" Praga, bella e bugiarda" di Edoardo Malvenuti

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1322057186304_0.JPGIn autunno il cielo di Praga sembra alluminio accartocciato. Opaco, nero ad onde: orizzonte di nuvole spesse che rimescolano tempeste. Sotto, l’imponente Museo Nazionale è una corona d’oro e rame che brilla in capo alla città. L’ampia fontana d’ingresso è vigilata da corpi di donna in arenaria nera, dai gesti magnifici e ammonitori. Sul la facciata austere placche in marmo rosso eternano i grandi nomi della storia ceca. Il palazzo è maestoso, dominato da pesanti altane a cuspide, e da una cupola quadrata decorata a sbalzo. Nell’imponenza architettonica passa quasi inosservato il leggero incresparsi dei sanpietrini sullo slargo di fronte: un sinuoso rigonfiamento del suolo che porta incastonati un nome ed una croce. Jan Palach 1948-1969. Proprio qui stramazzava al suolo il corpo del giovane studente cecoslovacco, allora ventenne, datosi fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica del paese nel 1968. Più in là, oltre diverse corsie di traffico insistente si srotola piazza Venceslao, dominata dalla statua equestre del santo omonimo, protettore della Repubblica Ceca. Settecento metri che declinano dolcemente verso Staré Mesto, la città vecchia. Basta una passeggiata svelta per accorgersi che anche della storia recente si è mascherato il ricordo. Oggi schiere di insegne iridate richiamano i turisti nelle onnipresenti sale da gioco a slot machines, mentre capannelli di curiosi procacciatori fanno offerte lusinghiere per serate da adulti. Spesso in italiano. Camminando si incontrano almeno una decina di chioschi che propongono salamini unti e invitanti a poche corone. Qui le griglie scottano giorno e notte. Non lontano si incontra il Teatro degli Stati dove alzando lo sguardo oltre gli accecanti negozi di souvenir, si ritrova uno scorcio d’incanto. Proprio qui, nel 1786, viene messa in scena la prima del Don Giovanni di Mozart e ancora oggi, a tarda sera, quando i lampioni in ferro battuto si illuminano di vaporosa luce giallastra ci si può immaginare nel passato: sospesi a indovinare profili di ombre nobili oltre i vetri di un bovindo barocco. Girando l’angolo ecco Staromestské Namesti, la piazza della città vecchia, cuore della Praga medievale. Subito calamitati dal movimento astrale dell’orologio astronomico, ci si perde nell’araldica delle incisioni, nella complessità dei numeri e delle ruote dentate. In mezzo alla piazza, scostati dalle onnipresenti orde di turisti, si può rivivere per un attimo l’atmosfera grandiosa e mannara della Praga magica di Angelo Maria Ripellino. Una città di tane fumose, prostitute di lusso, alchimisti, oscuri intellettuali, cialtroni. Quella capitale boema che oggi pare scomparsa, o meglio, ben nascosta. L’antico mucchio di caffè fumosi, abituri accidentati e sfarzosi palazzi, ha domato le sue bellezze, rese innocue e di facile accesso. Il quartiere ebraico su tutto, ridotto a imitazione di se stesso. Nell’arcinoto cimitero, già luogo arcano e leggendario, ora si accalcano più guide che lapidi. L’immaginario si spegne all’obliteratrice d’ingresso, svanendo nel percorso obbligato da una corda. Resta poco, come della sinagoga Vecchio-Nuova e della leggenda del suo golem in soffitta. Del fantoccio informe di fango e forza bruta restano i ben ordinati volumi in vendita alla cassa. Ci si allontana con un po' di amarezza. Così, attraversando la strada ferrata dalle canaline del tram ci si ritrova a costeggiare il fiume. Attraversare la Moldava sul ponte Carlo, fiancheggiando statue dagli abiti stropicciati e dagli atteggiamenti fieri, regala la nobiltà di orchestre improvvisate, eleganza d’abiti e ottoni. La passerella prepara l’accesso a Malá Strana: il prezioso quartiere che si arrampica sulla collina dominata dal Pražský hrad, il castello di Praga. Storica corte dei re boemi ed oggi residenza del presidente della Repubblica, il complesso si regge con forza elegante sulle pendici del colle, da dove domina sfacciato l’intera capitale. L’imponenza del più grande castello antico del mondo, sfuma soltanto lungo le guglie della cattedrale di San Vito, incendio di leggerezza gotica, tagliente e tiepidamente illuminata. Ci si sorprende a vaneggiare delle casupole fetide di alchimisti e scrittori, tra tutti il disperato Franz Kafka, nascoste nel Vicolo d’oro. Ma anche di quelle non c’è più traccia, o meglio, dello squallore che le ha rese immortali resta un sintetico ricordo, un allestimento da museo visitabile in fila indiana. Così, castello alle spalle, meglio perdersi tra le viuzze da basso intorno a piazza Maltese. Lì a due passi gli spray lisergici del muro di John Lennon sono un piacevole squarcio di una armonia che sa di artefatto e costruito. Sfiziosa virgola di disordine prima del Kampa Museum. Lì ti accolgono tre abnormi sculture di infanti a gattoni, inquietanti e neri. I volti sono larghe cicatrici nere malcucite. È opera del provocatore ceco numero uno, lo scultore David Cerný. Se ne trovano un po’ dappertutto nella capitale boema, spesso in posti impensabili. Una volta dentro, nelle stanze del museo si trovano opere di bellezza scarna e moderna. Attraverso la finestra al primo piano si sorride facilmente alla fila indiana di pinguini gialli che passeggiano lungo un argine del fiume. I canoni terremotati dall’arte contemporanea ritrovano un disciplinato modello nella vicina cattedrale di San Nicola. L’interno, macero di intenso e sfarzoso di magnifici ori barocchi, ondeggia nel miraggio delle candele.

Nella piazza di fronte, sotto un obelisco che sa di simbologia massonica, si resta sbigottiti. Qualcuno intona un’aria lirica a piena voce: la meraviglia ritrovata di una capitale dedita a soavi passatempi. Così Praga ritorna magica. I sospetti di trappola turistica svaniscono, alleggeriti si può girare l’angolo verso il castello. Ma sono due passi e quasi si incespica su un pingue signore buffamente vestito da musicista del Settecento. Aspetta paziente, baffi arricciati, pronto a proporre un biglietto per lo spettacolo serale. Compiaciuto indica la finestra da dove proviene la musica che riempie la piazza. La casualità dell’incantesimo lirico sparisce, è trucco ben preparato. Praga si è trasformata ma non ha perso il vizio: oggi come un tempo, resta una bugiarda e bellissima incantatrice.

( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

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