Val di Noto, regno del cibo e del barocco

La “food valley” siciliana tra architetture patrimonio dell’Unesco

http://viaggi.lastampa.it/fnts/viaggi-lastampa/immagini/resized/d/o/dopo-il-terremoto-unimmagine-di-ragusa-al-centro-della-val-di-noto-il-sisma-del-1693-segno-la-seconda-vita-di-questa-terra-so_156879_407x229.jpgE’ l'altra Sicilia, l’isola possibile, il regno nel regno. La Sicilia in bianco e nero delle fotografie di Giuseppe Leone, candore abbacinante di palazzi barocchi e ombre di antichi carrubi. La Sicilia prospera, con bassa criminalità e disoccupazione sotto controllo, custode della sua bellezza, refrattaria alle speculazioni e agli abusi. La Sicilia food valley, tutta un fiorire di ristoranti stellati, oli da visibilio, formaggi da mettere in mostra - letteralmente - tanto che il consorzio di tutela e valorizzazione Corfilac sta realizzando la prima cacioteca d’Italia. È Val di Noto, la punta più a sud della Trinacria, lo scrigno barocco consacrato nel 2002 patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

 

Ragusa, Modica, Noto, Scicli, le terre che ci stanno intorno, tutte devastate dal terremoto del 1693 e ricostruite nello stile dell’epoca. E poi le campagne inconfondibili percorse dai muretti a secco in pietra, ragnatela geometrica che lo sguardo insegue fino all’orizzonte. «Regnum in regno», per citare la formula con cui Re Martino concesse nel 1392 all’ammiraglio Bernardo Cabrera la contea di Modica, un immenso e ricchissimo territorio che corrispondeva quasi all’attuale provincia di Ragusa. Allora, e fino agli anni Trenta del Novecento, era proprio Modica il cuore di questi luoghi, la città più eminente e potente, sede pure di un collegio gesuitico che rilasciava lauree, «proscenio di pietre rosa», «festa di mirabilia», per dirla con lo scrittore Gesualdo Bufalino, figlio di questi luoghi. Un teatro urbano adagiato sui fianchi e sui pianori delle colline circostanti, con le case ricavate dalle vecchie grotte, il suo intrico di casette, viuzze e lunghe scale da cui sbucano a sorpresa le facciate barocche. E le immancabili tappe di buon vivere come l’Hotel Palazzo Failla e il ristorante «La gazza ladra» di Accursio Capraro. Come l’Antica dolceria Bonajuto, dove il cioccolato si prepara con la ricetta azteca portata in Sicilia dagli spagnoli, «sicché a chi lo gusta sembra essere arrivato all’archetipo, all’assoluto - scriveva Leonardo Sciascia - e che il cioccolato altrove prodotto, sia pure il più celebrato, ne sia l’adulterazione, la corruzione».

 

Il terremoto del 1693 segnò la seconda vita di queste terre sotto il segno del barocco. Ragusa Ibla (in siciliano «lusu», ovvero quello che giace sotto) rinacque dalle macerie, più a monte sorse la città nuova. Adesso l’una è quartiere dell’altra, senza i mostri edilizi di molte altre esperienze, senza nostalgie e ruggini. La prima è un miraggio di luci e di ombre, con la piazza centrale - set consueto del commissario Montalbano - che è un salone sontuoso a cielo aperto. Dove il gusto del buon vivere diventa apoteosi del gusto nel ristorante «Duomo» di Ciccio Sultano, due stelle Michelin, e in altre due tappe immancabili che di stelle ne hanno conquistata una: la «Locanda di don Serafino» di Pinuccio e Antonio La Rosa, e, nella città nuova, l’hotel Villa Carlotta con il ristorante «La Fenice». Lungo queste strade l’itinerario gastronomico è lungo e vario: i biscotti di mandorla, i sorbetti, le granite si prendono alla pasticceria di Pasquale, amata pure da Sciascia e da Quasimodo. Per il salato si va alla «Casa del formaggio» di Angelo Di Pasquale, che i caci si diverte non solo a venderli ma anche a stagionarli. Ma è tutto il territorio a raccontare l’amore per l’eccellenza. Qui c’è l’unica Docg della Sicilia, il Cerasuolo di Vittoria, il vino più celebre. Qui c’è il 60 per cento del patrimonio zootecnico dell’Isola. Qui c’è gente come Lorenzo Piccione, designer lombardo, che ha riscoperto le sue radici familiari venendo qui, a Chiaramonte Gulfi, a produrre un olio che è onorato dagli chef come una divinità, il Pianogrillo. Il segreto è la «tonda iblea», l’oliva regina di questi luoghi. O come Enrico Russino, che a Scicli ha messo su l’azienda «Gli aromi», un giardino di meraviglie aromatiche e officinali. Scicli, «con le corone dei santuari sulle teste dei tre valloni», scriveva Elio Vittorini nel suo romanzo incompiuto Le città del mondo. Scicli, dove le facciate settecentesche delle via Mormino Penna, e più di tutte Palazzo Beneventano, sono - secondo l’Unesco - «un capolavoro del genio creativo umano dell’età tardo-barocca». E una meraviglia titanica è la cattedrale di Noto, altra città gioiello, crollata nel 1996 e ricostruita nel 2007, circondata da palazzi dove a reggere i balconi barocchi sono mensoloni decorati con sirene, putti, animali fantastici. Un giro qui, da solo, vale il viaggio. ( Fonte: www.lastampa.it)

Autore: Laura Anello

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