" Sulcis, in riva al mare fantasmi di miniere" di Roberto Duiz

http://viaggi.lastampa.it/fnts/viaggi-lastampa/immagini/resized/p/o/porto-flavia-a-masua_154231_407x229.jpgDue serpentoni d’asfalto partono dalla periferia di Iglesias, «porta della regione mineraria», verso la costa Sud-occidentale sarda. Il rettilineo non è neanche un’ipotesi nel loro zigzagare ebbro tra montagne «bucate», gole, burroni e dune rossastre formate dalle discariche minerarie senza mai incontrare un centro abitato. Serpeggiano tra sassi ornati da ispidi cespugli e, qua e là, rovine che evocano storie di fatica, sfruttamento, lotte, applicazione dell’ingegno ed evoluzione tecnologica, tutto finalizzato a svuotare di qualunque cosa di prezioso contenessero quelle montagne.

 

Solo qualche gregge di capre, belanti, indolenti, distanti, nella vasta area del Sulcis disseminata dal molto che resta dei siti minerari nati dal nulla e al nulla restituiti dopo oltre un secolo di frugamento intensivo nelle viscere della terra, trapanandola e disegnando gallerie trafitte in verticale da ascensorigabbie che risucchiavano esseri umani sempre più giù, fino a decine di metri sotto il livello del mare, a scavare in quelle che ingegneri e geologi chiamano «coltivazioni», come contadini che arano sassi e raccolgono piombo e zinco.

 

Dopo tre decenni almeno di progressivo abbandono, rimane un’eco di racconti che parlano di vita dura e di lutti, di solidarietà e di lotte sindacali. Sono la memoria di una civiltà scomparsa, estinta per «antieconomicità». E gli insediamenti nati per ospitarla sono diventato ghost town di un West corroso dall’incuria e oggi al centro di una nuova progettualità che mira a un loro almeno parziale recupero. Un progetto di valorizzazione che stimola entusiasmi, ma ancor più ingordigie, scetticismi, sospetti e stato d’allerta degli ambientalisti.

 

Da Monteponi, appena fuori Iglesias, ci si inoltra nel Fluminese, curva dopo curva, sfiorando Zu Zurfuru, affacciata sulla strada e quasi incollata a Fluminimaggiore. Da lì si sale ancora su per Montevecchio e Ingurtosu, ai cui piedi scintillano le dune africane di Piscinas, abbaglianti nel sole della Costa Verde in contrasto col buio del mondo sotterraneo al quale ogni residuo di archeologia mineraria rimanda mentre si scende lungo la gola.

 

E ogni volta bisogna risalire di nuovo. Tornare a graffiare il dorso di montagne per attraversarlo e ridiscenderlo. Un su e giù continuo, in un nulla pieno di vestigia ed echi, cui Potirxeddu, lunga striscia di sabbia orlata da un pugno di case, concede una tregua. In vista dell’ampia baia le montagne smussano gli spigoli, si arrotondano e dolcemente declinano per andare a galleggiare sull’acqua. E acquattata nella baia a fianco c’è Buggerru, piccolo porto e caso emblematico della storia moderna di questi luoghi.

 

Vi si avventuravano solo pastori con i loro greggi prima che, nel 1865, si scoprisse che le montagne lì attorno erano gonfie di zinco. All’inizio del ‘900 aveva già 8.500 abitanti e veniva enfaticamente chiamata «Piccola Parigi». Ora di abitanti ne ha circa un quinto e dalla galleria Henry ha ripreso a sbucare il trenino a vapore che trasportava il minerale al mare e adesso carica turisti per visite guidate nelle viscere della montagna.

 

Dall’altra parte del Monte Guardianu, altre «sculture» nelle rocce parlano di miniera, come Masua, col suo Pan di Zucchero emergente dall’acqua in faccia alla spiaggia. Lì nei pressi, a mezza costa, Porto Flavia è una bocca spalancata da dove il minerale veniva vomitato direttamente sulle navi da trasporto. A Nemibia, lì a fianco, la laveria Lamarmora si protende nel mare fino ad affondarne i piloni di sostegno e ricordare uno stabilimento per ricchi bagnanti dell’800.

 

Ma le suggestioni balneari sfumano non appena ci si inoltra nell’entroterra, per sentieri sassosi su cui non mai stato versato asfalto, attraverso il Canyon Gutturru Cardaxiu. Della civiltà mineraria questo è il cuore più segreto. Villaggi fantasma come Mascalzetta, il cui cartello è bucato da un pallettone che ha il valore simbolico di un «colpo di grazia». Poi ancora boschi, sassi e polvere, sentieri tortuosi, maiali, buoi e cavalli, motocrossisti solitari, arrampicatori che artigliano pareti levigate dal vento. I lavori in corso negli edifici disabitati di Arenas sono il segno tangibile che il progetto di ridare un po’ di vita a quell’area non è solo un’ipotesi.

 

Scetticismo e perplessità sono però sentimenti molto condivisi in questo mondo la cui memoria del recente passato è ancora troppo viva per lasciare spazio all’immaginazione di un futuro diverso.( Fonte: www.lastampa.it)

 

Fonte: info@slowfood.it

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