli della mensa, difficilmente ci si ferma più di mezz’ora. La gente mangia in fretta, sparecchia e se ne va. 
 
Ma il meglio di Danzica arriva la sera. Ritornando dove tutto era cominciato: ai cantieri. Qui si affondano le suole nella terra, lo sguardo scappa preso dalla magnetica desolazione dei capannoni abbandonati. In uno di questi, una volta magazzino, sta l’istituto d’arte Wyspa. Di fronte a scranni sciamannati di un vecchio cinema corre una pellicola. Qui si fanno proiezioni, installazioni, mostre di giovani artisti polacchi. Nello stesso edifico sta il Buffet. Un bar al neon, gonfio di luce rossa. Il miglior posto in città dove ascoltare musica elettronica. Sulla pista si balla sotto luci ad intermittenza fino alle pendici del chiaro. 
 
A quell’ora i ricordi della musica, degli sguardi, delle parole dette, sono seppiati dalla luce del mattino. Lungo la passeggiata che costeggia la Vistula, l’arteria liquida della città, le palpebre aggrinzite dalla stanchezza sono catturate da un’ultima luce. È l’abbaglio delle fiamme ossidriche. Operai al lavoro su una nave all’ancora, in silenzio. È presto, fa freddo. Sono tutti nascosti in cuffie scure di lana cotta. Quella, sola, capace di respingere il soffio del Baltico. Che taglia le guance.
Fonte: www.gazzettadiparma.it
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