Sarajevo, la città della Marlboro - di Tiziana Barbieri

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1380044702124_0.JPGCi sono tanti modi per entrare in una città. Alcune, più di altre, incarnano un codice interpretativo del mondo e si ha l’impressione che occhi e piedi non bastino e che solo le parole possano aprirci un varco. Quelle di chi ha provato a raccontare l’inverosimile magari di sbieco consentendo di entrarci non attraverso le arterie principali, ma piuttosto di soppiatto, magari da una cantina, da un cortile, o dal muro di una camera da letto sventrata dai colpi dei mortai installati sulla collina.
A Sarajevo, dopo la guerra, si entra cominciando da lontano e poco per volta, ma si ha l’impressione di non poter più capire il fuori senza essere stati dentro, di non comprendere il presente senza aver volto lo sguardo più indietro, magari a un dettaglio rivelatore. Forse è per questo che il titolo del libro di Jergovic Le Marlboro   è   un’indicazione non trascurabile, una chiave d’accesso alla città.  Bisogna procedere dal racconto La tomba per precipitare davanti a un vuoto, a un’assenza. E’ il pacchetto delle sigarette che non si riconosce più: il suo involucro è bianco, senza scritte, ma guardandolo meglio si vede che è solo rovesciato e che il suo interno contiene le parole Le Marlboro di Sarajevo. Forse anche l’anima della città si è solo nascosta, è diventata anemica a causa della guerra.
Adesso per ricostruire il mondo dei vivi si deve passare dalle tombe, dai cimiteri che si estendono sulle colline, visibili ovunque nella sequenza di tombe bianche che reticolano disordinatamente il nuovo spazio urbano. Come macchie che emergono alla coscienza, silenziose domande senza risposta, si estendono lungo le strade, senza separazione dalla città dei vivi, incombono con quelle date ossessive, dal 1992 al 1996, si insinuano di soppiatto dietro una curva, come rimorsi che non ti danno pace. E’ dalle storie dei morti che devi ricominciare, dai quasi 12.000 che sono stati uccisi dai cetnici che assediavano la città tra il delirio di una comunità internazionale indifferente e ottusa. E Sarajevo è diventata così lo scenario di ciò che non era immaginabile. Una convivenza integrata si è risolta in una forzosa separazione: di mezzo una guerra che non ha stravolto solo il tessuto urbano e metaforico della città allargando impietosamente lo spazio dei morti, ma che ha inciso anche nella psiche dei vivi. Reclusi nella loro città prigione dove si disimparò a ridere, secondo la testimonianza dello scrittore Dzevad Karahasan, gli abitanti di Sarajevo, per quattro anni, furono costretti a ripiegarsi in un’introversione disperata nel loro grembo nascosto, con un’unica breccia verso l’esterno: il Tunnel of hope. La galleria di 800 metri che collegava la città alla zona franca dell’aeroporto, come un cordone ombelicale ha dato nutrimento a una città nel cui embrione sono cresciuti per troppo tempo solo i cimiteri, mentre tutto il resto rimpiccioliva.
Oggi, se la città torna a emergere è anche grazie allo sforzo di tanti libri di salvarne l’identità. In essi si allude alla cattiva coscienza dell’Occidente, della comunità europea e internazionale che ha assistito con un’apatia disarmante al compiersi del massacro, tra l’inerzia delle forze Onu: come se si fosse trattato davvero del regolamento di conti tra tre gruppi etnici e non di un attacco impari a una popolazione in gran parte pacifica e che aveva sfilato massicciamente contro la guerra. Per questo Sarajevo è una metafora di come le cose possono andare quando non c'è volontà di dirigerle. Mentre ci si aggira oggi tra le vie di nuovo vivaci della città, colpiscono i volti europei dei suoi abitanti e in particolare delle donne. Anche le ragazze islamiche col velo hanno lineamenti, gesti, sorrisi assolutamente occidentali. Brilla, anzi, la civetteria degli sguardi, l’eleganza delle movenze mentre sono sedute sui gradini davanti alla moschea di Gazi Husrev e si fanno fotografare a turno dalle amiche. Mentre le ammiri, sorpresa, ti invitano con gentilezza commovente a gettare uno sguardo nel loro mondo. Non sembra esserci risentimento nei volti che si incrociano nei caffè, lungo le vie e nelle piazze. Eppure si ha l’impressione che  gli occhi interroghino l’Occidente e che non si possa sfuggire a quello sguardo.
 Bisogna lasciarsi osservare dai Sarajevie per capire il senso delle parole di Karahasan, per comprendere il disastro di un Occidente che ha voltato la faccia altrove: si sa che a chi sta bene non interessano le tragedie degli altri. E così, per una sinistra antifrasi, Sarajevo è tornata ad essere "Il centro del mondo", la metafora di un’indifferenza estesa, la sostanza di una relazione iniqua tra chi è dentro e chi è fuori.   La città ha perso la sua parte migliore, il suo equilibrio demografico è stato sconvolto come la sinergia tra le diverse etnie. Ciò che prima era comune ora è esclusivo, in una moltiplicazione inverosimile di tutto: i curricula della scuola, per esempio, rigorosamente differenziati per le diverse appartenenze religiose, anche quando il corso di studi è lo stesso. Persino la discarica dei rifiuti non è la stessa: Sarajevo Est, la città a dieci minuti al centro che si trova sotto la giurisdizione di un’altra entità a maggioranza serba, ha ricominciato a usare la cava di Kuprac dove viene conferito ogni tipo di spazzatura, senza distinzione di sorta.  Anche la crisi drammatica di molte importanti istituzioni culturali come il Museo di Sarajevo, che è stato chiuso nell’ottobre 2012 per mancanza di fondi, deriva dallo sfilacciamento dell’identità dello stato centrale, dalla latitanza di una politica culturale a sostegno delle istituzioni comuni. Del resto non esiste un Ministero condiviso della Cultura e dell’Educazione e ognuna delle due entità di cui si compone la Bosnia-Erzegovina, cioè la Federazione croato-musulmana e la Repubblica serba, fatica a interagire con l’altra. I cimiteri, come grandi buchi bianchi che non si possono più chiudere, sono il segno di un corpo mutilato, ma forse sono anche un punto di sutura sorprendente, il continuum che non conosce differenze d’etnie, in una guerra in cui anche i Serbi di Sarajevo hanno pagato un prezzo altissimo, solo per non aver consentito a una lotta tribale e assurda. I morti segnano anche lo slittamento di ogni confine e le tombe ridefiniscono un’inedita toponomastica rovesciata: si tratta di accogliere quella presenza perturbante senza rimuovere le ombre che si porta dietro. In apparenza i conflitti sono sopiti e la convivenza non è un problema, ma molti dettagli dicono che gli equilibri sono cambiati: la birra che in molti bar non si trova durante il Ramadan, la carne di maiale sparita in alcuni supermercati, la massiccia riduzione dei croati di religione cattolica nella Repubblica serba, così come l’esigua presenza degli ortodossi nella Repubblica di Bosnia-Erzegovina. Non vi sono rivendicazioni o strascichi di odio palese, nonostante il sovvertimento dei luoghi, della condizione economica, dei destini di tanta parte della popolazione. Ma nel silenzio del mugugno, suggerito o taciuto, riemerge il disagio, il lutto non ancora elaborato che l’ostinata speranza, pur altrettanto percepibile, non sempre può né vuole superare.
Fonte: gazzettadiparma.it

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