Viaggio in Laos: il reportage di Fabrizio Nicoletti nel libro 'A come Asia'

http://www.mentelocale.it/img_contenuti/collaboratori/grandi/laos-Akha-G.jpgÈ ormai buio quando il villaggio finalmente ci accoglie e, al limitare dello stesso, individuo uno dei suoi elementi più caratterizzanti: un rudimentale cancello di legno le cui sbarre recano delle figure scolpite e che nella cosmologia Akha rappresenta il confine fisico tra il mondo umano e quello sovrannaturale ed è considerato il luogo dove gli spiriti guardiani dimorano.
«Puoi passarci attraverso, ma fai attenzione a non sfiorare la struttura e soprattutto a non toccare le figure in rilievo».

Gli Akha, nonostante il pervicace proselitismo di zelanti missionari cristiani, sono tuttora in gran parte animisti e credono in un Pantheon di spiriti, sia buoni che cattivi, che col mondo umano interagiscono e che possono, in caso di comportamenti sbagliati che infrangono il naturale ciclo di equilibrio, procurare danni notevoli ai colpevoli, sotto forma di malattia, sofferenza e finanche morte. I loro villaggi sono in genere costruiti sui pendii delle montagne e le loro capanne, di bambù o più raramente altro legno e col tetto di paglia, poggiano su robusti pali che le isolano dal terreno mentre al piano inferiore si trova la zona riservata agli animali.

Il primo impatto quando un falang dall'aria stralunata fa la sua apparizione in un villaggio distante un giorno di cammino dalla civiltà, è qualcosa che è impossibile descrivere con le sole parole. Per me è un'esperienza talmente intensa e totalizzante che giustifica da sola il maggior costo dei miei trekking individuali.
Giunto nel primo spiazzo al centro di Chokuem Mai, vengo circondato da una folla curiosa di persone che sviluppano ognuna una reazione diversa nei confronti dell'alieno e la cui vicinanza fisica potrebbe in altre occasioni risultarmi soffocante. Ma non adesso.

Al contrario mi inebrio del loro contatto, dei mille sguardi invadenti che, come strumenti radiologici in spregio ad ogni privacy, mi analizzano, soppesano, perlustrano. Ed essere il padrone e il protagonista assoluto della scena è un vento caldo con cui colmare, come d'incanto, la mia saudade esistenziale. Un ragazzo sui trent'anni, il cui alito rivela perché è così disinvolto, mi accarezza i peli delle braccia e il suo gesto diffonde il virus dell'emulazione; c'è chi mi tira leggermente la barba, chi si mette al mio fianco per misurare la mia altezza, e chi ovviamente si interessa all'unica arma che possiedo ma che può far male alla loro anima e alle loro menti: la macchina fotografica.

Un paio di bimbette scoppiano in un pianto irrefrenabile e, quando la tensione si sta già allentando, con gesto studiato ma che deve sembrare il più naturale possibile, punto su di loro l'obiettivo e in tutta risposta scappano via terrorizzate: tutt'intorno a me è un'esplosione di ilarità generale. Non è il momento delle fotografie, non adesso, non così presto, e il mio bisogno compulsivo di scattare soccombe davanti ad un principio altrettanto forte: quello del rispetto della dignità, ancora di più che della volontà, dei miei simili.

C'è aria di festa nel villaggio e Thoey mi conduce all'interno di una capanna imponente all'esterno e sorprendentemente razionale al suo interno: un uomo corpulento, di circa 60 anni, ne è il proprietario e attorno a lui spuntano una figura femminile sua coetanea e una moltitudine di altre donne e bambini, quella che noi chiameremmo famiglia allargata.
I legami di sangue rivestono un ruolo fondamentale per gli Akha, il cui complesso sistema di valori etici e spirituali pone un'enfasi fortissima sul culto degli antenati, e il percorso formativo di ogni bambino ha come momento culminante l'insegnamento della genealogia familiare completa.

Thoey continua a impressionarmi favorevolmente e dimostra di parlare la lingua perfettamente.
«L'hai studiata da qualche parte?» lo interrogo.
«No, non esiste alcun libro. Qui tutti noi parliamo tante lingue diverse perché così dobbiamo fare se vogliamo comunicare ed avere amici anche tra le altre tribù».
In un contesto così frammentato, l'apprendimento di idiomi differenti è condizione essenziale per costruirsi una rete di relazioni umane soddisfacenti e certamente è un mezzo molto più proficuo di qualunque corso full-immersion offerto nelle nostre tecnologiche realtà. A me però il suono della loro lingua appare particolarmente ostico.
L'idioma Akha appartiene alla famiglia Tibeto-Birmana e apprendo che, al pari di moltissime altre lingue indigene in tutto il mondo, è considerato a rischio di estinzione. Molti bambini non sanno infatti né leggere né scrivere, e non potranno perciò trasmettere alle nuove generazioni questo patrimonio unico di conoscenza, e naturalmente non v'è alcuna scuola dove venga insegnato.

L'ora della cena sopraggiunge rapida e osservando le donne che si affaccendano intorno al focolare domestico, ne ricavo un'impressione di incredibile energia. Tanto mi basta per indovinare che sarà abbondante e gustosa.
«I cani» chiedo alla mia guida «fanno parte del menu?»

Ne ho visti moltissimi scorrazzare nelle stradine sterrate, tutti molto piccoli, ma così vitali ed allegri.
«Sai Thoey, per noi è quasi una sorta di tabù» gli spiego «perché li consideriamo i nostri migliori amici».

Io che purtroppo o per fortuna vegetariano non sono, vedrei bene la parificazione di tutte le specie animali: i maialini, ad esempio, mi fanno sempre una tenerezza infinita e mi vengono i brividi nell'immaginare quando li macellano, ma sfortunatamente  la loro carne è buonissima.
Perché solo i quadrupedi con la museruola e pochi altri godono di un'immunità diffusa ed obbligatoria, mentre animali più umili ma altrettanto indispensabili nell'Ecosistema Umano, non sono titolari degli stessi naturali diritti? Chi ha stabilito che le nostre abitudini alimentari rimarranno immutabili nel corso dei secoli, oppure assisteremo a un mutamento e integrazione della nostra dieta sclerotizzata?
«No, stai tranquillo, gli Akha, almeno in questo villaggio, ai cani vogliono molto bene. Prima li mangiavano, adesso non più».
«Cosa è successo per fargli cambiare idea?»
«Una bambina, qualche tempo fa, è caduta in un torrente e stava annegando. È stata un cane a salvarla. Da allora per gli Akha sono i migliori compagni di giochi dei loro piccoli».

Avevo già notato che i villaggi sono costruiti insolitamente lontano dai corsi d'acqua e non solo perché gli Akha hanno un rapporto problematico col nuoto e i bambini rischiano di annegare se, giocando vicino ai torrenti, ci cadono dentro; ma anche perché, vivendo non a fianco dell'ambiente naturale ma profondamente in esso, hanno imparato ad utilizzare l'elemento acqua nel modo più sostenibile possibile, in un'ottica avanguardista e previdente che esclude sprechi e consumi non necessari.
I miei timori riguardo al cibo si rivelano frutto di stupidi preconcetti. Gli Akha, come tutte le altre etnie, ricavano dagli animali che allevano e dalle piante che coltivano e erbe che raccolgono, una dieta sorprendentemente ricca e completa, ancora più stupefacente considerando le difficoltà ambientali. Ovunque sono considerati ottimi agricoltori e instancabili lavoratori, e oltre a riso e mais, ottengono dal terreno cotone e ortaggi quali fagioli, sesamo, soia e pomodori.

Mi accorgo che anche il chilli è presente in percentuale altissima, ma dopo così tanto tempo il mio stomaco è corazzato nei confronti del terribile peperoncino, e il mio palato anestetizzato. Io osservo attentamente gli altri e, imitandoli come uno studentello alle prime armi, intingo il pollo o la carne nelle varie salsine, dal gusto sempre molto deciso, e li accompagno alla bocca con una manciata di verdure. Il tè viene servito ad intervalli frequenti da caffettiere di rame ormai scurissime, e nel bicchiere rimane sempre un fondo opaco e un residuo di foglie tostate, perché le bustine di sostanza filtrata qui non sono ancora arrivate e, auguriamoci, non lo faranno mai.
Ma il liquido verde non è l'unica bevanda della cena e immancabilmente ne fa capolino un'altra per cui gli Akha sono giustamente famosi e orgogliosi: l'Akha whisky, il whisky di riso.

Naturalmente sono io, l'ospite, che ogni mezzo minuto devo alzare il calice che, se si è forti e virili, ovviamente va svuotato in un sorso. Le nebbie che si insinuano nella mia mente diventano un fenomeno reale e non solo immaginato quando è il momento del rito del fumo, e una lunga pipa ad acqua irrompe sulla scena. Il ragazzo intraprendente che tanto era incuriosito dalla mia strana peluria sulle braccia, adesso mi ha preso simpaticamente in custodia, mi allunga quello strano oggetto, e rifiutare mi è proprio impossibile.
Anche gli Akha hanno fama di essere grandissimi consumatori di oppio, e per me sarebbe come un astemio che si ingolla una bottiglia di grappa. Per fortuna solo di tabacco si tratta, e la mia postura eretta non subisce alcun tracollo.

Ecco un altro dei tantissimi luoghi comuni da sfatare, una di quelle etichette che artatamente vengono appiccicate addosso alle minoranze etniche, in Laos come altrove, per inconfessabili secondi fini. L'oppio è sempre stato parte integrante della loro way of life e assolve ad un uso rituale, oltreché farmaceutico, e naturalmente come importantissima fonte di reddito. Con la loro scoperta ad opera del turismo, uno dei tanti effetti nefasti dell'impatto esercitato da un mondo estraneo su uno più fragile, è che sempre più spesso viene fumato perché sono i turisti a richiedere questa messinscena. E la ghiotta opportunità di poter immortalare un Akha che aspira con voluttà la dannata sostanza e i suoi occhi sbarrati, vale molto di più di qualunque Galateo morale.

L'aspetto ludico e di fortissimo momento di aggregazione sociale lascia il posto ad una patetica rappresentazione ad uso di turisti pruriginosi e capricciosi, per i quali l'esperienza di vita nel villaggio non è né completa né interessante senza questa sceneggiata.
«Thoey, come mai non fumano l'oppio? Allora è vero che hanno smesso?»
«No, Mr. Fa, loro come tutti quanti continuano a farlo, perché la vita qua è molto dura e li aiuta a sentire meno la fatica quotidiana e il dolore causato dalla nostra invadenza».
«Però adesso, qui davanti ma stanno fumando tabacco».
«Sì, quando fumano oppio lo fanno in gran segreto, mai un turista ha avuto la possibilità di assistervi in questo villaggio».

Sono da poche ore a Chokuem Mai, ma tanto mi basta per capire che è una bellissima eccezione e che nessuno è ancora riuscito a convincere i suoi abitanti a prostituirsi e svendere la loro cultura ai migliori offerenti. ( Fonte: www.mentelocale.it)
Autore: Fabrizio Nicoletti

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