" Viaggio in Andalusia" di Serena Raggi

http://www.travelsmania.com/wp-content/uploads/2010/07/itinerario-andalusia.jpgL'Andalusia è soprattutto un Cielo, infinito, mutevole, grandissimo.
I colori dei luoghi sono forti, netti, instancabili e si può ritrovare il significato vero delle parole Rosso, Giallo e Azzurro.
Tutto è netto e deciso, così come la popolazione gitana che si incontra ad ogni angolo di Siviglia, Cordoba e Granada, le città che ho avuto la fortuna di visitare.
Siviglia per me è stata la più sorprendente. Tra i monumenti bellissimi e nelle vie palpitanti di vita si respira  la forte consapevolezza della cultura Andalusa, una fierezza - tipica degli spagnoli, per un'Arte sconvolgente, che si vive con lo stomaco, che suscita sensazioni forti e trasmette la gioia, l'Amore, la morte e la sofferenza dell'animo andaluso: il flamenco.
Occorre scoprire el duende [1], la forza che passa dall'artista al pubblico e dal pubblico all'artista. Si può essere un tutt'uno con el tocar di chitarra flamenca dei musicisti, si può far battere il proprio cuore al ritmo dei battiti delle mani, si può ascoltare la storia di un Amore perduto perdendosi nei passi di danza delle flamenquitas...
Il popolo gitano ha dato un enorme contributo all’evoluzione di questa danza, musica e canto (il Flamenco le comprende  tutte tre), era (ed è ancora) un'arte liberatoria, in cui ogni sensazione o problema della propria vita viene tirato fuori con forza;  è un lungo lamento, certe volte straziante per le orecchie non abituate, oppure è una serenata per l'amata, un grido di guerra. Ecco, andando in Andalusia,  era proprio questo che volevo avere e l'ho trovato. 

Seguendo i consigli di una guida, ho portato la mia truppa in un locale assai conosciuto, nel centro della città, la Carbonería. Una ex carboneria, appunto, adibita a locale notturno.
Se si arriva verso le 22 (orario in cui gli spagnoli cenano), si assiste ad un pietoso spettacolo di finto flamenco (roba per turisti, pessimo), ma se non si perdono le speranze e si resta lì ancora un po’...ancora un po’...ecco che avviene il miracolo! 
Via le orde di italiani, tedeschi e giapponesi, ed ecco una nuova atmosfera...creata dai sivigliani.
Il locale diventa luogo di improvvisazioni del flamenco; è stata la prima notte a Siviglia che ho avuto l'onore di conoscere Carlos Heredia, un gitano andaluso maestro di chitarra flamenca che ti osserva e sorride mentre suona e la Musica che ne viene fuori è indescrivibile a parole. E proprio a lui ho chiesto per la prima volta qual era la situazione dei gitani in Spagna, o quantomeno in quella regione. Carlos mi ha detto che di discriminazione non ce n'è molta e mi ha guardato stupito quando gli ho raccontato che in Italia i gitani vengono frequentemente cacciati dai loro insediamenti.
Le informazioni però sono stati discordanti: vicino alla Cattedrale di Siviglia una donnona gitana, dopo avermi predetto la buena suerte (e spillato ben 7 euro perchè sono molto superstiziosa....attenti!),  mi ha raccontato che per loro non c'è lavoro, così molti chiedono l'elemosina (e sono mendicanti che, se improvvisassero un passo di flamenco, potrebbero essere ballerini cento volte migliori di quelli che si vedono nei locali).  Oppure, addirittura, in un bar vicino a Plaza AlfaAlfa, una signora, un po’ ubriaca, mi ha negato l'esistenza dei gitani in Spagna....

Per approfondire l'argomento, una volta arrivata a Granada,  sono stata al Centro Sociocultural Gitano Andaluso (nella ricorrenza del 20° anniversario d'apertura) per poter chiedere a chiunque volesse darmi informazioni...e così, insistendo, cercando, sono stata ricevuta dalla Presidentessa del Centro. Un onore, peccato che in realtà ci fossi solo io ad essere interessata.... Una bella donna dalla carnagione scura e i capelli color pannocchia, e tanti anelli bene in mostra che si è illuminata quando le ho detto cosa cercavo e mi ha travolta da un fiume di parole andaluse, spiegandomi che in realtà la situazione, paragonandola a quella dell'Italia, non è troppo diversa: la discriminazione esiste, il bambino fatica ad andare a scuola e a trovare lavoro, sebbene ci sia un grande rispetto per l'Arte gitana.
Mi ha dato un paio di opuscoli preziosi che il Centro distribuisce nelle scuole elementari e medie della città: si tratta di un fumetto (oltretutto disegnato benissimo) che racconta tutta la Storia del Popolo Gitano. In breve, i punti fondamentali sono:

Si parte dalle migrazioni dell' VIII e IX secolo dal Punjab (India del Nord) fino all'arrivo in Europa. Qui convivevano più o meno pacificamente diverse culture e religioni e il popolo gitano venne bene accolto. Ma perchè cambiarono le cose poi? 
Nel fumetto una grande Croce disegnata è del tutto esplicativa: dal 1492 i Re Cattolici, per unificare i territori conquistati, cercarono di unificarli anche con la Religione e la Lingua, il Cristianesimo e il Castigliano. Così, come agli ebrei e ai musulmani, anche al popolo gitano venne proibito di parlare la propria lingua (il Calò, Kalé), di praticare riti e indossare gli abiti della propria cultura; venne impedita la pratica del nomadismo, cercando insomma di negare, camuffandola, quella specifica identità. 
L'impegno del gitano di conservare la propria Romanipé (identità) veniva punito con torture, soprusi, galera ed espulsione dal Paese. 
E fu così fino al 1783. Durante il regno di Carlos III si dettarono per la prima volta leggi contro la discriminazione delle persone, anche se ai gitani si continuò a proibire di parlare la propria lingua ed indossare i propri costumi.
Con l’avvento della dittatura franchista, nel XX secolo, si ripresentò una situazione fortemente negativa per il popolo gitano: gli fu proibito parlare il Calò o Romanés che venne etichettata come la lingua dei delinquenti; si vietarono nuovamente il nomadismo e la vita errante, considerati reati, e si raccomandò alla Guardia Civil un controllo particolare sulla comunità gitana, a cui venne applicata la legge di “Peligrosidad Social”.
Più recenti e vergognosi e dolorosi gli anni del nazismo, in cui furono sterminati nei campi di concentramento (assieme a Ebrei, omosessuali e 'impuri') oltre 500 mila gitani.
Con l’avvento della democrazia spagnola tutto è cambiato. L'Articolo 14 della Costituzione Spagnola dice:
'Los españoles son iguales ante la ley, sin que pueda prevalecer discriminación alguna por razón de nacimiento, raza, sexo, religión, opinión o cualquier otra condición o circunstancia personal o social''. E vero, ripeto: “Siamo tutti uguali davanti alla legge, senza discriminazione di razza, sesso, religione, o qualsiasi altra ragione.
Nello Statuto Autonomo dell'Andalusia, l'articolo 9 garantisce il rispetto verso le minoranze etniche, tenendo come obiettivi di base la piena integrazione di queste ultime e in particolare quella gitana.
Dopo tutte queste persecuzioni ci si chiede che cosa sia rimasto della Cultura di un popolo tanto travagliato.  I valori sono trasmessi di padre in figlio, di madre in figlia. La famiglia è il punto centrale nella vita del gitano, una colonna portante, un costante punto di riferimento. La donna è fondamentale per la trasmissione ai figli dei valori e dei costumi. Gli anziani sono altamente rispettati, in quanto detentori di 'Storia'. Da loro si accetta ogni consiglio per superare le difficoltà della vita.
Si venera la Libertà, si vive nel Presente e non si da tanta importanza alle cose materiali.
Sono fondamentali la solidarietà, l'ospitalità e l'aiuto verso chi lo necessita, all'interno del nucleo familiare o nella comunità.
Purtroppo la lingua è quella che si è persa di più, a causa delle persecuzioni prima descritte. I gitani spagnoli oramai non parlano più il romanés, sono rimaste in uso corrente soltanto alcune parole, che anche gli spagnoli gagè (i non gitani) conoscono ed usano con frequenza.
La Musica, il Canto e il Baile Flamenco rimangono il punto più forte e consolidato e amato della cultura gitana.

A tal proposito, se vi capiterà di andare a Granada, il flamenco è possibile gustarlo nel quartiere gitano di Sacromonte. Di gitani ne ho visti ben pochi; la maggior parte vivevano nelle cuevas - case costruite scavando  nella roccia - ma un recente terremoto ne ha fatto franare la maggior parte e le famiglie gitane residenti sono state spostate nel centro della città, per cui al fascino meraviglioso delle case bianche, i fiori enormi, e le fontanelle piastrellate, aspettatevi anche il cattivo gusto di una miriade di turisti che parlottano a voce alta e fotografano, senza prima “osservare”, ogni angolo che gli capita sotto tiro!
In ogni caso, le Cuevas Los Tarantos sembrano le migliori, anche se abbastanza turistiche, ma sapere che ci ha ballato Carmen Amaya [2] a me basta come scusa per tornare a Granada!
E quando vi verranno i brividi escuchando un canto flamenco, ricordate che è grazie al popolo gitano, al popolo Rom, che potete goderne.
Lo stesso popolo che vi legge la mano per le vie di Cordoba, lo stesso popolo che in Italia chiede l'elemosina all'uscita dei supermercati, lo stesso popolo che non riceve rispetto, eppure ha tanta Bellezza da offrire.
Concludendo questo racconto sul mio viaje andaluso, mi piace ricordare ancora una volta la felicità della Presidentessa del centro culturale, nel sentirmi, con il mio accento strambo, chiedere tutte le informazioni possibili sulla situazione del suo popolo. Andando via, dopo una lunga chiacchierata, mi ha salutata dicendomi ''¡Hasta luego, preciosa!''....perchè ogni scambio culturale è una Meraviglia, e ogni parola detta è, vero, molto Preziosa.
¡ Hasta luego!

( Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte])

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