" Sulle orme dell’eredità del periodo moghul " di Michele Caracciolo di Brienza

http://www.altiusdirectory.com/Arts/images/Tajmahal.jpgDa Jaipur, la città rosa del Rajasthan, ci dirigiamo verso il Forte di Amber che domina un lago artificiale. Il breve percorso in salita verso il forte è fatto in groppa di elefanti agghindati con drappi gialli, blu e rossi. Il loro conducente ha dipinto con del gesso dei grandi motivi floreali sulla proboscide e la fronte dell’animale.

In cima al forte la discesa dall’elefante è complicata e, una volta superata la prova, entriamo con ai piedi le orrende e obbligatorie babbucce dai colori improbabili nel tempio della dea Kali, padrona del tempo, della vita e della morte nella tradizione induista. Non si possono fare foto all’interno. Tutte le quattro pareti sono ricoperte di marmo bianco finemente scolpito e un campanaccio è suonato da ogni fedele per marcare la propria presenza e preghiera alla dea.

La discesa dal forte è degna della più avventurosa delle spedizioni: una carovana di jeep, che ricordano molto dei residuati bellici, ci recupera a gruppetti di quattro per scendere dal forte lungo un percorso diverso da quello dell’ascesa in elefante. Per la seconda volta da quando abbiamo messo piede in India, c’impiastricciano la fronte marcando una ditata in mezzo agli occhi con un intruglio colorato. La prima volta è stata come gesto di benvenuto all’albergo a Delhi.

Subito impariamo che un gesto di pace è unire i palmi delle mani e con un lieve inchino dire « Namasté ». Tutti noi ci convinciamo che sia l’equivalente del « Pace e Bene » di tradizione francescana ed è molto apprezzato dagli indiani. Jaipur è una città rurale, una cittadina secondo gli standard indiani. Di fatti il concierge dell’albergo alla richiesta dell’esistenza di una discoteca nei pressi di Jaipur ha risposto: “No sir, disco only in metropolitan area Dehli, Bombay 10 million people”. E già, Jaipur ha soltanto... due milioni e mezzo di abitanti.

E’ chiamata la città rosa poiché moltissimi edifici sono dipinti in realtà di color mattone sin dal 1876, quando il principe Albert, marito della regina Vittoria, fece visita alla città. L’osservatorio astronomico Jantar Mantar fu fatto costruire nel 1716 dal grande Maharaja Jai Singh II e vi sono gigantesche meridiane in muratura molto sofisticate. Il City Palace è ancor oggi residenza dei discendenti di Jai Singh. Vi sono custoditi due enormi contenitori in argento, i più grandi al mondo che furono riempiti con l’acqua del Gange per permettere al Maharaja di fare le abluzioni durante i suoi viaggi in Europa.

Da Jaipur ci dirigiamo in pullman verso Bharatpur ed entriamo nel più grande mistero dell’India moghul: la città abbandonata di Fatehpur Sikri. Victor Hugo vi fece tappa per visitare gli splendidi edifici della capitale dei Moghul, la dinastia islamica originaria dell’Uzbekistan che regnò sull’India dal 1526 al 1707. Gli edifici in pietra rossa in stile indo-musulmano sono intonsi e risalgono al 1570. Pare che la città sia stata abbandonata in tutta fretta. Una delle teorie per spiegare l’abbandono repentino riguarda la scarsità d’acqua. Ma proprio mentre la stiamo visitando piove e poi c’è da dubitare che coloro che scelsero il luogo non pensarono all’approvvigionamento d’acqua.

Un esodo repentino dalla città potrebbe anche essere stato provocato da un capriccio improvviso di una delle numerosissime concubine, forse la preferita, di cui amava circondarsi l’imperatore Akbar, il nonno di Shah Jahan che costruirà il Taj Mahal ad Agra. Erano talmente tante che egli amava praticare una sorta di scacchi animato con queste donzelle al suo servizio. A Fatehpur Sikri è rimasto il tracciato di questa grande scacchiera.

Da Bharatpur ad Agra ci sono una sessantina di chilometri che si percorrono in pullman in un paio d’ore. Agra contiene uno dei gioielli dell’architettura mondiale e simbolo di un grande amore del Seicento: il Taj Mahal. Fu fatto edificare appunto dall’imperatore Shah Jahan in memoria di sua moglie Mumtaz Mahal, in persiano “Il gioiello adorato del palazzo”, morta di parto poco più che trentenne. E’ di fatti una tomba che accoglie le spoglie mortali dei due sposi.

Interamente rivestito di marmo bianchissimo, la cupola gonfia svetta da lontano e tutte le pareti sono decorate con motivi floreali e astratti e versi del Corano fatti con altre pietre pregiate colorate e incastrate nel marmo. E’ uno degli esempi migliori dell’arte moghul e la tradizioni di intagliatori di pietre è ancora viva oggi ad Agra. Questo edificio di settanta metri di altezza è a pianta quadrata e attira ogni anno dieci milioni di visitatori.  ( Fonte: www.lastampa.it)

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