Rivelazioni dall’Apocalisse. Al Museo di etnografia di Neuchâtel, artisti ed antropologi mettono in scena la fine del mondo

http://www.swissinfo.ch/media/cms/images/null/2011/11/006_3-31671104.jpgAl Museo di etnografia di Neuchâtel, artisti ed antropologi mettono in scena la fine del mondo. Con un interrogativo centrale: «What are you doing after the Apocalypse?», cosa farete dopo la catastrofe?

Chi non si è mai fatto prendere dal panico seguendo un qualunque telegiornale scagli la prima pietra. Crisi economiche, epidemie varie, guerre, catastrofi nucleari, rivoluzioni… In questo mondo globalizzato, un cataclisma sembra ormai essere alle porte un giorno su due.Forse questo volersi fare paura è radicato nel più profondo del nostro inconscio sin dalla più tenera età. La serie di figurine di plastica con le quali si apre l’esposizione, in una piccola sala che sembra essere stata bombardata, è eloquente: da Godzilla al pupazzo gonfiabile dell’Urlo di Munch, passando da vari mostri e mostriciattoli provenienti dai quattro angoli del pianeta.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

Una sorta di antipasto all’Apocalisse vera e propria, raffigurata dagli artisti M.S. Bastian e Isabelle L. in un gigantesco affresco in bianco e nero lungo 52 metri, che si estende sui muri di due sale. Un immenso e dettagliatissimo catalogo dell’orrore, intitolato «Bastokalypse», nel quale i due artisti rivisitano in un universo fumettistico le tradizioni iconografiche del male. Bosch, Dürer, Breughel, Picasso… Basta osservare con attenzione un paio di metri quadrati dell’affresco per ritrovare quasi a colpo sicuro un riferimento a un dipinto che, in un modo o nell’altro, ha illustrato la fine del mondo. O ad avvenimenti che hanno segnato in maniera indelebile la storia più recente: Verdun, Dresda, Hiroshima, My Lay, Sarajevo, l’11 settembre…
 
«La fine del mondo è un tema presente probabilmente in tutte le culture. Ciò che è affascinante in questo panorama è che i due artisti partono proprio dall’ipotesi che questo dramma vissuto dagli esseri umani è universale. Non per nulla hanno preso a prestito anche molti riferimenti transculturali», osserva Marc-Olivier Gonseth, conservatore del Museo di etnografia di Neuchâtel (MEN).
 
L’Apocalisse non è solo visiva, ma anche sonora. Camminando su dei cubi di legno, si può scegliere la propria Hit Parade da fine dei tempi. La voce di Jim Morrison - «This is the End, beautiful friend…» - richiama subito alla memoria il morente colonnello Kurtz che sussurra «L’orrore… l’orrore», mentre i suoi uomini sacrificano a colpi di machete un bue.
 
Per uscire dalla sala, impossibile evitare la canzone di Vera Lynn «We’ll meet again». Ci incontreremo ancora? Non è un po’ una nota stonata, in mezzo a titoli come «Armagideon», «Oh Lord don’t let them drop that atomic bomb on me» o «Nuclear holocaust»?
 
«Questa brano accompagna le ultime scene del film Il dottor Stranamore, quando le bombe esplodono – osserva Marc-Olivier Gonseth. La canzone in un certo senso prepara a un dopo-Apocalisse, che è quello dello spettatore. Il mondo scompare, ma lo spettatore resta. È esattamente la domanda che poniamo anche noi. Cosa farai dopo lo spettacolo?

Motore di cambiamento

In una sala candida come l’interno di un ospedale o di una navicella spaziale, otto etnologi presentano qualche pista di riflessione. Basandosi sulle loro ricerche, si sono chiesti come reagiscono le società umane quando sono confrontate con catastrofi, conflitti, rivoluzioni varie o squilibri importanti.
 
Tra i temi affrontati, l’Egitto del dopo-Mubarak, l’energia nucleare, la crisi economica, l’esilio di massa e il dibattito attorno a una presunta «fine dell’arte». E ancora l’epidemia di AIDS, un fatto sociale totale «che ha completamente modificato la nostra visione della sessualità, della malattia, il rapporto che abbiamo con la medicina, ha posto nuove questioni legate alla prevenzione e alla nozione di responsabilità, poiché si chiede anche a chi non è malato di proteggersi e così via», spiega il conservatore del MEN. «Questa malattia ha rappresentato un vero e proprio cataclisma che le nostre società sono riuscite ad attraversare. Oggi siamo nel ‘dopo’ e stiamo continuando a gestire le piste che si sono create con la catastrofe iniziale».
 
L’Apocalisse, insomma, è anche – soprattutto? – un formidabile motore di cambiamento per le società. «Etimologicamente il termine stesso di Apocalisse, non vuol dire né ‘catastrofe’ né ‘distruzione’, bensì ‘rivelazione’ – osserva Gonseth. Questa nozione di salvezza, di risurrezione caratteristica del Cristianesimo, è un po’ scomparsa dalle nostre menti. Ci resta solo una visione nera dell’Apocalisse. Dobbiamo però renderci conto che esiste sempre questa reversibilità della prospettiva. Cambiando appunto di prospettiva, un determinato avvenimento può essere visto anche come un’opportunità di rinnovamento».
 
Apocalisse e Apoteosi, due facce della stessa medaglia? Parlando dei campi di concentramento in Birmania, trasformati in alcuni casi in musei, il fotografo e registra francese Christian Boltanski dà forse una chiave di risposta: «Mi hanno raccontato che uno dei conservatori di questi luoghi aveva molti problemi, perché essendosi depositata così tanta cenere umana, la natura era particolarmente bella. In primavera crescevano migliaia di fiori. Il suo problema era di sapere se tagliarli o meno. Sapere, insomma, se bisognava o meno conservare l’orrore. Oppure lasciare che la vita riprendesse i suoi diritti sull’orrore. Nessuna persona è sostituibile, perché è unica. Ma per fortuna le cose continuano e alla fine siamo rimpiazzati».

Autore: Daniele Mariani/ Fonte: www.swissinfo.ch


Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog