" Selvaggia e prepotente la riviera dei Gelsomini. Nella Locride la natura si mescola alle vestigia del passato" di Mimmo Gangemi

http://viaggi.lastampa.it/fnts/viaggi-lastampa/immagini/resized/r/i/riviera-dei-gelsomini_149153_407x229.jpgUna lingua di terra si espande al piano prima di arrampicarsi verso il monte. È brulla e seccagna. L’ha arrostita un sole che si erge dalle acque e che agli uomini ha imbrunito e grinzato la pelle. È la Locride - da Punta Stilo a quel Capo Spartivento dove si consuma il continente - nota come Riviera dei Gelsomini. I gelsomini però sono scomparsi. Insieme all’antico mestiere delle gelsominaie, che campavano famiglia con la raccolta e la vendita a peso del fiore, utilizzato per i profumi. L’aria oggi se la contendono la fragranza delle zagare, del bergamotto, degli eucalipti. Uno spettacolo su cui rifarsi gli occhi, lungo il tormentato asfalto della Statale 106. Suggestioni e incanti di una natura dalla bellezza selvaggia, prepotente. Tra fitti ingombri di oleandri in un’esplosione di colori, filari di palme, fichi d’india, eucalipti, opulente agavi, talune nell’effimera superbia del fiore, l’alto stelo che precede di poco il marcire in terra.

 

La strada trancia in due i paesi. Costeggia la ferrovia, qui un’unica linea con treni - si fa per dire - al massimo di tre vagoni e che meriterebbero la dignità di un museo. Niente elettrificazione, eppure altrove si guerreggia sulla Tav. Le locomotive vanno a gasolio. È già un progresso che non procedano a spinta, o a carbone come fino a pochi decenni fa, quando nelle stazioni si viveva la scena, da film western, dell’acqua per il vapore caricata da un alto braccio a gru. Oltre la ferrovia, larghe spiagge dorate, di sabbia granulare e di ghiaia. Poi, il mare. Che i colori li ha tutti, a seconda degli effetti del cielo e dei variegati fondali di acque cristalline.

La natura si mescola alle vestigia del passato. Ovunque si avverte la tragica decadenza delle grandi civiltà che misero radici, si sovrapposero, si confusero.

 

Qui fu Magna Graecia, che continua a emergere, negli scavi di Locri Epizefirii, di Kaulonìa. Qui si insediò Roma: fu di un console la maestosa villa di Casignana, con le terme e gli splendidi mosaici. Qui arrivarono i bizantini, i normanni. Ne resta traccia nei monasteri, nei santuari, nei castelli. Qui razziarono gli arabi: le sanguinose incursioni indussero ad abbandonare la costa per insediarsi nei fianchi della montagna, in quella che fu un’altra tappa dell’andar su e giù sparso nei millenni. Sulle colline i bruzii, sulla riviera i greci e i romani, di nuovo le alture nei secoli bui, per tornare al mare infine, quando più nulla impediva che si abboccasse alle sue lusinghe. Per questo qui vive un popolo indeciso, che è di mare senza che si senta marinaro. Per questo molti centri costieri hanno un omonimo superiore, spesso fantasma, o lì lì per diventarlo - borghi immutabili, tra stretti vicoli acciottolati, muri di pietre nude d’intonaco, case che si spartirono uomini e bestie - testimoni di un’irripetibile civiltà rurale. Alcuni centri hanno resistito al canto delle sirene tra le acque sullo sfondo: così Gerace, dal borgo di un intatto medioevo e con il castello e la cattedrale normanni, così Stilo, città di Tommaso Campanella, con la pregevole architettura della Cattolica bizantina, così Bivongi, con le spettacolari cascate del Marmarico.

 

Procedendo da sud, lungo la costa s’impatta in Brancaleone, dove Cesare Pavese visse male il suo confino politico e nella cui spiaggia le caretta caretta depongono le uova, poi Africo con l’unicità delle sue scogliere, Bianco rinomato per i vini passiti Greco e Mantonico, Casignana con la villa romana e Locri con le vestigia greche - esse, da sole, valgono un lungo soggiorno - Roccella e la rupe con il castello angioino dei Carafa, sede del festival jazz, e la torre di Pizzo-falcone, il lungomare tra filari e boschi di palme, il porticciolo turistico, il borgo, Riace nei cui fondali furono rinvenuti i bronzi, la bizantina Monasterace che già fu la greca Kaulonìa emersa nel litorale, con il tempio dorico a balcone sulla spiaggia. Tutte località con un perfetto connubio tra natura, storia e cultura, e da bandiera blu, quest’anno assegnata a Roccella e a Marina di Gioiosa.

 

L’ultimo sguardo, al mare. Nemmeno schiuma. E ha le tinte del cielo impallidito da striature di nuvole bianche. È pallido pure il sole, da riuscire a fermarci gli occhi. Inquadro poi la Statale e il suo vorticoso e mortale doppio senso di marcia. Quindi, la ferrovia. Eccoli, i segni della sconfitta, da aggiungere all’altra di un turismo che non esplode nonostante sembri essere qui il Paradiso perduto. ( Fonte: www.lastampa.it)

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