Valencia la città dolce

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1354098442380_0.JPGHo un progetto per te! Disse Santiago Calatrava al suo commensale.  Dall'altra parte del tavolo, il presidente della Generalitat Valenciana stette ad ascoltare un po', poi, alle parole del designer superstar, si esaltò.   Erano i primi anni Novanta, la Spagna era in boom economico e subito partì  la macchina per realizzare una delle più importanti opere  dell'architettura contemporanea: la «Città delle arti e della scienza».  Il primo pezzo, l'Hemisfèric è stato inaugurato nel 1998, l'ultimo, l'Agorà, nel 2009. Da  anni, ormai, è possibile camminare in uno degli ambienti  più surreali del pianeta. Cinque edifici postmoderni avvolgenti come una scultura barocca e proiettati verso il cielo come una guglia gotica. La sintesi dell'architettura di Valencia antica, che ha nelle chiese trecentesche e nei palazzi del Seicento le  gemme più splendenti. Calatrava che tra questi edifici segnati dal tempo c'è nato e cresciuto, non poteva non restarne affascinato e «marchiato».

La sua «città nella città» è bianca come i templi medioevali e azzurra come il Mediterraneo, il mare che nei secoli ha garantito la ricchezza di Valencia. E poi c'è il cobalto, il colore delle tegole che coprono le cupole delle chiese. Il colore che arrivò dalla Cina nel Quattrocento e che subito divenne il simbolo della città e della sua opulenza strepitosa. Ma pure il colore degli abissi su cui correvano le navi cariche di spezie e di argento. Quelle acque che riempiono gli spazi attorno al Palazzo dell'opera e al museo della scienza, al cinema e all'Agorà, riflettendo insieme le linee disegnate da Calatrava e il turchino del cielo sopra Valencia. Così ogni edificio è sé stesso e il suo doppio, in un gioco di specchi dove scompaiono l'alto e il basso, il suolo e la volta celeste. Tra l'uno e l'altro, poi, ci sono due ponti. Due dei famosi ponti (uno - che è pure trino - si può vedere anche sull'Autostrada del Sole a Reggio Emilia) che hanno reso celebre Calatrava nel mondo. Il primo corre radente il suolo, largo e slanciato come una pista Policar, il secondo si lancia  impazzito verso l'alto, pronto a bucare l'azzurro del cielo e il rosa delle nuvole al tramonto. Sono ponti senza fiume. Come tutti quelli di Valencia. Fino agli anni Cinquanta un fiume c'era, si chiamava Tùria. Esondò provocando una tragedia e il comune decise di deviarne il corso.

Il  Tùria è diventato uno dei parchi più belli del mondo. Un serpente verde di otto chilometri che attraversa tutto l'abitato e finisce a pochi passi dal porto, dove comincia la «città nella città» di Santiago Calatrava. Lungo il vecchio letto hanno piantato a migliaia gli alberi del mediterraneo, dalle palme ai pini marittimi, dalle farnie alle magnolie, dai limoni agli aranci. Ci sono boschetti, cespugli, aiuole: ogni stagione ha i suoi fiori e i suoi profumi; tra tutti trionfa, tenera e acuta, la zagara.  Nel Jardin del Tùria ci sono piste ciclabili, campi da calcio, attrezzi da ginnastica, piste in terra battuta per il Jogging. Mamme con le carrozzine, anziani a passeggio, studenti che marinano la scuola. La vita scorre dolce e distesa, come un tempo la corrente nei mesi estivi. Fino agli anni Novanta, Valencia era una Cenerentola del turismo spagnolo. La nascita della creatura di Calatrava ha fatto esplodere il numero degli arrivi. Centinaia di migliaia  ogni anno. E per tutti la scoperta che quella delle scienze e della arti è solo una - benché straordinaria - delle  città nella città. C'è tanto altro da vedere. La  pietra color panna che si estrae nelle cave fuori le mura tinge di dolce tutta Valencia. Il suo bianco venato di ocra e di nocciola dona un melanconico languore alla Lonja, il grande palazzo gotico che serviva come mercato della seta; alla cattedrale, che ci regala una porta romanica, una facciata barocca e un campanile gotico, il Miguelete, che coi suoi moti ascensionali sfida il ponte di Calatrava. Color miele e ombreggiate di bruno pallido sono le pietre delle chiese  rinascimentali, quelle dei palazzi un po' cadenti di  principi, duchi e marchesi, quelle dell'antico magazzino dei commercianti arabi, l'Almoina. Nei palazzi modernisti (così chiamano gli edifici liberty da queste parti), costruiti dalla ricca borghesia locale agli inizi del Novecento, spiccano, invece, il verde e l'arancio dei decori. Verde e arancio che dominano anche la facciata e gli interni della Stazione del Nord, uno degli scali ferroviari più seducenti d'Europa. E' un liberty particolare, quello di Valencia, che attinge alla tradizione iconografica degli arabi che per cinque secoli hanno dominato la città: rami e foglie di agrumi, ceramiche brillanti, stilizzazioni geometriche e colorate di elementi naturali, tanta leggerezza, tanto rigore.

La storia non si può cancellare. Neppure abbattendo tutti i meravigliosi  edifici costruiti in cinquecento anni dai califfi musulmani, come fece il re cristiano Giacomo Primo di Aragona quando riconquistò la città. La cultura islamica è rimasta nell'anima valenciana, come quella gotica e barocca sono rimaste nell'anima di Calatrava. Così in città tutto quello che è dolce è arabo. Compresi il torrone e la frutta candita, venduti in negozi che sembrano musei. Le arance, i fichi, le pere, i pomodori, le ciliegie tenuti sotto sciroppo diventano capolavori d'arte. E i torroni hanno lo stesso colore delle chiese e dei palazzi perché, come loro, sono impastati nel miele.

Fonte: www.gazzettadiparma.it

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