Sulle pendici del Gran Sasso. Là dove il tempo si è fermato

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1293610657809_0.JPGFiabesco e sacro, remoto e moderno, povero e maestoso. C'è un posto così arrampicandosi sulle pendici del Gran Sasso e dei Monti della Laga, che mescola in pancia il dritto e il suo rovescio: la sapienza contadina e la sapiente capacità contemporanea della sua conservazione filologica. Si chiama Santo Stefano di Sessanio. Le luci dell'auto che squarciano il buio dei tornanti, la luna che riflette la luce sfuocata sulle strisce di neve, l'atmosfera che ti fa sentire a fianco di Sean Connery nel «Nome della rosa»: a quota 1.250 metri si disvela un borgo mediovale che custodisce intatta la sua memoria, la memoria delle pietre. Una volta, all'inizio del secolo, il paese era popolato da oltre mille abitanti. Oggi un centinaio di persone, o poco più, resiste al depauperamento della montagna. Un fenomeno che a ben pensare è le vera ricchezza di Santo Stefano di Sessanio: l'abbandono del territorio ha impedito che l'uomo deturpasse la configurazione urbana con ristrutturazioni poco attente alla storia e al suo patrimonio originario. Il borgo, modellato con le asperità della natura che lo circonda, veglia su valli che si perdono a vista d'occhio. Veglia sull'Aquila e sui suoi Comuni sgraziati dal terremoto, in un Natale abruzzese ancora sul confine tra distruzione e rinascita. Anche qui ci sono tracce della frustata: la torre medicea - che si vede nella foto - è stata abbattuta: di quei venti metri di cilindro merlato non resta che un rudere, non restano che i ponteggi attorno al nulla eretti dai vigili del fuoco. E poi un paio di arcate e qualche facciata sono ancora puntellate. Niente di più: la magia è rimasta intatta. Santo Stefano di Sessanio è un paese dove, da secoli, il tempo ha rallentato il passo. E a tenere il mondo lontano, fuori dalle mura, è arrivato un imprenditore italo-svedese, Daniele Kihlgren, che ha acquistato gran parte del paese e l'ha restaurato puntando in modo maniacale sull'integrità originaria: tutti gli elementi architettonici sono rimasti esattamente al loro posto, se ne sono andati solo i pochi pezzi di intonaco nuovo.

E ne ha ricavato borghi a cinque stelle: un albergo diffuso. Un luogo per un turismo alto disposto a pagare da 240 a 450 euro al giorno per una vacanza dal sapore di un ritiro monastico. Si dorme in quelle che, più di un secolo fa, erano le stanze dei contadini: annerite, oggi come allora, dal fumo che usciva dai camini. Nella stanza accanto alla reception si scorge una Natività: la Sacra Famiglia, con statue a grandezza naturale, veglia in una grotta che un tempo era la stalla di quella casa. Poi le stanze, sparse nei borghi: camere essenziali e calde. Una povertà che diventa eleganza: agli arredi antichi, anche nei dettagli più minuti come i materassi di lana e le coperte fatte a mano, si mescolano le tecnologie più avanzate dei riscaldamenti nascosti sotto il cotto. Nel poderoso tronco di castagno a forchetta che fa da trave al soffitto del ristorante, si ritrova l'antica necessità di utilizzare ogni risorsa del territorio. Se si ha la ventura di passeggiare nel dedalo di vicoli a misura d'uomo con un ingegnere, quando l'alba tutto intorno mostra una natura agraria incontaminata, si scoprono i miracoli di un'antica sapienza costruttiva. Nella taverna dove si fa colazione il camino è acceso, il tavolaccio di legno pieno di dolci ancora caldi riannoda i fili con la tradizione gastronomica. La ricotta, poi, è deliziosa. Sono i sapori di un pezzo d'Italia che ha imparato, grazie ad uno svedese, a far rivivere le proprie radici. ( Fonte: www.gazzettadiparma.it)

Autore: Marco Federici

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